**CINQUE SFACCETTATURE DEL DOMANI**
“Be’, i nostri figli si prenderanno cura di noi nella vecchiaia, speriamo… mica li abbiamo fatti per niente. Ma tu, Bea, hai davvero un problema,” disse Natalia con un sorriso mezzo ironico e mezzo compassionevole, versandole altro vino bianco nel bicchiere.
Le cinque amiche erano sdraiate su sacchi a pisello sotto gli ombrelloni del bar sulla spiaggia di Forte dei Marmi. La serera profumava di sale, di pino e di una lieve malinconia.
Quando le amiche avevano invitato Beatrice a unirsi a loro in questo centro benessere, lei non sapeva cosa aspettarsi. Nella sua memoria, “centro benessere” evocava qualcosa di retrò, sovietico: sindacati, reumatismi, fanghi terapeutici e noia. Forse, al massimo, un po di flirt al tramonto della vita.
Invece si era ritrovata in un hotel moderno, con cibo squisito, trattamenti benessere, SPA e un bosco ricoperto di muschio smeraldo dove poteva camminare per ore, ascoltando il respiro dei pini e inseguendo i riflessi del sole tra le foglie.
Il mare, anche se freddo e poco profondo, era comunque una gioia. Ai lati della spiaggia si estendevano le zone nudiste: a sinistra quella femminile, a destra quella maschile.
Quella femminile le aveva fatte ridere: “Guardate, non siamo poi così male, tutto sommato!”
Ma quella maschile… beh, lì avevano riso per lo shock.
“Oddio, guardate quel pancione, ha meno del mio nipotino!” esclamò Livia.
“E quel nanerottolo lì invece… tutto il contrario, è sprofondato nelle radici!” aggiunse Tiziana.
“Grazie, ragazze!” rispose allimprovviso una voce maschile.
Scoppiarono a ridere e si allontanarono in fretta, nascondendo il viso. Si erano dimenticate che la spiaggia non era proprio un posto così remoto.
Dopo cena, nessuna voleva andare a dormirei trattamenti le avevano rinvigorite. La musica del bar risuonava, il sole tramontava sul mare, e la conversazione scivolò, senza che se ne accorgessero, verso argomenti dolorosinel senso più letterale.
Una aveva la pressione alle stelle, unaltra il braccio che le doleva, la terza non riusciva a dormire. Poi si passò alla vecchiaia, alla paura di restare sole, ai figli che ormai avevano una loro vita.
Beatrice provò a sdrammatizzare:
“Guardate, il mondo sta impazzendo, forse non dovremo nemmeno preoccuparci della vecchiaia.”
Ma le amiche erano ormai in vena di condividereognuna raccontava o i suoi incubi o le sue speranze.
Allimprovviso, Diana si animò:
“Vi ricordate che due giorni fa mi avete persa al mercato? Ho incontrato una vecchietta con delle pietre particolari. Le ho comprato questo cristallo,” disse, tirando fuori dalla sua borsa di tela un prisma verde-blu con la punta scheggiata. “Mi ha detto che mostra il futuro.”
“Cosa fa?” strizzò gli occhi Natalia.
“Lo mostra, più o meno. Non ho capito beneil suo italiano era stentato, linglese ancora peggio. Ma ha detto: ‘Cinque sessioni rimaste’. E noi siamo in cinque. Perché non provare?”
Le amiche risero, ma alla fine toccarono il cristallo.
**Prima immagine: Natalia.**
A ottantanni, Natalia era vedova da ormai cinque anni. Viveva nel suo ampio appartamento, tenendosi attiva, anche se la vista cominciava a tradirla.
La figlia, unalta dirigente, era sempre occupatanon aveva nemmeno avuto tempo per una famiglia. Si occupava della madre più per dovere che per affetto.
Un giorno, Natalia salì su una sedia per prendere un vecchio vaso dallarmadiovoleva regalarlo alla figlia. Cadde. Niente fratture, ma i lividi furono tanti. La figlia alzò le braccia al cielo e la portò a casa sua “per un paio di giorni.”
Cucina bianca, pareti bianche, noia bianca.
Una volta Natalia rovesciò del succo di pomodoro.
“Mamma! Ma perché devi sempre metterti nei guai?!”
“Be’,” cercò di sorridere Natalia, “almeno ora linternet ha un tocco di colore. Sembrava una sala operatoria.”
Ma la battuta cadde nel vuoto.
**Seconda immagine: Diana.**
Diana aveva cresciuto suo figlio da sola. Tutto per lui, tutto per il suo bene.
