Il Ritorno

**Il Ritorno**

Salendo per le scale strette, Marco entrò nel cortile. Nel seminterrato del palazzo c’era la piccola officina di riparazione di elettronica dove lavorava da due mesi. Il cielo era coperto da una coltre grigia, ma non pioveva. Per ottobre, faceva ancora abbastanza caldo. Stava già iniziando a fare buio, anche se erano solo le cinque del pomeriggio.

Non aveva la macchina, e prendeva lautobus solo con il maltempo. Scrollò le spalle e si incamminò verso casa. Una volta era un informatico, guadagnava bene, aveva una famiglia. Ma una serie di eventi tragici e assurdi gli avevano portato via tutto. Aveva iniziato a bere, perse il lavoro Un vecchio compagno di università lo prese nella sua officina a riparare computer.

Marco beveva, arrivava in ritardo, a volte mancava del tutto. Quel giorno, Luca gli aveva detto che, anche se era un genio con le mani, capace di lavorare meglio ubriaco che sobrio, la sua pazienza non era infinita. Se avesse continuato così, sarebbe stato costretto a licenziarlo. Marco lo sapeva, stava rotolando verso il fondo. E aveva paura. Se Luca lo avesse cacciato, dove sarebbe andato?

Ormai era quasi buio, i lampioni si erano già accesi. Il suo corpo gli urlava dentro, reclamando alcol, le mascelle gli facevano male dal desiderio. Ma passando davanti a bar, negozi e osterie, abbassava lo sguardo, stringeva le spalle e accelerava il passo. Ce lavrebbe fatta, ne era certo. Aveva promesso a Luca che non avrebbe più bevuto.

Non si considerava un alcolizzato, ma senza bere riusciva a resistere al massimo due giorni. La notte era il momento peggiore. Senza alcol, non riusciva a dormire.

Ecco la piccola trattoria dove spesso si fermava tornando a casa. Meglio berne un bicchiere lì che comprare una bottiglia al supermercato e finirsela da solo. Ma sapeva che non si sarebbe fermato a un bicchiere. Avrebbe incontrato qualcuno e non sarebbe uscito prima di essere completamente ubriaco. E il mattino dopo, sveglio con il mal di testa, i sensi di colpa e la nausea. Esitò un attimo, poi decise e proseguì.

Ecco, ci era riuscito. Quasi si sentiva un eroe. Fino alla prossima osteria.

Ora vedeva già casa sua. Mancava solo un supermercato. Marco si fermò davanti alla grande vetrina illuminata. In fondo, gli scaffali pieni di bottiglie lo chiamavano come un faro chiama una nave persa nella nebbia.

Le gambe lo portarono quasi da sole verso la porta, ma a metà strada cambiò direzione, infilò le mani nelle tasche del giubbotto. Stringeva i pugni così forte che gli facevano male. E corse via, oltrepassando il negozio.

«Puoi ancora tornare indietro», gli sussurrò dentro una voce disperata. Ma Marco accelerò, ansimando. Solo quando la porta del palazzo si chiuse alle sue spalle, si fermò a riprendere fiato.

Di solito tornava a casa ubriaco, così, entrando nel suo squallido monolocale, rimase scioccato dal caos che lo aspettava.

Il frigo era quasi vuoto: una scatoletta di tonno, un pezzo di pane raffermo e un formaggio indurito. Avrebbe dovuto comprare della pasta e delle uova, ma poi avrebbe ceduto e preso anche una bottiglia. Pazienza, non sarebbe morto di fame.

Per tenersi occupato e resistere fino alla chiusura dei negozi, iniziò a pulire. Raccolse i vestiti sparsi e li mise in lavatrice, lavò i piatti, pulì il tavolo appiccicoso e poi passò lo straccio per terra. Era molto meglio, ma lodore del detersivo non riusciva a coprire quello di fumo e alcol.

Guardò lorologio. Aveva ancora tempo per correre al negozio dieci volte, non serviva nemmeno vestirsi. Ma davanti ai suoi occhi apparve lo sguardo severo di Luca. Marco si avvicinò alla finestra.

