«Il tuo tempo è scaduto» disse il marito indicando la porta.
«Quellodore di nuovo! Ti avevo chiesto di non fumare in casa!» Chiara spalancò le finestre del salotto, agitando le tende con rabbia. «Santo cielo, persino il divano puzza. Cosa penseranno Paolina e suo marito quando verranno a cena?»
«E che dovrebbero pensare?» Andrea schiacciò ostentatamente la sigaretta nel posacenere. «Penseranno che in questa casa vive un uomo normale, che ogni tanto fuma. Non è mica un crimine.»
«Gli uomini normali, Andrea, fumano sul balcone o in strada. Non avvelenano la famiglia con il fumo. Mi viene il mal di testa con la tua sigaretta.»
«Eccoci» fece gli occhi al cielo. «Venticinque anni a vivere con un marito fumatore e tutto bene. Ora improvvisamente ti fa male la testa. Forse è la menopausa, eh, Chiaretta?»
Chiara si irrigidì, stringendo le labbra. Quellargomentola sua età e tutto ciò che la accompagnavaAndrea lo tirava fuori sempre più spesso, come se volesse colpire dove faceva più male. E puntualmente ci riusciva.
«Che centra?» Si voltò verso la finestra per nascondere le lacrime. «Ti chiedo solo un po di rispetto. È così difficile uscire sul balcone?»
«Rispetto?» sbuffò lui. «E il tuo rispetto per me? Dopo il lavoro voglio sedermi tranquillo, bere un caffè e fumare. Non fare avanti e indietro come un ragazzino. E comunque, questa è casa mia!»
«Nostra» lo corresse piano.
«Sì, nostra» ammise a denti stretti. «Solo che le bollette le pago io. E i lavori in casa li pago io. E anche quel cappotto nuovo te lho comprato io.»
Chiara respirò profondamente. Quellargomento lo aveva sentito mille volte. Vero, non lavorava da quindici anniprima i figli, poi la suocera, poi… poi si era semplicemente abituata a essere casalinga. E Andrea si era abituato a rinfacciarglielo.
«Non voglio litigare di nuovo» disse stanca. «Ti chiedo solo di fumare sul balcone. Paolina è asmatica, farà fatica a respirare.»
«Daccordo» si arrese inaspettatamente. «Per la tua preziosa Paolina, farò questo sacrificio. Ma solo per stasera.»
Si alzò dalla poltrona e si avviò verso la camera, lanciando:
«A proposito, non capisco perché li hai invitati. Domani ho una riunione importante, devo riposare, non intrattenere i tuoi amici noiosi.»
«Non sono semplici amici» replicò Chiara. «Massimo è il direttore della biblioteca, potrebbe aiutarmi con il lavoro.»
Andrea si fermò sulla porta e si voltò lentamente:
«Che lavoro?»
Chiara si sentì in trappola. Aveva voluto parlargliene più tardi, quando tutto fosse stato sicuro. Ma ora doveva spiegarsi.
«Voglio lavorare in biblioteca» disse, cercando di mantenere la voce ferma. «Tre giorni alla settimana, part-time. I figli sono grandi, tu sei sempre al lavoro è ora che mi dia da fare.»
«E chi si occupa della casa?» la interruppe. «Chi cucina, pulisce, stira?»
«Farò tutto, non preoccuparti» cercò di sorridere. «Non è tutto il giorno. E poi, i figli vengono poco, non serve cucinare molto»
«I figli poco, ma tua madre ogni settimana» borbottò. «E ogni volta vuole lasagne e polpette.»
«Mamma mi aiuta in casa» ribatté. «E comunque non viene così spesso.»
«Potrebbe venire ogni giorno, che mimporta» fece un gesto con la mano. «Ma questo lavoro è una follia, Chiara. Hai quarantasette anni, che lavoro vuoi fare? Stai a casa, dedicati ai tuoi hobbyil ricamo, i tuoi libri»
«I miei libri?» Sentì una fiamma di rabbia. «Andrea, ti ricordi che sono laureata in lettere? Che ho avuto il massimo dei voti? Che insegnavo prima di lasciare per i figli?»
«E allora?» Si lasciò cadere sulla poltrona. «Erano ventanni fa. Ora i tempi sono cambiati. Dove pensi di andare con quel diploma?»
«In biblioteca» ripeté ostinata. «Non mi servono soldi, Andrea. Mi serve unoccupazione. Relazioni. La sensazione di essere capace di qualcosa oltre a cucinare e stirare le tue camicie.»
