Giocare col Fuoco

**Gioco Pericoloso**

“Ma dai,” ridacchiò Arturo, gettando la testa allindietro. “Glielhai detto in faccia? Proprio davanti a tutti?”

“E cosa dovevo fare?” Massimo tamburellava nervosamente le dita sul tavolo. “Sono sposato, e lei non mi dà tregua. Ormai è sfacciata. Tutto lufficio ci sta addosso.”

“Eh già, modesto come sempre,” lo stuzzicò lamico. “Un altro ne approfitterebbe, ma tu fai lintoccabile.”

“Tu e io abbiamo idee diverse sulla fedeltà,” ribatté Massimo senza rancore, ma una stanchezza gli attraversò lo sguardo. “Finché erano solo allusioni, fingevo di non notare. Non volevo sembrare maleducato.”

“Ed è proprio lì che sbagli,” osservò Arturo, alzando un sopracciglio. “Il tuo silenzio le ha dato false speranze.”

“Ma cosa vuole da me? Ci sono un sacco di scapoli!”

“Per donne come lei, un anello al dito non è un ostacolo, ma una sfida,” commentò Arturo con aria filosofica. “Un segno che il prodotto è di qualità.”

Sofia irruppe nel loro reparto come un vento improvviso. Non era una classica bellezza, con i lineamenti troppo marcati e una voce un po roca. Ma quando sorrideva, il mondo intorno a lei sembrava cambiare. La responsabile delle risorse umane ammise più tardi che stava per rifiutarla, poi Sofia sorrise, e la decisione svanì.

Allinizio, Massimo la trovò simpatica. La sua energia e la sua mente acuta erano come una boccata daria fresca nella monotonia dellufficio. Laiutò volentieri a integrarsi, condividendo la sua esperienza. Per lui era semplice gentilezza, senza doppi fini. Lui, profondamente legato alla famiglia, la vedeva come una collega talentuosa, quasi una sorella minore.

Col tempo, i confini si sfumarono. Le battute di Sofia divennero ambigue, i suoi contatti troppo frequenti e insistenti. Massimo, introverso per natura, si sentì smarrito. La sua bussola morale, sempre precisa, vacillò. Cominciò a evitarla, a rinunciare ai pranzi insieme. Ma il suo ritirarsi non fece che stuzzicare la cacciatrice.

***

Massimo aveva circa trentacinque anni, e sembrava un uomo che manteneva con fatica lordine nella sua vita. Alto, ma leggermente curvo, quasi a volersi far più piccolo. Capelli scuri, sempre ben tagliati, con qualche filo grigio alle tempie. Occhi calmi, ma con unombra di stanchezza costante. Portava occhiali sottili, che si toglieva per strofinarsi la fronte quando era nervoso. Si vestiva in modo sobrio: camicie discrete, pantaloni classici.

Detestava le folle chiassose. Flirt, intrighi da ufficio: tutto gli sembrava un linguaggio estraneo e faticoso. La sua natura era la quiete, lordine, la concentrazione. Temeva i conflitti, preferendo tacere piuttosto che affrontare uno scontro diretto.

Eppure, dentro di lui cera una fortezza interiore, costruita sullamore per la famiglia. Elena e i bambini non erano semplici presenze nella sua vita: erano il suo senso. La sua fedeltà non era una virtù ostentata, ma un bisogno naturale, come respirare.

Sofia si era fissata con Massimo fin dal primo giorno. Era lunico che non cascava nei suoi giochi. Conquistarlo non sarebbe stata una semplice vittoria: per lei era una conferma del suo valore. Se un uomo “perfetto” e sposato fosse caduto ai suoi piedi, avrebbe dimostrato di essere speciale. E poi, la sua esperienza le diceva che dietro ogni “uomo di famiglia” si nascondeva una menzogna.

Dopo appena due settimane nellufficio, Sofia raccontò a unamica dei suoi sentimenti per Massimo. Arianna lascoltò con crescente preoccupazione.