Il palazzo di fronte era illuminato, le finestre gialle come tanti piccoli quadrati. Immaginò una famiglia riunita attorno al tavolo della cucina… Lì, marito e moglie sul divano a guardare una serie, e nella stanza accanto il figlio che fingeva di studiare ma ascoltava musica con le cuffie… Proprio come faceva lui da ragazzino…

Unondata di malinconia lo travolse, tanto che dovette trattenersi per non urlare.

La lavatrice segnalò la fine del ciclo, e Marco andò in bagno a stendere il bucato. Bevve anche una tazza di tè con quel che restava del formaggio, ma lorologio mostrava ancora dieci minuti prima della chiusura. Ce lavrebbe fatta… Ma invece prese il telefono e compose il numero di sua moglie.

“Marco, te lho già detto, non chiamare di sera.”

“Che piacere sentirti. Passami Giulia.”

“Sei ubriaco? Giulia dorme da ore.”

“No, sono sobrio.”

Sentì il sospiro di Elena.

“Prima smaltisci. Marco, non chiamare più. E lascia in pace Giulia. Sta appena iniziando ad abituarsi a Roberto…”

Voleva dirle che Roberto non era il padre di Giulia, che era sua figlia, che le mancava. Ma non fece in tempo: il telefono emise il segnale di chiamata interrotta.

Strano che Elena non avesse ancora bloccato il suo numero. E questo gli dava una fragile speranza. Forse non tutto era perduto. Dopotutto, il “no” di una donna spesso significa “sì”.

Marco stese un lenzuolo pulito sul divano e si sdraiò, sapendo che non avrebbe chiuso occhio. Avrebbe voluto bere e dimenticare, ma non cera nulla…

***

Con Elena si erano conosciuti alluniversità. Lei era un anno più giovane. Una volta in mensa gli aveva chiesto di passarla avanti nella coda. Lui non aveva obiettato. Elena gli aveva tenuto il posto al tavolo e lo guardava con interesse. Allepoca era il migliore del corso, i professori lo citavano come esempio.

Iniziarono a uscire. Marco la aiutava con gli esami, le scrisse anche la tesi.

“Perché hai scelto questa facoltà? Potevi fare qualcosa più da donna. Come farai a lavorare?” le chiedeva spesso.

“Lavorerai tu, io mi occuperò dei bambini,” rise Elena.
Così scoprì che era incinta. Cucinava bene, era una ragazza pratica. A Marco andava bene sposarsi. Quando venne il momento, nacque la loro bambina, Giulia.

Quando iniziò lasilo, Elena trovò lavoro come assistente del direttore in unazienda edile, dove le servirono le sue competenze informatiche. Iniziò a vestirsi bene, a truccarsi. A volte Marco la vedeva dalla finestra mentre qualcuno la riaccompagnava in macchina.

“Voglio comprarmi unauto,” disse un giorno Elena.

Anche lui ne sognava una, ma non poteva permettersela. Per comprare casa si era indebitato, non cera spazio per altro.

Mentre pagava i debiti, sua madre morì. Affittarono il suo appartamento, e Elena prese un prestito per lauto. Marco non resistette e scoppiò la lite.

“Marco, sono stanca. Non ce la faccio più a vivere così,” urlò Elena.

“Cè qualcun altro?” le chiese senza giri di parole.

“Sì, mi dispiace, ma devo pensare a nostra figlia…”

Ah sì? E lui no? Sbatté la porta e se ne andò. Per fortuna aveva un posto dove andare. Lappartamento di sua madre era libero. Meno male che non aveva ceduto alle pressioni di Elena per venderlo. Non abituato a vivere solo, la sera, quando la malinconia lo assaliva, iniziò a bere per soffocare il dolore.