«Grazie» fece una smorfia. «Quindi la casa e la famiglia sono una stupidaggine? Non abbastanza per una donna intelligente come te?»
«Non è quello che ho detto e lo sai» era stanca di quel discorso. «Ne parleremo dopo. Ora dobbiamo prepararci per gli ospiti.»
Andò in cucina col cuore in gola. Ogni conversazione con Andrea ultimamente finiva così. Non sapeva quando fosse iniziatosolo che a un certo punto si erano ritrovati a parlare lingue diverse. Lui non la ascoltava, non la capiva, non voleva capirla.
Prima era diverso. Si erano conosciuti alluniversitàentrambi studenti, innamorati della letteratura. Andrea scriveva poesie, Chiara le ammirava. Poi il matrimonio, prima Matteo, poi Sofia. Andrea aveva trovato lavoro in una casa editrice, guadagnava bene. E lei era rimasta a casatra figli, faccende, e libri che diventavano sempre più rari.
Non aveva notato come cambiasse Andrea. Da ragazzo romantico a uomo cinico e stanco, sempre più assente, sempre meno interessato a lei. E quando se nera accorta, era troppo tardi. Erano estranei sotto lo stesso tetto.
Paolina e Massimo arrivarono alle sette in punto. Lui, un uomo robusto con una barba folta, iniziò subito a parlare di politica con Andrea. Lei, minuta e vivace, aiutò Chiara in cucina.
«Comè lumore di Andrea?» chiese tagliando linsalata. «Hai parlato del lavoro?»
«No» sospirò. «È totalmente contrario.»
«E che ti aspettavi?» scrollò le spalle. «Gli uomini odiano i cambiamenti. Soprattutto quelli che minacciano la loro comodità.»
«Ma non cambierebbe nulla» tirò fuori la parmigiana dal forno. «Mi occuperei sempre della casa, solo tre giorni alla settimana sarei via per qualche ora.»
«Per lui sarebbe già la fine del mondo» sorrise. «Immagina: torna a casa e tu non ci sei. Orrore!»
Risero, e Chiara si sentì più leggera. Con Paolina era sempre semplicequella donna trasmetteva sicurezza.
La cena iniziò tranquilla. Andrea era cordiale, scherzava, chiedeva a Massimo delle novità editoriali. Chiara si rilassòforse le cose si sarebbero sistemate.
«A proposito di libri» si rivolse Paolina a Chiara. «Hai detto ad Andrea della nostra idea?»
«Quale idea?» alzò lo sguardo dal piatto.
«Ehm» esitò. «Parlavamo di un club di lettura per bambini. In biblioteca.»
«E quando dovrebbe iniziare?» la voce di Andrea si fece tagliente.
«Il mese prossimo» rispose Paolina, ignara. «Due volte alla settimana, due ore. Niente di che.»
«Interessante» posò la forchetta. «E non pensavi di discuterne prima con me?»
«Ho provato oggi» mormorò Chiara.
«Non ricordo una discussione» si rivolse agli ospiti. «Vedete, Chiara ultimamente è fissata con lidea di lavorare. Ma secondo me, alla sua età, è un po insensato.»
«Perché?» si stupì Massimo. «Chiara è una donna colta, con tanta esperienza. Gente come lei ci serve.»
«Forse» annuì Andrea. «Ma ha doveri verso la famiglia. Verso suo marito, no?»
«Andrea» arrossì per la vergogna. «Non parliamone con gli ospiti.»
«E perché no?» guardò tutti. «Siamo adulti. Voglio solo chiarire: io non voglio che mia moglie lavori. Punto.»
Un silenzio imbarazzato calò sulla tavola. Massimo cercò di cambiare argomento:
«Ottima parmigiana, Chiara. La ricetta a Paolina, eh?»
Il resto della serata trascorse tra chiacchiere forzate sul tempo e le notizie. Quando gli ospiti se ne andarono, Chiara iniziò a sparecchiare in silenzio.
«Per quanto volevi tenermi alloscuro?» Andrea era sulla porta, braccia incrociate.
«Non ti tenevo alloscuro» sistemò i piatti. «Aspettavo il momento giusto.»
«E quando sarebbe stato? Dopo che avevi già iniziato?»
«Andrea, non capisco tutta questa rabbia» lo guardò. «È solo un lavoro. Non un tradimento.»
«Per me lo è» tagliò corto. «Avevamo un accordo: tu a casa, io a lavorare. Punto.»
«Era ventanni fa!» esclamò. «I figli sono grandi, ho tempo libero. Voglio sentirmi utile!»
