**Amore Malato**
“Credi che questo uccellino libero resterà sposato a lungo?” cercava di ragionarmi Elena.
“Vivremo e vedremo,” risposi con un sorriso beato, ignaro che quelle parole sarebbero diventate il motto della mia vita. Un motto e una maledizione.
Ricordo quella sera come fosse ieri. Un banchetto soffocante, il profumo di costosi profumi, chiacchiere sul denaro, sorrisi falsi. Ero in piedi con un bicchiere in mano, pensando a quanto ne avessi avuto abbastanza. Stavo per andarmene, quando sentii dietro di me una risata femminile contagiosa. Mi voltai, come se qualcuno mi avesse tirato un filo.
E la vidi. Caterina. Gesticolava mentre raccontava qualcosa a un gruppo di uomini. Snella, vestita semplicemente, ma con un fuoco negli occhi castani che fece crollare il mio mondo ordinato e sicuro con un fragore.
“Chi è?” chiesi a Elena, una vecchia conoscenza.
“La mia amica Caterina,” sospirò. “Ti avverto, è un disastro naturale in gonna. Con lei è come volareemozionante, ma cè sempre il rischio di schiantarsi.”
Non ascoltai lavvertimento. Ero ipnotizzato. Per me, cresciuto con genitori professori che discutevano di filosofia persino a colazione, Caterina era la vita stessa. Fu amore a prima vista, o megliouna diagnosi senza cura.
Ci sposammo dopo sei mesi, contro i supplici dei miei genitori. “Ti spezzerà, figliolo,” diceva mio padre, guardandomi sopra gli occhiali. “Quella ragazza non è fatta per una famiglia.”
“È una bella edera velenosa,” aggiunse mia madre. “Ti soffocherà finché non avrà succhiato tutto.”
Ma io vedevo solo il sole e pensavo: proprio di un uragano avevo bisogno nella mia vita ordinata.
I primi mesi di matrimonio furono pura follia. Caterina mi svegliava alle tre di notte urlando: “Francesco, guarda che luna! Andiamo al fiume!” E andavamo. Parlava con i senzatetto sotto casa, e in cinque minuti le raccontavano la loro vita. Era il caos. E io… lo respiravo a pieni polmoni, come un prigioniero finalmente libero.
Poi arrivò il primo tuono.
La crisi economica colpì senza preavviso, il mercato crollò. La mia azienda, il lavoro di una vita, vacillò e in pochi mesi fu finita. Cercai di salvare qualcosa, ma fu inutile. Tornai a casa una sera, distrutto, con gli occhi vuoti. Il terreno mi sfuggiva sotto i piedi.
Caterina mi aspettava sulla porta. Non con un abbraccio. Stava lì, le braccia incrociate, e mi guardò con occhi freddi e distanti.
“Allora, genio? Hai perso?” la sua voce era tagliente e spietata.
Mi mancò il fiato.
“Caterina, io… sto provando…”
“Stai cercando di salvare una nave che affonda,” mi interruppe. “Ma io non voglio affondare, e non so vivere nella povertà. Mi serve stabilità. E tu non me la dai più. Scusami.”
Fece le valigie davanti a me. Avevo un nodo in gola.
“Caterina, aspetta… ti prego…” la mia voce si spezzò in un sussurro. “Sistemerò tutto! Lo sistemeremo insieme…”
Si fermò, prese il suo passaporto rosso e lo infilò nella borsetta. Poi mi guardò. Niente amore, né rimpianto. Solo gelido fastidio.
“Francesco, smettila di umiliarti. È indecente. Non chiamarmi. Non cercarmi. Ciao!”
La porta sbatté. Il suono mi trafisse il petto. Crollai a terra nellingresso e piansi come un bambino, le lacrime che mi rigavano il viso. Il mondo perse i colori. Il cibo era insapore, laria pesante.
Caterina tornò sei mesi dopo.
Aprii la porta, ed eccola lì. Magra, abbronzata, profumata di un altro uomo. Mi tremavano le gambe. Indossava un cappotto costoso che non le avevo comprato.
“Beh,” disse, passandomi accanto e togliendosi i tacchi. “Quel broker era insopportabile. Aveva persino la musica classica in macchina.”
Lo disse come se fosse tornata dal supermercato, non dal letto di un altro.
Invece di cacciarla, invece di urlare, provai una gioia folle. Era tornata! Aveva scelto me!
“Perdonami… Caterina… sono stato debole… ti ho deluso… Scusami per non essere stato allaltezza.”
La sentii irrigidirsi. La guardai e nei suoi occhi non vidi rimorso, ma… soddisfazione. Aveva ragione lei. Sempre lei. Io no.
Ci furono altre partenze.
Prima il “guru” che la portò in montagna “a cercare lilluminazione”. Non uscii di casa per due settimane. Steso sul tappeto del soggiorno, dove una volta avevamo ballato, fissavo il vuoto. Immaginavo che ridesse con lui, che lo guardasse con lo stesso sguardo che aveva avuto per me. E mi veniva da vomitare.
Poi arrivò “il vero uomo”muscoloso, con un sorriso sfacciato. Li vidi al parco. Le cinse la vita, sussurrandole allorecchio. Lei rise, quel riso che una volta mi aveva trafitto il cuore. Mi si annebbiò la vista.
E ogni volta tornava. E ogni volta io ero lì ad aprirle la porta.
Elena, che ci aveva presentato, un giorno mi afferrò le spalle e quasi urlò:
“Francesco, svegliati! Caterina ti sta usando! Si vantava che ti eri scusato ancora! PER COSA? Dimmi, per lamor di Dio, per cosa?!”
