**Diario di un Padre**
“Non abbiamo più bisogno di te,” dissero i figli, e se ne andarono.
“Mamma, perché fai sempre così? Avevamo un accordo!” Elisabetta sbatté i sacchetti della spesa sul tavolo, irritata.
“Tesoro, volevo solo aiutare. Pensavo che a te e a Luca sarebbe piaciuto se avessi lavorato a maglia un maglione per Sofia per linverno,” disse Anna Maria, seduta accanto alla finestra, le dita sottili che stringevano i ferri da maglia.
“Sofia ha quattordici anni. Non indosserà mai un maglione fatto dalla nonna, capiscilo! Ha il suo stile. I giovani oggi vestono in modo diverso.”
Anna Maria sospirò, posando il maglione rosa a metà lavoro. Qualcosa dentro di lei si strinse dolorosamente. Era davvero così brutto il suo regalo? Aveva scelto un motivo moderno, filati morbidi.
“E quando verrete a prendere un tè? Farò una crostata. Con le mele, come piace a Sofia.”
Elisabetta si bloccò un attimo davanti al frigo, poi lo chiuse più forte del necessario.
“Mamma, non abbiamo proprio tempo per il tè. Sofia studia per gli esami, Luca ha un progetto urgente, io lavoro dalla mattina alla sera. Te labbiamo già detto laltra volta.”
“Sì, certo,” Anna Maria lisciò una piega del suo vestito da casa. “Pensavo solo che forse domenica…”
“Non ricominciare,” la interruppe Elisabetta. “Domenica andiamo alla casa al lago di Claudia e Marco. È il compleanno di Matteo, ricordi?”
“Matteo compie sedici anni,” sorrise Anna Maria. “Come crescono in fretta i bambini. E mi porterete con voi?”
Elisabetta corrugò la fronte, come se la domanda lavesse colta di sorpresa.
“Mamma, ci saranno solo giovani. Ti annoieresti. E poi il viaggio è faticoso.”
“Non mi stancherei,” si affrettò a dire Anna Maria. “E posso preparare la torta. Ricordi quanto piaceva a Matteo il mio pan di spagna al miele?”
“Hanno già ordinato una torta in pasticceria. Moderna, con la foto sopra.”
Anna Maria annuì e riprese i ferri per nascondere la delusione. I figli erano cresciuti, anche i nipoti. Avevano la loro vita, e a lei sembrava di non avere più spazio.
Elisabetta guardò lorologio e si affrettò:
“Devo andare. Ho sistemato la spesa. Non cuocere il riso, ti fa salire la pressione. E ricorda le medicine stasera.”
“Grazie, tesoro,” Anna Maria accompagnò la figlia alla porta e la abbracciò. Elisabetta si irrigidì, come se il contatto le desse fastidio, e si liberò in fretta.
“Ciao, mamma. Ti chiamo durante la settimana.”
La porta si chiuse. Anna Maria rimase nellingresso per qualche secondo, ascoltando i passi che si allontanavano. Poi tornò lentamente in salotto. Lappartamento, un tempo pieno di risate, ora le sembrava troppo silenzioso e vuoto.
Aprì la credenza e tirò fuori lalbum di famiglia. Ecco Roberto ed Elisabetta da piccoli, nella sabbiera. Ecco loro al mare il marito era ancora vivo, e tutti insieme avevano risparmiato per quella vacanza in Sicilia. Poi le prime elementari, i diplomi. I matrimoni… e i nipotini in braccio alla nonna. Quando nacque Sofia, Anna Maria lasciò il lavoro, anche se mancavano tre anni alla pensione. Elisabetta e Luca erano felici che qualcuno potesse badare alla piccola. Anche Matteo lo aveva tenuto spesso, anche se meno Claudia se la cavava da sola.
Il suono del campanello la strappò ai ricordi. Sulla soglia cera Teresa, la vicina del terzo piano.
“Anna, hai visto? Hanno di nuovo tagliato lacqua calda! Senza avvisare!” esclamò. “Mi offri un tè? Non posso nemmeno lavare i piatti.”
“Certo, entra,” sorrise Anna Maria. “Stavo per fare una crostata, ma ora non so con chi berrò il tè…”
“Elisabetta è passata? Ho visto la sua macchina fuori.”
“Ha portato la spesa,” annuì Anna Maria, prendendo le tazze. “Di corsa, come sempre. Dice che non ha tempo.”