«E a casa non ti senti utile?» si avvicinò. «Dimmi la verità: ti sei stancata di essere moglie e madre? Vuoi libertà? Nuove conoscenze?»
«Ma che dici?» si confuse. «Parlo di realizzazione personale, di»
«Conosco questa realizzazione» la interruppe. «In casa editrice ne ho viste di donne così. Prima il lavoro, poi gli amanti, poi il divorzio.»
«Santo cielo» non credeva alle sue orecchie. «Pensi che mi cercherei un amante in biblioteca? Tra libri polverosi e vecchiette?»
«Non penso nulla» tagliò corto. «Dico solo che sono contrario. Punto.»
Chiara sentì qualcosa spezzarsi dentro. Era la fine. Fine delle discussioni, delle speranze, forse del loro matrimonio.
«Sai una cosa?» disse piano. «Andrò a lavorare lo stesso. Domani chiamerò Massimo e accetterò.»
Andrea la fissò sbalordito:
«Cosa hai detto?»
«Che andrò a lavorare» ripeté, con una strana leggerezza. «Non per i soldi o le amicizie. Ma per sentirmi di nuovo una persona, non unappendice della casa.»
«Capisco» annuì lentamente. «Quindi hai deciso. Senza di me.»
«Ho provato a deciderlo con te. Non mi hai ascoltata.»
«Perfetto» si voltò e uscì.
Lo sentì camminare per casa, borbottando. Poi tornò con la sua borsa e il cappotto.
«Il tuo tempo è scaduto» disse indicando la porta. «Se decidi senza di me, puoi vivere senza di me. Vattene.»
«Cosa?» non credeva alle sue orecchie. «Mi butti fuori per un lavoro in biblioteca?»
«Ti butto fuori per il tradimento» scandì. «Per aver calpestato il nostro accordo. Per aver messo le tue ambizioni prima della famiglia.»
«Che ambizioni?» gli occhi le si riempirono di lacrime. «È solo un lavoro per non impazzire di noia! Tu sei sempre fuori, i figli lontani cosa dovrei fare? Cucinare per il vuoto?»
«Fai quello che vuoi!» sbottò. «Ma laccordo è chiaro. Io lavoro, tu casa. Fine.»
Le lanciò borsa e cappotto:
«Se ti annoi con me, vai pure. Forse la tua preziosa Paolina ti ospiterà.»
Chiara indossò il cappotto, prese la borsa. Tutto sembrava un brutto sogno. Avevano litigato prima, ma lui non laveva mai cacciata.
«È serio?» lo guardò negli occhi. «Mi butti fuori per un lavoro?»
«Ti butto fuori per il mancato rispetto» ripeté. «Sì, sono serio. Vai.»
Fece un respiro profondo e si avviò alla porta. Poi si voltò:
«Sai cosa mi fa più male, Andrea? Non mi hai mai chiesto perché voglio lavorare. Hai solo ordinato, come se fossi tua proprietà, non tua moglie.»
«E perché allora?» sfidò. «Illuminami.»
«Perché ho paura di restare sola» sussurrò. «Paura che un giorno non torni a casa. Che te ne vada con quella giovane redattrice con cui rimani fino a tardi da tre mesi. E io resterò solasenza lavoro, senza soldi, senza senso. Perché ho dato tutto a te.»
Andrea indietreggiò come colpito:
«Che dici? Quale redattrice?»
«Elisa» rispose calma. «Ti chiama ogni sera. A volte esci sul balcone per non farmi sentire. Ma le pareti sono sottili, Andrea. E io ci sento bene.»
Girò i tacchi e uscì, chiudendo delicatamente la porta. Nel palazzo era silenzio, solo jazz proveniente dal piano di soprail vicino, come sempre.
Scese le scale lentamente, uscì in cortile. Laria notturna era fresca dopo la giornata afosa. Inspirò e sentì un sollievo strano. Come se un peso che portava da anni fosse sparito.
Prese il telefono e compose il numero di Paolina:
«Paola? Sono Chiara. Scusa lora Sì, abbiamo parlato. Posso venire da te? Adesso?»
Camminando verso la fermata, pensò a quanto fosse strana la vita. Quella mattina era certa di passare il resto dei suoi giorni in quellappartamento, con quelluomo. Ora andava verso lignotoe si sentiva più libera che mai.
Il telefono nella borsa squillò. Andrea. Esitò un attimo, poi rifiutò la chiamata e lo spense.
Il suo tempo era davvero scaduto. Il tempo della paura, dei dubbi, del silenzio. Ora iniziava qualcosa di nuovosconosciuto, spaventoso, ma solo suo. E ne valeva la pena.





