«E questa è mia moglie la mia più grande delusione», presentandomi così mio marito agli ospiti al suo anniversario. Avrebbe fatto meglio a tacere.
Gli invitati brulicavano come un alveare agitato. I bicchieri tintinnavano, le risate si mescolavano alla musica, creando un rumore denso e appiccicoso.
Vittorio, mio marito, mi trascinò davanti al suo vecchio socio un uomo imponente in un costoso completo. Il sorriso di Vittorio era largo, quasi predatore.
«E questa è mia moglie», la sua voce tagliò il brusio generale, e fece una pausa, godendosi lattenzione. «La mia più grande delusione.»
Le parole caddero in un vuoto improvviso, persino la musica sembrò incespicare.
Sorrisi. Gli angoli delle mie labbra si sollevarono da soli, tirando la pelle del viso. Annui persino al socio di mio marito, Ettore Valeri, che mi guardava con orrore non dissimulato.
«Molto piacere», dissi con una calma che mi sorprese.
Vittorio mi diede una pacca sulla spalla, soddisfatto delleffetto ottenuto. Per lui era uno scherzo geniale. Il culmine del suo «umorismo brillante».
Per tutta la serata, quelle parole non mi lasciarono. Non mi ferivano. No. Erano come un diapason che aveva sintonizzato la mia percezione sulla giusta frequenza.
Guardavo mio marito e lo vedevo come per la prima volta. Eccolo ridere fragorosamente alle sue stesse battute, gettando indietro la testa. Eccolo abbracciare con aria paternalista il nipote, sussurrandogli volgarità sulle donne.
Ogni suo gesto, ogni parola, era ora privo della solita maschera. Tutto era diventato dolorosamente chiaro.
Più tardi, in cucina, mentre cambiavo il ghiaccio nel secchiello, lui mi si avvicinò da dietro.
«Allora, Livia? Ti sei offesa?» cercò di abbracciarmi. «Era solo una battuta. Tra di noi.»
Mi scansai dolcemente.
«Quale tra di noi, Vittorio?» chiesi a bassa voce. «Metà degli ospiti sono tuoi soci. E il tuo capo.»
Fece una smorfia, come se avesse mal di denti.
«E allora? La gente ha senso dellumorismo. Non come certuni. Sempre insoddisfatti.»
Non era una scusa. Era unaccusa.
Tornai in salone. La moglie del capo di Vittorio, Veronica Sergio, incrociò il mio sguardo e mi sorrise appena, con compassione. Quello sguardo di complicità femminile significò per me più di dieci anni di matrimonio.
Aspettai che Vittorio tornasse al centro della sala per un altro brindisi pomposo sui suoi successi. Alzò il bicchiere, tutti lo guardavano.
Io, senza guardare nessuno, presi la mia borsetta dalla sedia. E uscii silenziosamente dallappartamento. Non solo da quella stanza piena di bugie. Uscivo dalla sua vita. La porta si chiuse quasi senza rumore.
Laria fresca del pianerottolo sembrò guarirmi. Scesi le scale senza chiamare lascensore, ogni passo mi allontanava dalla vita passata. I suoni della festa si affievolirono, fino a svanire.
Uscii in strada. La città di notte viveva la sua vita, indifferente al mio piccolo dramma. Camminai senza meta lontano dalla nostra casa, che non era più mia.
Nella borsa vibrava il telefono. Una, due, tre volte. Non guardai sapevo chi era.
Dopo mezzora di cammino senza meta, sentii freddo. Mi fermai davanti alla vetrina di una farmacia aperta tutta la notte e presi il telefono. Dieci chiamate perse da Vittorio. E una serie di messaggi:
«Dove sei?»
«Basta con questo circo.»
«Livia, mi stai umiliando davanti a tutti!»
«Se non torni entro 15 minuti, io»
Lultimo messaggio era incompleto. Non sapeva come minacciarmi. Non aveva mai pensato che potessi fare un passo del genere. Ero stata comoda, prevedibile. Parte dellarredamento.
Spensi il telefono. Nel portafoglio cerano alcune banconote il mio piccolo «fondo di emergenza», messo da parte negli anni con i pochi soldi regalati. Non contavo sulle carte di credito.
Entrai nel primo hotel a portata di mano piccolo, con una reception logora e una donna stanca dietro il banco. Pagai in contanti per una notte.
La stanza era stretta e anonima. Odorava di candeggina e vecchi mobili. Mi sedetti sul letto, la coperta ruvida come carta vetrata. E per la prima volta quella sera, sentii qualcosa simile alla paura. E ora?
Al mattino, riaccensi il telefono. Decine di messaggi da lui, da sua madre, persino da alcune «amiche comuni». Tutti dicevano la stessa cosa: «Livia, torna in te, Vittorio è arrabbiato ma ti perdonerà».
Non avevano capito che era io a dover perdonare.
Squillò il telefono. Lui. Guardai lo schermo per qualche secondo, poi risposi.
«Finita la recita?» la sua voce era falsamente calma. «Torna a casa. Basta drammi.»
«Non tornerò, Vittorio.»
«Cosa vuol dire non tornerò? Dove vuoi andare? Non hai un euro. Ho bloccato tutti i conti.»
