«Il tuo posto è ai miei piedi, serva!» diceva la suocera. Dopo l’ictus, le ho assunto una badante: la donna che ha odiato per tutta la vita.

«Il tuo posto è ai miei piedi, serva!» diceva la suocera. Dopo l’ictus, le assunsi una badante: una donna che aveva odiato per tutta la vita.

Hai spostato di nuovo la mia padella, Caterina?

La voce di Suor Valentina, così la chiamavano tutti per quel suo fare saccente, tagliava laria come una lama. Si infilava tra le pareti della cucina, impregnava il legno del tavolo, e persino i disegni delle piastrelle sembravano scomparire sotto il suo sguardo.

Caterina si voltò lentamente dal lavandino, asciugandosi le mani sul grembiule. La padella, pesante, di ghisa, un cimelio di famiglia, era posizionata sul fornello più lontano, dove Suor Valentina laveva messa quella mattina. La sua posizione, lunica giusta ai suoi occhi.
Non lho toccata, Valentina.

Non lhai toccata, dici. E allora chi? Lo spiritello della casa? La suocera storse le labbra in un sorriso sarcastico, il suo sguardo penetrante scivolò per la cucina. La cucina di Caterina, che ormai era diventata un campo di battaglia, dove lei perdeva ogni scontro.

Ovunque regnava un ordine estraneo, opprimente. I barattoli delle spezie non erano disposti in ordine alfabetico, come preferiva Caterina, ma per altezza, come soldati in parata. Gli asciugamani non erano appesi ai ganci, ma gettati sulla maniglia del forno, un dettaglio che faceva rabbrividire Caterina. Un caos soffocante, mascherato da una perfezione di facciata.

Ho solo chiesto, disse Suor Valentina prendendo un cetriolo dal piatto e addentandolo con un rumore esagerato. Nella mia casa, spero di avere il diritto di chiedere.

«Nella mia casa». Caterina sentiva quella frase dieci volte al giorno. Eppure lappartamento era di Leonardo, suo marito. La loro casa. Ma la suocera si comportava come se fosse la sua dimora ancestrale, e loro semplici ospiti temporanei.

Caterina rimase in silenzio. Discutere con lei era come sbattere la testa contro un muro. Tornò a lavare i piatti. Lacqua scrosciava piano, portando via la schiuma del sapone e le sue lacrime non versate.

La sera arrivò Leonardo. Il marito. Il figlio. Baciò la madre sulla guancia, poi sfiorò appena i capelli di Caterina con le labbra.
Stanco morto. Cosa cè per cena?

Pollo con patate, rispose Caterina senza voltarsi.

Di nuovo? intervenne subito Suor Valentina dalla sua postazione sulla sedia. Leo, tesoro, te lho detto, hai bisogno di carne vera. E lei ti nutre solo di robaccia, diventerai trasparente.

Leonardo sospirò esausto e andò in camera. Non si era mai intromesso. La sua posizione era semplice e comoda: «Sono affari da donne, arrangiatevi». Non vedeva la guerra. Solo piccoli litigi domestici tra due donne che, a parole, amava allo stesso modo.

Più tardi, quando rimasero sole in cucina, Suor Valentina si avvicinò a Caterina. Il suo profumo costoso si mescolava a qualcosa di pesante, autoritario.
Ascolta bene, ragazzina, sibilò, perché Leonardo non sentisse. Tu qui non sei nessuno. Solo un accessorio per mio figlio. Unincubatrice per i miei futuri nipoti, niente di più.

Prese un tovagliolo e lo strofinò con disgusto su una macchia inesistente.
Ricordalo per sempre: il tuo posto è ai miei piedi. Sei una serva, e nientaltro.

In quel momento, il suo viso si contorse in modo strano. Langolo destro della bocca cadde, la mano con il tovagliolo le scivolò senza forza. Suor Valentina vacillò e scivolò lentamente a terra.

Nel corridoio dellospedale, lodore di sterilità e dolore altrui era opprimente. Leonardo sedeva con la testa tra le mani.
Ictus Il medico ha detto che ora avrà bisogno di cure costanti. Il lato destro è paralizzato.

Alzò gli occhi arrossati su Caterina. Non cera dolore, solo irritazione e un freddo calcolo.
Caterina, io non posso. Il lavoro, lo sai. Ora tocca a te. Sei sua moglie, è il tuo dovere.

Lo disse come se le stesse passando un testimone in una gara da cui lui si era appena ritirato.

Sarebbe venuto. Avrebbe fatto visita. Avrebbe controllato. Ma tutto il lavoro sporco, quotidiano, sarebbe toccato a lei.

Caterina lo guardò e per la prima volta in anni non sentì nulla. Le settimane passarono lente come gocce dacqua in un rubinetto mal chiuso. Caterina lavava, girava, medicava, cambiava. Suor Valentina non parlava più, ma i suoi occhi sì pieni di rabbia, di umiliazione, di paura. La badante la guardava con calma, le sistemava il cuscino, le asciugava la bava con un gesto meccanico. Un giorno, mentre le spalmava la crema sul viso, le sussurrò: Hai ragione, Valentina. Il mio posto è qui. Accanto a te. Per sempre. Già non sono mai stata da nessunaltra parte. E ora, nemmeno tu puoi andartene.

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«Il tuo posto è ai miei piedi, serva!» diceva la suocera. Dopo l’ictus, le ho assunto una badante: la donna che ha odiato per tutta la vita.
La gente rideva della povera anziana in ospedale… finché un famoso chirurgo non uscì e disse QUESTO…