“Di nuovo un uomo sposato? Sofia, smettila. E con due bambini!”

“Ah, formalità! È infelice, lo vedo. Prigioniero in una gabbia dorata. Sua moglie… quella Elena… non lo capisce. Gli ha creato una vita comoda, ma la sua anima cerca libertà!”

“Da dove lo deduci? Lhai mai vista? Hai visto come stanno insieme?”

“Non serve! Lui è così rigido, così perfetto… è innaturale! Dietro cè del dolore. Ha paura di ammetterlo. Io voglio aiutarlo. Farlo rinascere.”

“Sofia, cara, parli come la protagonista di un romanzo da due soldi. Non vuoi aiutarlo. Lo vuoi perché è irraggiungibile. Ma questa non è una storia, è la vita vera!”

“Non capisci, Arianna. È la mia vita! Sento che siamo fatti luno per laltra. Lui si è perso. E la sua ‘famiglia perfetta’… scommetto che non è tutto così pulito. Nulla è perfetto. E troverò le prove, vedrai.”

***

Il viaggio di lavoro a Milano fu una prova per Massimo. Chi, secondo voi, si offrì di accompagnarlo? Davanti ai clienti, Sofia era impeccabile, e Massimo quasi si rilassò. Ma quella sera, qualcuno bussò alla sua porta dalbergo.

“Ho un problema con la stanza,” disse Sofia sulla soglia, avvolta in un accappatoio che lasciava intravedere una camicia da notte di seta.

Il cuore di Massimo cadde ai piedi. Unondata di panico gli serrò la gola. Immaginò il volto di Elena, i suoi occhi tranquilli e fiduciosi.

“Aspetta, ti do una coperta,” disse, voltandosi verso larmadio. “Tieni.”

Sofia fece una smorfia, ma accettò.

“Mi sembri un uomo che si è chiuso in gabbia e ha perso la chiave,” gli lanciò mentre usciva. “Peccato. A volte bisogna lasciarsi andare. Sono sicura che dentro di te cè un altro uomo.”

Massimo chiuse la porta e vi appoggiò la fronte, sentendo il sangue pulsare nelle tempie. Non provava solo sollievo, ma una strana, opprimente pietà. Per lei, per sé, per quella situazione assurda.

Al ritorno, Sofia sembrò dimenticarsi di lui. Massimo iniziò a respirare. Ma dopo due settimane, lei gli chiese un passaggio. Con il cuore stretto, rifiutò.

“Ti faccio così schifo?”

“Sei una donna brillante,” disse Massimo. “Ma io amo mia moglie. Ho una famiglia…”

“Quindi è solo questo?” Nei suoi occhi brillò una luce pericolosa.

“No…” esitò, cercando le parole giuste, ma Sofia era già sparita. Si pentì subito della sua esitazione. E non a torto.

Quella stessa notte, si svegliò di soprassalto per una spinta. La mente ancora annebbiata dal sonno, capì che Elena gli sussurrava furiosa allorecchio.

“Massimo, sei sano di mente? Chi è questa donna che ti manda certe foto a mezzanotte?”

Si sollevò sul letto, il cuore in gola. Sul telefono cera una foto di Sofia: in una posa provocante, coperta solo da lingerie…

“Elena, non è quello che credi!” La voce gli si spezzò. Le raccontò tutto, dallinizio, senza nascondere il suo imbarazzo.

Elena tacque a lungo, poi sospirò.

“Il mio ingenuo babbeo,” disse, con una strana miscela di rabbia e tenerezza. “Va bene. Ti credo. Perché so che non saresti capace di una stupidaggine simile. Ma dille che se ripete, verrò in ufficio e farò uno scandalo che dimenticheranno persino le soap opera.”

Massimo annuì nel buio. Il giorno dopo, chiamò Sofia in sala riunioni. Entrà raggiante, come aspettandosi la sua resa.