Il figlio diventò un bravo programmatore. Poi sposò una tedescae sembrò dare a lei tutto lamore che un tempo era della madre.
La nuora era fredda come lacciaio. La casa, intestata “per evitare tasse di successione,” diventò il suo territorio.
Diana faceva fatica a camminare, il cuore le ballava, il respiro era corto. La assistevano, ma con irritazione.
“Mamma, non toccare! Mamma, non intralciare!”
Passava quasi tutto il tempo rinchiusa in camera, a volte piangeva di notte, ma al mattino ricominciava a sorridere.
Un giorno chiamò Natalia.
“Non ce la faccio più.”
“Allora preparati. Vieni da me. Affronteremo tutto insieme.”
E così fecero.
Una vedeva male, laltra camminava piano, ma insieme riuscivano in tutto.
Ridevano delle loro debolezze:
“Ma senti, hai di nuovo spazzato tutta la polvere negli angoli!”
“Ma almeno in mezzo alla stanza è pulito!”
La sera chiacchieravano e discutevano di tutto: politica, futuro, tecnologia, felicità… Le loro opinioni spesso erano opposte, ma questo non le fermava.
Poi accendevano la TV: Natalia ascoltava, Diana descriveva.
“Penso una cosa,” diceva Natalia. “Forse è un bene che non ci vedo più tanto. Il mondo è diventato… brutto.”
“Non dire sciocchezze,” ribatteva Diana, lottimista. “Siamo solo noi che siamo reliquie. Il mondo va avanti.”
**Terza immagine: Livia.**
Livia aveva due figlie gemelle. Nella vecchiaia, una la prese con sé, laltra veniva a trovarla con i nipoti.
La casa era sempre piena di risate, profumava di popcorn e shampoo per bambini.
“Nonna, ma davvero sei nata quando non cera internet?” chiedeva sbigottito un bambino riccioluto. “Hai visto i mammuth?”
“Certo,” rideva Livia. “E le tigri dai denti a sciabola!”
Il piccolo, sorpreso, si nascose sotto il tavolo.
E Livia gli accarezzò i capelli, pensando: “Ecco la felicitàin questi ricciolini minuscoli.”
**Quarta immagine: Beatrice.**
Beatrice, medico, aveva passato gran parte della vita da sola. Due divorzi, decine di turni, centinaia di pazienti. Lavorava e metteva da parte per la vecchiaia. Sapeva di non poter contare su nessuno.
Quando le forze cominciarono a mancare, scelse da sola una casa di riposomoderna, accogliente, con un giardino e balli il mercoledì.
E allimprovvisorifiorì.
Gite per la spesa, escursioni, tombola, nuovi amici.
E ai balli, un simpatico vicino col deambulatore una volta le disse:
“Posso essere il suo partner per il cha cha cha?”
Beatrice rise e rispose:
“Se regge il mio ritmo. Forse è meglio iniziare con qualcosa di più lento?”
**Quinta immagine: Tiziana.**
Tiziana e suo marito avevano sempre sognato una casa al mare. E lavevano compratain un paese asiatico lontano.
Ora avevano il loro piccolo paradiso: una donna del posto cucinava, puliva, aiutava.
Il marito aveva avuto un ictus, ma la sera Tiziana lo portava sulla spiaggia con la carrozzina.
Stavano seduti, guardavano il sole tuffarsi nelloceano e parlavano di tutto. Anche se a volte bastava il silenzio.
“Per fortuna che ce labbiamo fatta,” sussurrava lui.
“Ce labbiamo fatta,” rispondeva lei.
Quando le visioni svanirono, le donne rimasero in silenzio a lungo.
Il cielo era diventato viola, le onde sussurravano qualcosa di infinito.
“Allora,” si schiarì la voce Tiziana, “non è poi così terribile, no?”
“Al contrario,” sorrise Diana. “È tutto… umano.”
“E anche bello,” aggiunse Natalia. “Solo che meno lividi, per favore. Brindiamo a questo?”
Risero tutte.
Il cameriere portò unaltra bottiglia. Il cristallo sul tavolo rifletteva i fuochi del tramontofioco, ma ostinato. Non si era rotto, non si era spentoera solo diventato più trasparente.
“Che sia così,” disse Beatrice. “Ognuna ha la sua versione, ma tutto sommato… non male.”
“La vecchiaia è pur sempre vita,” disse Livia, versandosi altro vino. “Solo unora diversa del giorno.”
Brindarono, e il mare, in silenzio, fu daccordo.