“Lo dicono tutti,” scrollò le spalle Teresa. “Mio figlio Gianni è sempre troppo occupato, se lo ascolti. Ma quando si tratta di portare i nipoti in campagna per lestate, improvvisamente trova il tempo per accompagnarmi e riprendermi. Perché non vai tu a trovarli, invece di stare qui sola?”
“Ci ho provato,” sospirò Anna Maria, sistemando le tazze. “Ma hanno sempre i loro programmi.”
“Non chiedere, dì: Sabato vengo a trovare mia nipote. Punto. Che faranno, non faranno entrare la madre?”
Anna Maria tacque. Teresa non sapeva che lultima volta che era andata senza preavviso, Elisabetta si era arrabbiata così tanto che per una settimana non aveva chiamato. Aveva detto che avevano ospiti del lavoro di Luca, e lei era arrivata con i suoi dolci.
Teresa versò il tè e si avvicinò alla scatola dei biscotti.
“Io per Capodanno vado da mia sorella a Firenze. Lì cè calore, compagnia. Qui cosa faccio? Solo davanti alla TV, con i botti che suonano e nessuno con cui brindare.”
“Elisabetta ha promesso di venire a prendermi per Capodanno,” disse in fretta Anna Maria. “Fanno sempre festa a casa, con la famiglia di Marco.”
“Magari,” annuì Teresa, ma nella voce cera scetticismo. “Perché parlare sanno tutti, ma quando si tratta di agire…”
Dopo che Teresa se ne fu andata, Anna Maria preparò comunque la crostata di mele. Piccola, per quattro persone. Ne mangiò una fetta, ne mise due da parte per i vicini con cui a volte scambiava due parole, e lultima la tenne per il giorno dopo.
Quella sera chiamò Roberto.
“Mamma, ciao, come stai?” La voce era allegra, ma distante.
“Bene, tesoro. Elisabetta è passata oggi, ha portato la spesa. Come sta Claudia? E Matteo?”
“Tutto bene. Senti, mamma, riguardo alla casa in campagna…”
Anna Maria si irrigidì. La casa, lasciata dal marito, era a suo nome. Un piccolo podere con una vecchia ma solida abitazione. Una volta ci passavano ogni estate. Poi i figli erano cresciuti, il marito era morto, e lei ci andava sempre meno era dura tenerla in ordine da sola.
“Sì, ricordo,” rispose cauta.
“Ecco, cè una possibilità. Io e Claudia potremmo costruire una casa più grande, in un posto migliore. Ma servono soldi per lanticipo. Abbiamo pensato perché non vendere la casa in campagna? Tanto ci vai quasi mai.”
Anna Maria tacque, stringendo il telefono. Non se laspettava. Quella casa era lultimo legame con la vita che aveva condiviso con Giovanni. Ogni angolo le ricordava di lui la veranda che aveva costruito, i meli piantati con le sue mani.
“Roberto, ma è… è la memoria di papà. E pensavo che forse i nipoti…”
“Mamma,” la voce di Roberto si fece impaziente. “Quali nipoti? Matteo non vuole andarci, preferisce i videogiochi. E poi la tua casa cade a pezzi, tra poco crollerà il tetto. Meglio venderla ora, mentre vale ancora qualcosa. Una parte te la daremo, certo.”
“Ci penserò,” rispose piano.
“Mamma, non cè nulla a cui pensare. Lofferta è buona, hanno già visto il terreno. Domani devi firmare i documenti. Passo a prenderti alle dieci, va bene?”
Il giorno dopo Roberto arrivò puntuale, insolitamente premuroso, le aiutò persino a mettere il cappotto. In macchina, parlava entusiasta della nuova casa, della stanza degli ospiti spaziosa.
“Potrai venire tutti i weekend, mamma. Posto fantastico, aria pulita. Niente a che vedere con la tua casetta vicino alla strada.”
Anna Maria ascoltava e annuiva. Nel profondo sapeva che nessuno lavrebbe portata lì ogni weekend. E quella stanza sarebbe rimasta vuota. Ma non voleva contraddire il figlio. Era così entusiasta.
Allagenzia firmò tutti i documenti. Un giovane in giacca spiegava tasse e tempistiche, ma lei non ascoltava. Vedevo solo la veranda della loro casa, dove lei e Giovanni bevevano il tè al tramonto.
“Ecco fatto,” Roberto era soddisfatto uscendo. “I soldi arriveranno dopodomani. La tua parte te la mando subito sul conto.”
“Grazie, tesoro,” cercò di sorridere. “Sei di fretta oggi? Passiamo da me per un tè? Ho fatto la crostata ieri.”