“Sofia, hai superato ogni limite,” iniziò lui, cercando di mantenere la voce ferma.

“Oh, smettila,” fece lei, avvicinandosi con una mano tesa verso la sua guancia. “Lei non ti merita. Credimi.”

Massimo indietreggiò, e la sua mano rimase sospesa.

“Cosa vuoi dire?”

“Che la tua vita perfetta è una finzione,” disse lei, con voce dolce e velenosa. “Vista da fuori, sembra tutto meraviglioso: moglie affettuosa, la principessina, lerede…”

“Noi stiamo davvero bene.”

“Svegliati, Massimo!” Si alzò di scatto, dominandolo dallalto del tavolo. “Tuo figlio non ti somiglia neanche un po! La bambina è tutta te, ma in Dario non cè nulla di tuo!”

Dentro Massimo tutto si gelò. La fissò, quel volto bellissimo e distorto dalleuforia, e sentì svanire ogni ultimo briciolo di pietà.

“E posso provartelo,” continuò Sofia, trionfante, gettando sul tavolo una stampa. “Guarda! Probabilità di paternità: 0%. Utile avere amici dappertutto, no? Ora ci credi?”

Massimo alzò lentamente lo sguardo su di lei. La rabbia che aveva represso per mesi finalmente esplose, fredda e chiara.

“Ho tollerato le tue avances. Ma i miei figli… non li toccare. Dario non è mio di sangue. Ma questo riguarda solo me ed Elena. Se proprio vuoi ficcarti nelle vite altrui, sappi: i suoi genitori, la sorella di Elena e suo marito, sono morti. Ora è nostro figlio. Sei soddisfatta? Hai saziato la tua curiosità?”

“Scusa, non lo sapevo,” sussurrò Sofia, la sicurezza svanita, rivelando una ragazzina spaventata.

“Anchio ancora non so come tu abbia ottenuto questi risultati, se sono veri. E con quale scopo. Prima pensavo fossi solo sola e infelice. Ora vedo che sei pericolosa. Scrivi le dimissioni. Se non saranno sulla scrivania del direttore stasera, andrò alla polizia. E se mai ti avvicinerai ai miei figli…” fece una pausa, e la sua voce pacata fu più terribile di un urlo, “…la polizia non ti servirà più.”

Sofia si licenziò quello stesso giorno. Massimo tornò a casa prima del solito. Entrò nella cameretta, dove Dario, sei anni, faceva un puzzle, e Marta, otto, i compiti. Li abbracciò entrambi, più a lungo del solito, respirando il loro odore familiare.

Quella sera, con i bambini a letto, Massimo si sedette di fronte a Elena.

“Dobbiamo dirglielo,” sussurrò. “Dario deve scoprirlo da noi, non da altri. Prima è, meglio è.”

Elena lo guardò, con le lacrime agli occhi. Non di dolore, ma di sollievo.

“Ho paura,” ammise.

“Anchio. Ma lo faremo insieme.”

Una settimana dopo, organizzarono una piccola festa di famiglia. Dopo la torta, Massimo prese fiato.

“Dario, io e mamma dobbiamo parlarti di una cosa importante. Di quanto ti vogliamo bene.”

Si accucciò per guardarlo negli occhi.

“Ricordi che ti abbiamo detto che la famiglia è la cosa più importante? E che può essere fatta in tanti modi. Dario, io non sono il tuo papà di sangue. I tuoi primi genitori erano la sorella di mamma e suo marito, erano bravissimi, ma purtroppo non ci sono più. Io e mamma siamo i tuoi genitori per scelta, quella più importante.”

Il bambino rimase in silenzio, poi li abbracciò e chiese se poteva avere un altro pezzo di torta. La nube che pesava sulla famiglia si dissolse, lasciando posto alla serenità. E in quel momento semplice, tra briciole sul tavolo e risate tranquille, non cera più spazio per Sofia o per le sue fantasie ossessive. Tutto era al suo posto.

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