“Perché… non sono abbastanza interessante. Perché non riesco a tenerla. Si annoia con me. È colpa mia, Elena. Sempre mia.”
Non ero un uomo. Ero uno zerbino. La sua sala dattesa personale. E il peggio era che accettavo quel ruolo. Perché la vita senza di lei era peggio di qualsiasi dolore che mi causasse.
Una notte, dopo il ritorno dall”ultimo stallone”, crollai. Entrai in camera. Dormiva, sparpagliata sul mio lato del letto, serena e bellissima. Mi sedetti e, con un nodo in gola, le chiesi:
“Dimmi, perché? Perché torni sempre da me?”
Si svegliò lentamente, si stirò, e il suo volto si illuminò con quel sorriso che un tempo mi aveva travolto.
“Perché sei la mia casa, Franceschino,” sussurrò assonnata. “Sei il mio porto sicuro. Tu… mi aspetti sempre.”
In quelle parole non cera amore. Solo comodità. E quello fece più male di tutti i suoi tradimenti. Ma quando mi avvolse le braccia al collo e appoggiò la guancia al mio petto, ogni ferita, ogni orgoglio, si sciolse in quel tocco.
Mi vergognavo, ma non potevo lasciarla andare. Anche se sapevo che la porta avrebbe sbattuto di nuovo. E io sarei rimasto ad aspettare. Perché quei rari momenti in cui Caterina era lì mi davano un briciolo daria. Senza di lei, cera solo un vuoto grigio e silenzioso.
Caterina ripartì il giorno in cui persi quasi lunica cosa rimasta del vero me.
Questa volta con un gallerista, “unanima artistica,” disse con disprezzo guardando le mie cravatte da ufficio. Rimasi solo nel nostro appartamento sterile.
Poi squillò il telefono. Mio padre aveva avuto un ictus.
Mentre correvo in ospedale, rivivevo tutte le sue parole, i suoi avvertimenti che avevo ignorato. “Ti spezzerà, figlio.” Credevo si riferisse alla carriera, ai soldi. Invece parlava di me. Della mia anima.
Entrai nella stanza. Mia madre, sempre controllata, piangeva in silenzio, asciugandosi le lacrime con un fazzoletto.
Mio padre era pallido, il volto contratto, gli occhi al soffitto. Era lombra delluomo forte che mi aveva insegnato a vivere. Qualcosa in me scattò. Un clic quasi fisico. Vidi in lui me stessospezzato, paralizzato. Solo che lui era stato piegato dalla malattia, io dallamore.
Mi sedetti accanto a mia madre, le presi la mano tremante e appoggiai la testa sulla sua spalla:
“Perdonatemi. Non vi ho ascoltato.”
“Abbiamo sempre sperato che ti svegliassi,” sussurrò.
Quella notte, tornato a casa, feci la prima cosa che mi venne in mente. Imballai le sue cose. Volevo buttarle, ma poi cambiai idea. Chiusi la porta e ci attaccai un foglio: “SALA DATTESA CHIUSA.”
Il più difficile fu non rispondere quando Caterina scrisse due settimane dopo: “Mi manca il nostro caffè. Qui beve solo polvere costosa.” La mano mi tremava, ma ricordai il volto di mio padre. E per la prima volta, tacqui.
Lei non capì. Arrivarono messaggi, chiamate. Prima stupite, poi arrabbiate, poi sprezzanti: “Franceschino, sei a dieta? Senza di me ti struggi?” Io tacevo. Il silenzio divenne la mia fortezza.
Una volta si presentò a casa. Mise la borsa nellingresso e urlò:
“Francesco, porta su la mia valigia!”
“Non hai capito,” dissi piano, ogni parola netta. “Qui non cè più casa tua.”
Mi guardò, e nei suoi occhi, per la prima volta, balenò la paura. Aveva perso il controllo.
“Che ti succede? Sei malato?”
“Sì, Caterina. Ero malato. Ora guarisco. E fa male. Tu sei stata la mia malattia.”
Fu straziante. Come unastinenza. Ma mio padre, lentamente in ripresa, mi sostenne. Mia madre tacendo. E la mia volontà, che per la prima volta salvava me, non aspettava più lei.
I primi mesi di libertà furono come una convalescenza. Il corpo e lanima soffrivano, disintossicandosi. Controllavo ancora il telefono, ascoltavo i passi sulle scale. Ma col tempo, sempre meno.
Sei mesi dopo, Caterina mandò una cartolina da unisola tropicale: “Nessuno mi ha aspettata come te.”
Allora portai le sue cose in un magazzino. Non per rabbia, ma per igiene. Per fare spazio alla mia vita.
Un giorno Elena mi invitò allinaugurazione di una mostra.
“Non temere, la tua tempesta non ci sarà,” scherzò.
Ma io non avevo più paura. Guardavo i quadri, bevevo vino, e incrociai lo sguardo di una donnanon bella come Caterina, ma con occhi calmi e attenti. Parlando darte, di libri, non dovetti fingere entusiasmo.
Accompagnandola a casa, realizzai che non sentivo ansia. Non temevo di sbagliare. Era pace. Scoprii che si può essere se stessi. Senza aspettare domani.
Qualsiasi cosa sarà, sarà la mia vita. La mia scelta. Il mio camminosenza aspettare in una sala vuota.
**Lezione:** Lamore non dovrebbe mai essere una prigione. Se perdi te stesso per tenerlo, non era amore. Era solo unaltra catena.