Roberto guardò lorologio.
“Non posso, mamma. Ho un appuntamento tra mezzora. Unaltra volta, va?”
La lasciò davanti al portone e partì, salutando con la mano. Anna Maria salì lentamente le scale. La porta accanto si aprì la vicina Maria sbucò nel corridoio.
“Anna, la tua crostata ieri era buonissima! Me la scrivi la ricetta? I miei nipoti vengono questo weekend.”
Anna Maria sorrise. Almeno a qualcuno piaceva quello che preparava.
Qualche giorno dopo chiamò Elisabetta. La voce era agitata.
“Mamma, perché non rispondi al telefono? Ho chiamato anche sul fisso.”
“Ero a fare la spesa, tesoro.”
“Ah, va bene. Senti, abbiamo una notizia! A Luca hanno offerto un contratto a Milano, per almeno tre anni. Lo stipendio è il doppio, con lappartamento pagato. Abbiamo deciso di accettare.”
Anna Maria si sedette, sentendo le gambe cedere.
“Milano? Ma è così lontano…”
“Non tanto. In treno sono due ore. Verremo per le feste.”
“E Sofia? La scuola, gli amici…”
“Per Sofia è unopportunità. Lì cè un liceo scientifico eccellente, e lei vuole fare medicina. Tutto combacia perfettamente.”
“Ma quando partite?” Cercò di mantenere la voce calma.
“Fra due settimane. Adesso sistemiamo i documenti, prepariamo le cose. Non cè tempo per niente! Ma prima di partire verremo a salutarti.”
Le due settimane volarono. Anna Maria aspettò che venissero, come promesso. Ogni mattina si svegliava pensando che quel giorno avrebbe visto Sofia, preparato la sua crostata preferita. Ma il telefono taceva.
Alla fine, il giorno prima della partenza, suonò il campanello. Sulla soglia cerano Elisabetta e Luca. Sofia era rimasta in macchina le faceva male la testa, spiegò Elisabetta. Restarono mezzora, bevvero un tè di fretta, rifiutarono la crostata dieta.
“Mamma, ti abbiamo comprato un telefono semplice,” Elisabetta tirò fuori una scatola. “È facile da usare. Ci sentiremo. E poi,” aggiunse un foglietto, “i numeri delle mie amiche qui, Francesca e Laura. Se succede qualcosa, chiama loro, ti aiuteranno.”
“Ma Roberto non…”
“Roberto ora ha la casa fuori città, lo sai. Non potrà venire spesso. Ma non preoccuparti, le ragazze sono affidabili.”
Quando se ne andarono, Elisabetta la abbracciò più forte del solito e sussurrò:
“Stai bene, eh? Così stiamo tranquilli.”
Quella stessa sera chiamò Roberto.
“Mamma, domani ci trasferiamo nella nuova casa. Sai, cè così tanto da fare, abbiamo la testa tra le nuvole. Claudia dice che allinizio sarà difficile avere ospiti. Non offenderti, va? Appena sistemiamo tutto, ti invitiamo subito.”
“Certo, tesoro. Capisco.”
Passarono giorni di silenzio. Elisabetta chiamava una volta a settimana, brevi conversazioni. Roberto quasi mai preso dai lavori. Con i nipoti era difficile parlare scuola, allenamenti, amici.
Anna Maria cercò di riempire il vuoto. Si iscrisse in biblioteca, andava agli incontri del circolo di poesia. Conobbe nuove persone pensionati solitari come lei.
Una sera, mentre tornava da uno di questi incontri, squillò il telefono. Elisabetta.
“Mamma, ciao. Come stai?”
“Bene, tesoro. Vengo dalla serata di poesia. Sai, ho persino letto una mia poesia. Tutti mi hanno fatto i complimenti.”
“Che bello,” rispose distratta. “Senti, cè una possibilità… A Luca offrono un trasferimento in Canada. Lo immagini? Che occasione per tutti! Sofia potrebbe studiare in ununiversità prestigiosa.”
Anna Maria tacque, sentendosi gelare dentro.
“Mamma? Mi senti?”
“Sì, tesoro. Il Canada è molto lontano.”
“Sì, ma le opportunità là! Abbiamo quasi deciso. Se tutto va bene, partiamo fra tre mesi.”
“E io?” chiese piano.
“Cioè?”