Si torturava immaginando un altro uomo al suo posto, seduto a tavola, che beveva dalla sua tazza, che dormiva nel loro letto… Forse Elena non lo aveva mai amato? Aveva approfittato di lui, delle sue capacità? Così beveva per non pensarci. Poi perse il lavoro…

***

Alla fine Marco si addormentò. Sognò di vagare nella nebbia, cercando qualcuno, ma senza voce per chiamare. Poi, allimprovviso, sentì il suo nome: “Marco!” Ma Elena lo chiamava solo per cognome. Si svegliò di colpo, il cuore che batteva forte.

Per un attimo non capì dove fosse. Non riuscì a riaddormentarsi, rimase in cucina a fumare. Era uno dei pochi vantaggi della vita da single. Elena lavrebbe già cacciato sul pianerottolo a fumare.

Luca si stupì di vederlo arrivare presto al lavoro e annusò laria.

“Non ho bevuto,” disse Marco. “Posso uscire a pranzo?”

“Non vedi lora di ubriacarti?” chiese Luca torvo.

“Voglio vedere mia figlia. Prima che si dimentichi di me.”

“Daccordo, ma poi recuperi,” disse Luca.

Marco promise.

Si sistemò su una panchina nel parco davanti alla scuola. Da lì vedeva bene luscita, non avrebbe perso Giulia. Non osò avvicinarsi al cancello, non voleva incontrare Roberto. Lo guardava sempre con disprezzo, come se fosse un insetto.

Quel giorno non cerano macchine né suoi né di altri. I bambini uscivano, ma Giulia non si vedeva. Forse era malata? Poi finalmente la vide, con la sua giacca rosa. Si alzò di scatto e le andò incontro. Stava per chiamarla quando un SUV nero si fermò, coprendola alla vista. Uninquietudine lo assalì. Perché si era fermato lì?

Corse intorno alla macchina e vide lo sportello posteriore aperto. Per un attimo intravide un lembo di giacca rosa. O era solo unimpressione? Un ragazzo col cappuccio calato stava per chiudere lo sportello… Marco riuscì a infilare la mano, e lo sportello la schiacciò con forza.

Il dolore gli attraversò il braccio fino alla nuca, gli si annebbiarono gli occhi.

“Papà!” Giulia dallinterno spinse lo sportello e gli cadde addosso. La macchina partì di colpo, urtandolo dolorosamente allanca.

Marco era seduto sullasfalto bagnato, la mano pulsava di dolore e sembrava pesante come se fosse piena di cemento.

“In pieno giorno…”
“Bisogna chiamare la polizia…”
“Con lalcol negli occhi, non vedono niente…”
“Quelluomo stava portando via la bambina, lui lha salvata…”
“Papà!” singhiozzava Giulia vicino al suo orecchio.

Le voci gli arrivavano ovattate, come attraverso il cotone.

Qualcuno chiamò lambulanza, e li portarono in ospedale. Probabilmente Giulia aveva chiamato la madre, perché quando uscì dalla sala operatoria, Elena e la bambina gli corsero incontro.

“Papà!” Giulia lo abbracciò forte.

“Ti sei rotto qualcosa?” chiese Elena.

“Lha detto il dottore, niente fratture,” rispose Marco.

“Grazie. Se non fossi stato tu, non oso immaginare cosa sarebbe successo,” mormorò Elena appoggiando la fronte sulla sua spalla.

“Ho raccontato tutto alla mamma,” disse Giulia.

“Roberto avrebbe dovuto venire a prendere Giulia, ma non si è presentato. Se lavessi saputo…” singhiozzò Elena.

“Non importa. Non è successo niente.” Marco la strinse con il braccio sano, ma Elena subito si scostò.

“Andiamo, ti accompagniamo a casa,” disse.

Loro sedettero dietro.

“Ti fa molto male?” chiese Giulia guardando le sue dita violacee che spuntavano dalle bende.

“Quasi per niente.”

“Come farai a lavorare?” chiese Elena dal sedile anteriore. Marco intravide il suo sguardo preoccupato nello specchietto. Avrebbe perso quella mano pur di essere guardato così, invece che con freddezza.

Davanti a casa, propose di poter accompagnare Giulia a scuola nei giorni in cui sarebbe stato a casa.

“Ce la facciamo,” disse Elena, e se ne andarono.

