Terribile scoperta per puro caso: mia sorellina di quattro anni, Lucia, ha sviluppato un’ernia ombelicale

Ecco la storia adattata alla cultura italiana:

Una tremenda sorpresa è venuta fuori per puro caso. La mia sorellina di quattro anni, Ginevra, aveva unernia ombelicale. I dottori dissero di non aspettare: prima si operava, meglio era. Ma Ginevra, senza papà, si rifiutava categoricamente di andare in ospedale. Aspettammo che tornasse da un viaggio di lavoro, e lui laccompagnò fino alla sala operatoria.

“Papà, mi aspetti qui?” singhiozzò la piccola.
“Dove vuoi che vada, tesoro? Certo che ti aspetto. Perché piangi? Sei la mia bambina coraggiosa!”
“Ma io non piango! Sto solo sospirando!”

E se la portarono via. Un intervento semplice, di routine. Ma i medici chiesero ai genitori di donare sangue alla banca del sangue: era obbligatorio.

“Ma dovrebbe essere compatibile solo con uno di noi,” disse papà. “Magari fate prima le analisi? Così non doniamo sangue inutile.”
“Il sangue *non* è mai inutile!” rispose il dottore, deciso.

Mamma e papà donarono. Mamma era pallidissima, sembrava sul punto di svenire. Poi non riusciva a stare ferma: andava e veniva dalla sala prelievi, parlava con le infermiere. Infine portarono via Ginevra in sala operatoria, e papà andò ad aspettarla come promesso. Stette con lei tutto il weekend. Mamma, un po più tranquilla, venne a vedere la figlia e mi portò a casa, anche se io non volevo.

“Posso stare con lei anchio,” insistevo testardo.

Avevo undici anni. Ginevra, la mia sorellina bionda, era la persona che amavo di più al mondo. Forse più di mamma e papà. Come non amarla? Un angelo. Un angelo biondo in carne e ossa.

Immaginate un piccolo paese con un ospedale comunale. Nuovo, attrezzato, perfino con una banca del sanguema sempre un paesino era. Passarono tre giorni, Ginevra era già a casa, e papà si preparava per un altro viaggio. Uscì a comprare sigarette per la strada. Tornò con una faccia da temporale.

“Papino!” strillò Ginevra dalla sua camera (era ancora a riposo a letto). “Mi hai portato i marshmallow che mi piacciono tanto?”

Papà lasciò la busta della spesa nel corridoio. Mi disse di andare subito da Ginevra. Prese mamma per un braccio e la trascinò in cucina.

“Marco Marco, ma che fai?”

Quella conversazione in cucina la scoprii solo anni dopoio e Ginevra allora non capivamo niente. Lei era troppo piccola, io ubbidivo a papà. In camera da letto, in camera da letto. Ginevra cominciò a frignare, voleva papà e i marshmallow; le proposi di leggere qualcosa. Grazie a Dio, accettò.

In cucina, Marco, con gli occhi fuori dalle orbite, si avvicinò a Silvia così tanto che lei si schiacciò contro il muro. Non poteva indietreggiare oltre.

“È vero? Che Ginevra non è mia?”
“Ma come Marco, sei fuori di testa? Che cosa dici?”
“Ti dico cosa dico. Io ho sangue A positivo, tu hai 0 positivo. Lei,” e indicò la porta, “ha B negativo. Se cè un errore, possiamo rifare le analisi.”

Silvia lo spinse via, andò al tavolo, si sedè. Appoggiò la testa sulle mani e gemette:

“Stronzi. Glielavevo chiesto! Ma che gli importa? Ci invidiano, Marco, ci invidiano la nostra vita. Abbiamo tutto. E i bambini così belli”
“Ah, glielavevi chiesto. Capisco.”

Uscì dalla cucina, lasciando Silvia in lacrime. Solo una volta aveva sbagliato per noia con un ingegnere in trasferta. Il marito sempre in viaggio. Nei film, il camionista è affascinante e romantico. Nella vita, è freddo e triste. Silvia pensò che doveva fare qualcosa! Daltronde, lui in viaggio faceva chissà cosa. Saltò su e corse dietro a Marco, ma lui era già sparito. Sul tavolo, sola, rimase la scatola di marshmallow.

Dopo il viaggio, papà parlò seriamente con me. Mi chiese di andare via con lui.

“Papà, ma e Ginevra? E mamma? Non puoi restare?”

Mi sentii come schiacciato da una montagna di cemento. Le montagne sono fatte di roccialavevo visto in un documentario. E anche quella sulle mie spalle era fatta di strati diversi. La paura di perdere papà. La paura di scegliere. Alla fine, qualcuno lavrei perso comunque. Facendo due conti, decisi di restare. Ginevra + mamma erano di più di un solo papà. Anche se, in realtà, da sola Ginevra valeva più di tutti.