“Rimarrei completamente sola. Roberto è occupato, chiama poco. E ora anche voi…”
“Mamma, ma che dici?” La voce di Elisabetta si fece irritata. “Non sei una bambina. Hai la tua vita, noi la nostra. Non possiamo rinunciare a questa opportunità solo perché ti mancheremo.”
“Capisco,” deglutì il nodo in gola. “Ma forse potrei venire con voi?”
Silenzio.
“Mamma, è impossibile. I visti sono complicati. Poi affitteremo un appartamento piccolo, non cè spazio. E tu non parli inglese. Come vivresti lì?”
“Potrei imparare…”
“Mamma,” la voce di Elisabetta era stanca, come se parlasse a un bambino. “Hai sessantasette anni. Quale inglese? Quale emigrazione? Qui hai la pensione, la tua casa, le tue amiche. Là staresti peggio.”
Anna Maria sentì le lacrime salire, ma si trattenne.
“Sì, forse hai ragione.”
“Ecco, brava,” si rasserenò Elisabetta. “Non abbiamo ancora deciso definitivamente. Ti terremo aggiornata.”
Una settimana dopo chiamò Roberto. Parlava secco, pratico.
“Mamma, senti. Io e Elisabetta abbiamo parlato… Visto che loro vanno in Canada, abbiamo pensato forse potresti affittare il tuo appartamento? Sarebbe un reddito extra. E tu potresti trasferirti in una casa di riposo. Sai, ora sono molto dignitose. Pasti, assistenza, attività.”
“Casa di riposo?” ripeté, incredula.
“Non spaventarti, non è come pensi. Una residenza per anziani, con gente della tua età. Socializzi, ti diverti. Non saresti sola.”
“E il mio appartamento?”
“Lo affitteremmo, e i soldi servirebbero per la residenza e per il tuo conto. Tutto equo.”
Anna Maria chiuse gli occhi. Ecco, allora. La volevano mandare via per liberare lappartamento.
“Roberto, non voglio andare in una residenza. Voglio stare a casa mia.”
“Mamma, ma sarebbe meglio per te! Avresti assistenza, niente pulizie. Qui sei sola. E se ti succede qualcosa?”
“Non succederà. Riesco benissimo da sola.”
“Mamma, non essere testarda. Pensiamo al tuo bene.”
“No, Roberto. Voi pensate al mio appartamento,” disse, senza volerlo.
“Cosa?” La voce di Roberto si fece dura. “Come ti permetti? Noi ci preoccupiamo! Elisabetta va in Canada, io sono fuori città. Chi si prende cura di te?”
“Me ne occupo io. Non mi serve una badante.”
“Ecco, complici tutto. È sempre così. Cerchi di aiutarla, e lei…” Non finì. “Va bene, calmati e rifletti. Ti chiamo domani.”
Ma non chiamò né il giorno dopo né quello dopo ancora. Anna Maria aspettò tre giorni, poi decise di chiamare lei. Rispose Claudia, dicendo che Roberto non cera.
“Digli che ha chiamato la mamma,” chiese.
“Daccordo,” rispose secca la nuora, salutando in fretta.
Una settimana dopo, Elisabetta chiamò.
“Mamma, partiamo dopodomani. I documenti sono pronti.”
“Così presto? E il saluto?”
“Siamo troppo presi, mamma. Trasloco, mille cose. Ma chiameremo in video. E magari tra un anno torniamo in vacanza.”
“Tesoro, ma non posso nemmeno abbracciarvi?”
“Mamma, non drammatizzare. Non è per sempre. Solo qualche anno. Un giorno torneremo.”
“Un giorno,” ripeté.
“E poi, mamma… ne ho parlato con Roberto. La residenza è davvero una buona opzione. Non rifiutarla subito.”
“Elisabetta, non lascerò la mia casa.”
“Va bene, va bene,” si affrettò a dire. “Non parliamone ora. Pensaci, sì?”
Il giorno della partenza, Elisabetta non chiamò. Anna Maria aspettò tutto il giorno, ma il telefono restò muto. Alla sera chiamò lei, ma il numero era irraggiungibile. Probabilmente erano già in volo.
Roberto chiamò tre giorni dopo.
“Mamma, come stai? Tutto bene?”
“Tutto bene, tesoro. Elisabetta è arrivata?”
“Sì, si sono sistemati. Hanno preso casa, Sofia è iscritta a scuola. Tutto bene.”
“Che bello. E tu perché non passi? Ho fatto la crostata.”
Silenzio.
“Mamma, ho un sacco di lavoro. E la nuova casa, sai. Troppe cose.”