Ma quella sera lo chiamò per chiedergli come stava la mano.

“Non puoi cucinare. Domani ti porto la minestra e il secondo.”
“No, non voglio la tua pietà.”
“Non serve, me la cavo,” rispose.

“Ho pensato… Se per te non è un problema, domani alle dodici puoi prendere Giulia a scuola.”
“E Roberto?” avrebbe voluto chiedere Marco, ma tacque.

La mattina non chiamò Luca, andò direttamente in officina. Luca guardò le sue dita gonfie e viola e lo mandò a casa.

Marco aspettò Giulia davanti alla scuola, senza nascondersi.

“Ieri la mamma ha litigato tanto con lo zio Roberto,” raccontò Giulia tornando a casa. “Papà, tornerai da noi?”

“E lo zio Roberto?”

“La mamma lha cacciato. Ieri non era a una riunione, ma dalla sua amante. Lho sentita io. La mamma non cè, andiamo,” Giulia lo trascinò dentro.

Marco entrò in casa sua per la prima volta dopo la separazione. Nulla era cambiato, solo piccole cose. Il bollitore era nuovo.

“Quello vecchio si è rotto, la mamma ne ha comprato un altro. Meno male che lo zio Roberto se nè andato, non mi piaceva,” disse Giulia.

Era strano sedersi al suo posto a tavola e sentirsi un ospite.

Poi aiutò Giulia con i compiti. Solo quando la porta dingresso si aprì, si rese conto di essere rimasto troppo.

Elena non sembrò sorpresa di vederlo.

“Tra poco si cena,” disse, andando in cucina.

Cenarono insieme, come una volta. A Marco sembrava di essere tornato a casa da un lungo viaggio, da unaltra dimensione.

“Hai fatto tutti i compiti?” chiese Elena a Giulia.

“Sì. Mi ha aiutato papà.”

“Be, devo andare.” Marco si alzò. “Era tutto buonissimo.”

Anche Elena si alzò. Rimasero in piedi vicini, senza guardarsi.

“È tardi, dove vai? Ti preparo il divano.”

Marco non riusciva a dormire, temeva di muoversi e svegliare Elena, ma anche lei sembrava sveglia, troppo immobile.

La mattina si svegliò quando Elena e Giulia si preparavano per uscire.

“Perché ti sei alzato? Tanto non lavori,” disse Elena. “Oggi Giulia ha lezione fino alluna. Vieni a prenderla.”

Marco girò per casa, fece colazione con i panini e il tè lasciati da Elena. Con dolore, lavò i piatti.

Il giorno prima aveva visto lo spazzolino da denti di Roberto in bagno. Oggi nel bicchiere ce nerano solo due: quello rosa di Giulia e quello verde di Elena. Il terzo lo aveva buttato via? Come aveva fatto con il suo, quando lui se nera andato.

Quanto avrebbe voluto restare. E se Elena fosse tornata e gli avesse detto di andarsene? Meglio andarsene da solo? E se non lo avesse fatto? Di nuovo quei “se”. Se fosse rimasto, avrebbe fatto di tutto: smesso di bere, trovato un altro lavoro. Era un bravo professionista.

Nella tasca dei jeans trovò venti euro. Uscì e comprò un mazzolino di fiori rosa pallido dal fioraio.

Elena li notò, ma non disse nulla. Non parlava affatto. Non lo cacciava, e già era tanto. Dormiva ancora sul divano. Ma a cena, improvvisamente, iniziò a raccontare del lavoro. Come una volta.

“La segretaria è ancora gelosa del capo?” chiese Marco, facendosi coraggio.

“No, si è licenziata. Con la nuova ragazza andiamo daccordo.”

Che bello cenare tutti insieme. Marco pensò che, da quando viveva con Elena, non aveva più pensato allalcol. Non aveva voglia di bere.

Forse tutto si sarebbe sistemato? Lui non beveva più, e Elena non lo cacciava. Avrebbe fatto di tutto per riconquistare la sua fiducia. E lappartamento di sua madre lavrebbero affittato…

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