Papà continuò a vedermi spesso. Di Ginevra sembrava essersi dimenticato. Non capivo, ma sapevo: se avesse potuto spiegarmi, lavrebbe fatto. Allinizio Ginevra era triste, piangeva, faceva male a guardarla. Poi smise di chiedere di papà. Si chiuse in sé stessa, giocando con le sue bambole. Non capivo esattamente perché quella punizione fosse caduta su di lei, ma potevo immaginarlo. E mamma

Mamma impazzì. Cominciò a portare a casa spazzatura dalla discarica. Prima cose innocue, quasi utili. Poi di tutto. Di noi non le importava più. Stava lì, tra i suoi “tesori”, a sussurrare e sistemare. Come una donna giovane e bella potesse trasformarsi in *quello* in un anno e mezzo, non lo capivo. Ma a papà non dissi nulla. Di me, a volte di Ginevra, si occupava la vicina. Col cibo me la cavavo con i soldi che papà mandava. Ma lodore che impregnava casa a scuola mi prendevano in giro, ma evitavo le discussioni.

“Zia Anna, mi insegni a stirare?” bussai alla porta della vicina.
“Lorenzo, dovresti prima lavare i vestiti” disse Anna, arricciando il naso.
“Inutile. Li ho lavati. Ma domani vado da papà, devo essere presentabile”
“Allora lui non sa niente di Silvia?” sussurrò la vicina.
“Non glielo dirò. Se nè andato, quindi non sono affari suoi!”

Mi fece entrate nel suo appartamento, poi ci ripensò e disse:

“Porta anche Ginevra. Vi sistemo io. E portate qui i vestiti, potete cambiarvi da me.”

Così facemmo. A scuola non puzzavo più come un barbone. Ma la buona zia Anna non si fermò lì. Andò da papà e lo rimproverò. Lui mi aspettò dopo scuola.

“Perché non mi hai detto niente?”
“E tu saresti tornato?”
“No. Ma potresti vivere con me.”
“E Ginevra?”

Lui tacque. Scossi la testa e mi avviai verso casa.

“Aspetta! Ginevra potrebbe stare dalla nonna.”
“La nonna ha un nuovo marito. Non ha tempo per noi.”
“Capisco da chi hai ereditato” cominciò papà, poi si fermò.

Provò comunque a parlare con lex suocera.

“Marco, sei matto? Cosa me ne faccio di bambini piccoli? Io ho, diciamo, una seconda giovinezza.”
“Ma Ginevra è tua nipote!”
“Peccato.”
“Cosa?!” rimase senza parole.
“Peccato che la maternità sia certa, ma la paternità no. Se avessi avuto un figlio maschio, e lui avesse figli, chissà se sarebbero davvero miei nipoti. Ma questa è davvero mia. Peccato che io abbia la mia vita.”
“Già. Come ho fatto a sposare Silvia? Bastava guardare meglio te.”

Una mattina mi svegliai e mamma non cera. Tutta la sua spazzatura era al suo postoaveva risparmiato solo la nostra camerama di lei nessuna traccia. Aprii la finestra: laria gelida diluì un po la puzza. Diedi da mangiare a Ginevra, mangiai qualcosa anchio. La portai dalla vicina:

“Mamma non cè, devo andare a scuola.”
“Come non cè?” si allarmò Anna. “Fa un freddo cane! Dovè?”

La mia squilibrata madre finì i suoi giorni in una discarica lontana. Perché si fosse persa invece di tornare a casa, nessuno lo seppe. Anna disse che sarebbero venuti i servizi sociali a occuparsi di noi. E vennero. La donna guardò il nostro appartamento e si rivolse ad Anna:

“Potremmo fare le carte da voi?”
“Prego, accomodatevi,” disse la vicina, alzando le spalle.

“Un momento! Nessuno entra,” sentii la voce di papà che saliva le scale. “Scusate, sono appena tornato. Sono i miei figli.”
“E lappartamento è vostro?” disse la donna, sarcastica.

Papà non guardò nemmeno dentro. Mi disse solo:
“Prendi le tue cose. Andiamo a casa mia. Qui sistemeremo dopo.”
“E Ginevra?” chiesi, gelando dal terrore.
“Naturalmente. Ginevra, preparati anche tu.”

Mia sorella si staccò dal muro a cui si appoggiava e fece qualche passo insicuro verso papà.
“Papino?”
“Cosa, amore?”
“Sei davvero tu?”

Papà la sollevò tra le braccia e la strinse a sé, sospirando profondamente.
“Sono io. E sono qui. Tutto bene.”
“Non andartene più, papino!” urlò Ginevra.

Mi irrigidii. Ora avrebbe fatto una scenata, e la donna seria ci avrebbe portato via nonostante avessimo un padre vivo. Invece la tipa perse interesse e chiacchierò con Anna. E papà teneva Ginevra in braccio, con le lacrime che gli scorrevano sul viso. Aveva provato a odiare anche lei, a tenersi lontano, ma lamore aveva vinto su tutto. Lamore per noi, per i suoi figli.

“Non me ne vado. Non vi lascerò mai più,” disse piangendo.

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