Lo disse con un orgoglio malcelato. Credeva di tenermi «al guinzaglio corto». Così pensava.
«Vedremo», risposi con la stessa calma.
«Ah, vedremo?» rise. «Non farmi ridere, Livia. Senza di me non sei nessuno. Un vuoto. Sei la mia più grande delusione, ricordi? Non sai fare niente da sola.»
Tacqui. Si aspettava lacrime, suppliche, pentimento. Ma non ci furono.
«Devo prendere le mie cose», dissi.
«Vieni. Ti aspetto. Parliamo da adulti», il suo tono si fece più morbido. Credeva che mi stessi arrendendo.
«No. Verrò con un agente e due testimoni. Per evitare che le mie cose scompaiano. E che tu faccia scenate.»
Dallaltra parte, silenzio. Non se laspettava. Era abituato a risolvere tutto con urla e pressioni. Io avevo spostato la guerra su un altro piano quello legale.
«Tu te ne pentirai», sibilò e riagganciò.
Appoggiai il telefono sul letto. Sì, forse me ne sarei pentita. Ma in quel momento sentivo solo un enorme, ubriacante sollievo.
Trovare un agente fu più facile del previsto. Un giovane tenente, stanco e taciturno, mi ascoltò senza particolare interesse, ma quando accennai a possibili problemi con la divisione dei beni, annuì. Per lui era routine.
Due vicini di casa una coppia anziana che mi salutava sempre con un velo di pena negli occhi accettarono di fare da testimoni. Ora capivo perché.
Quando salimmo al nostro piano, la porta si aprì prima che potessi prendere le chiavi.
Sulla soglia cera Vittorio. In vestaglia, ma con aria di battaglia. Vedendomi con la scorta, cambiò espressione. Il sorriso svanì, gli occhi luccicarono di freddezza.
«Che spettacolo hai organizzato?» grugnì, guardando oltre me verso lagente. «Hai deciso di umiliarmi davanti a tutto il palazzo?»
«Sono venuta a prendere le mie cose personali, Vittorio», dissi, cercando di mantenere la voce ferma. «E voglio farlo con calma.»
Lagente tossì.
«Signore, non ostacoli. Sua moglie ha tutto il diritto di prendere ciò che le appartiene. Senza scene.»
Vittorio arretrò, facendoci entrare. Lappartamento sembrava ancora in festa piatti sporchi, bottiglie vuote. Lodore di allegria svanita e delusione.
Andai dritta in camera. Presi le scatole preparate in anticipo e iniziai a riempirle con vestiti, libri, cosmetici. Vittorio restò sulla soglia, incrociando le braccia e commentando ogni mio gesto.
«Quella blusa te lho comprata io. Anche quella. Metà del tuo guardaroba lho pagato io.»
Non risposi. Continuai. Le sue parole non contavano più. Erano solo rumore.
Poi andai nello studio il suo «santuario».
«Mi servono il mio diploma e i vecchi schizzi», dissi, fermandomi davanti alla sua scrivania di quercia massiccia. «Sono nel cassetto inferiore.»
«Non so dove siano», sbottò. «Forse li ho buttati da tempo, inutili.»
Ma sapevo che mentiva. Tirai il cassetto chiuso.
«La chiave, Vittorio.»
«Non ricordo dovè.»
Negli anni con lui avevo imparato a notare i dettagli. Sapevo che la chiave di quel cassetto la teneva sempre nel vecchio calamaio paterno sulla scrivania. Una piccola abitudine che credeva segreta.
«Vittorio, non complicare», intervenne lagente.
Senza aspettare risposta, presi il pesante calamaio di marmo e lo capovolsi. La chiave cadde sul piano con un tintinnio. Vittorio impallidì. Il suo piccolo controllo sulla situazione stava crollando.
Mi lanciò unocchiata carica dodio, afferrò la chiave e la gettò sul tavolo.
Aprii il cassetto. Sotto una pila di vecchie ricevute cera la mia cartella con i documenti. La presi, ma nel sollevarla urtai unaltra cartella sottile, di cartone. Cadde a terra, spargendo fogli ovunque. Erano schizzi miei. A matita, carboncino, acquerelli. Quelli che credevo perduti. Quelli che avevo lasciato nel nostro primo appartamento, anni prima, quando ancora dipingevo. Quando ancora credevo che mi vedesse. Li aveva conservati. Tutti. Ogni singolo foglio. Ordinati, protetti da una busta di plastica trasparente. E in fondo, uno scatto polaroid: io, giovane, con i capelli sciolti, concentrata sul cavalletto. Sul retro, una scritta a penna, sbiadita ma leggibile: *La mia luce. Prima che svanisse.*
Chiusi gli occhi. Il respiro mi si fermò in gola.
Vittorio non disse una parola. Rimase immobile, come se anche lui vedesse tutto per la prima volta.
Raccolsi i fogli, li rimisi nella cartella. E con voce calma, senza voltarmi, dissi: «Questi li prendo. Non per te. Per me.»
Uscii dallo studio. I testimoni abbassarono lo sguardo. Lagente annuì, serio.
E mentre scendevo le scale con la scatola stretta al petto, capii che non stavo fuggendo.
Stavo tornando a casa.