“Capisco,” disse piano. “Ma magari nel weekend? Vorrei vedere Matteo. Mi manca tanto.”
“Matteo ha le partite. Si è iscritto a hockey. E poi, mamma, capisci, ora non è il momento per visite. Appena siamo più liberi, veniamo, promesso.”
Ma non vennero né una settimana dopo né un mese dopo. Le chiamate si fecero più rare e brevi. Poi arrivò ciò che Anna Maria temeva di più. Roberto chiamò per dire che a lui e Claudia avevano offerto un lavoro a Roma.
“Unoccasione incredibile, mamma. Matteo potrà entrare in unottima università. E poi Roma è il futuro.”
“E la casa? Lavete appena costruita.”
“La affitteremo. O la venderemo, non abbiamo deciso.”
“E quando partite?” Il cuore le batteva in gola.
“Fra un mese. Ora sistemiamo i documenti.”
“Tesoro, verrete a salutarmi prima di partire?”
Roberto tossì.
“Vedi, mamma… non abbiamo proprio tempo per visite. Troppe cose da fare. Magari passiamo quando torniamo da Roma.”
“Roberto,” disse con tutta la sua fermezza. “Voglio parlare seriamente. Della residenza. Non ci andrò, capisci? Questa è la mia casa, ho vissuto qui con tuo padre, qui siete cresciuti. Qui ci sono tutti i miei ricordi.”
“Mamma, ecco che ricominci… Era solo un suggerimento. Per il tuo bene.”
“Per il mio bene sarebbe che non vi dimenticaste di avere una madre.”
“Cosa?” La voce di Roberto si fece dura. “Noi ci dimentichiamo? Io chiamo, Elisabetta scrive dal Canada. Ti mandiamo soldi. Cosaltro vuoi?”
“Voglio i miei figli e nipoti, non i soldi.”
“Mamma, siamo adulti. Abbiamo la nostra vita. Non puoi pretendere che stiamo sempre con te. I tempi sono cambiati. Oggi tutti si spostano.”
“Non pretendo che stiate con me. Vi chiedo solo di ricordarvi che sono viva.”
“Ecco, ricominci con il melodramma. Devo andare, ho da fare. Ci sentiamo dopo,” e riattaccò.
Il giorno della partenza, Roberto passò, ma da solo e solo per mezzora. Portò una scatola di cioccolatini, un bacio sulla guancia, come a unestranea. Parlava distante, come se fosse un dovere spiacevole.
“Come va, mamma? Tutto bene?”
“Tutto bene,” cercò di sorridere. “Dovè Claudia? Dovè Matteo?”
“A casa, preparano le valigie. Non abbiamo tempo.”
Quando se ne andò, Anna Maria capì che non lavrebbe rivisto per molto tempo. Forse mai. Un nodo le serrò la gola.
“Roberto,” lo chiamò. “Tesoro, davvero non vi servo più?”
Si voltò sulla soglia, esitò un attimo. Poi, senza guardarla:
“Mamma, ma che sciocchezze? Ognuno ha la sua vita. Lo capisci, no?”
“Lo capisco,” annuì. “Capisco tutto, tesoro.”
Se ne andò, e lei restò a lungo sulla porta, guardando il corridoio vuoto. Poi tornò in salotto, si sedette sul divano. Intorno, solo silenzio. Solo il ticchettio dellorologio a muro quello vecchio, di Giovanni. Amava gli orologi meccanici, diceva che avevano unanima.
Prese il telefono, compose il numero di Teresa.
“Teresa, ciao. Ricordi che parlavi di andare da tua sorella a Firenze per Capodanno? Posso venire con te?”
La voce di Teresa era sorpresa, ma felice:
“Anna? Certo! Mia sorella sarà contenta. Casa grande, cè posto per tutti. Cosè, hai cambiato idea sui figli?”
“Sì,” sentì un peso sollevarsi. “Ho deciso di occuparmi di me. I figli ora hanno altro a cui pensare.”
“Brava!” approvò Teresa. “Sei ancora giovane, perché rattristirti qui? E poi Firenze è bellissima. I figli torneranno da te, vedrai. Quando i nipoti cresceranno, si ricorderanno della nonna.”
“Forse,” sorrise Anna Maria. “Ma ho deciso di non aspettare. Anche io ho diritto alla mia vita, no?”
Appese e si avvicinò alla finestra. Fuori cadeva la prima neve. Iniziava un nuovo inverno, e forse una nuova vita. Senza figli, ma forse non così sola.







