**Diario di Nonna Luisa**
Ieri sera, mia figlia Ginevra è entrata in cucina con uno sguardo che mi ha gelato il sangue. “Qualcuno lo prenda, per favore,” ha detto, come se stesse parlando di un pacchetto dimenticato e non di suo figlio.
“Ginevra, ma sei fuori di testa? Cosa vuoi dire con ‘qualcuno lo prenda’? Matteo è tuo figlio! Non è un oggetto da regalare!” Stringevo il canovaccio così forte che le nocche mi sono sbiancate.
Lei si è seduta al tavolo, giocherellando nervosamente con lorlo della tovaglia. “Mamma, perché esageri sempre? Non sono obbligata a sacrificare la mia vita per un bambino. Ho solo trentadue anni, se non te ne sei accorta.”
Mi sono seduta di fronte a lei, il cuore stretto in una morsa. “Matteo ha solo dodici anni, Ginevra! Ha bisogno di sua madre. Capirà benissimo che lo stai abbandonando per il tuo nuovo… per Marco.”
Ha fatto una smorfia, ma poi si è ripresa con un gesto della mano. “Andrà tutto bene, mamma. Non farmi scenate. Devo sistemare la mia vita, capisci? Non posso stare attaccata a mio figlio giorno e notte. E poi è abbastanza grande per cavarsela da solo.”
Non la riconoscevo più. Quando la mia dolce bambina era diventata così egoista? Mi sono alzata e sono andata alla finestra. “No, Ginevra. Sono contraria. Totalmente contraria. Non puoi fare una cosa del genere a tuo figlio.”
“Ecco, ricominci! Credevo mi avresti capita, sostenuta. Invece…” Ha afferrato la borsa ed è uscita sbattendo la porta. Sono rimasta lì, il cuore pesante come un macigno.
Tre mesi dopo, ero al loro matrimonio. Musica, risate, brindisi, ma dentro di me solo angoscia. Quando mi sono avvicinata agli sposi, Marco rideva con gli amici e Ginevra splendeva nel vestito bianco. “Ginevra,” ho sussurrato, “dovè Matteo? Non lo vedo tra gli invitati.”
Mi ha afferrato il braccio e mi ha trascinata in disparte. “Mamma, sei impazzita? Perché lo chiedi davanti a tutti?”
“Dovè tuo figlio? Non è alla tua festa?”
“Marco… non va molto daccordo con lui,” ha risposto veloce, evitando il mio sguardo. “Quindi è rimasto a casa. Per non rovinare la serata, capisci? Tanto si sarebbe annoiato.”
Ho fatto un passo indietro, il cuore in gola. “Hai lasciato un bambino di dodici anni solo a casa nel giorno del tuo matrimonio? Perché a tuo marito non piace? Ginevra, cosa ti sta succedendo? È tuo figlio!”
“Non fare scenate, ti prego! È il mio giorno!”
Sono uscita senza voltarmi. In taxi, ho dato lindirizzo di Matteo. “Via dei Gelsi, numero 18.”
Al quarto piano, ho suonato. “Matteo, sono la nonna! Apri, tesoro!”
La porta si è aperta, e lui era lì, i capelli arruffati, gli occhi rossi. “Nonna, davvero sei tu?” Lho stretto forte.
“La mamma non mi vuole più?” ha sussurrato. “Mi ha lasciato qui da solo. Ha detto di non aprire a nessuno.”
“Prendi le tue cose. Verrai a vivere con me.”
Mentre faceva la valigia, ho scritto a Ginevra: *Matteo resterà con me.* La risposta è arrivata subito: *Vedi? Te lavevo detto fin dallinizio.* Ho spento il telefono. Basta.
Nella mia casa a Roma, Matteo ha ripreso colore. Lo ho iscritto a nuoto e a un corso di informaticasognava di creare videogiochi. Cresceva, diventava un uomo.
Ginevra ha chiamato solo un paio di volte in tutti quegli anni, sempre per documenti. Con Marco aveva avuto una bambina. Sembrava felice.
Per il suo diciottesimo compleanno, abbiamo festeggiato in silenzio. “Non ci credo che sei già grande,” gli ho detto mentre sparecchiavamo.
“Matteo, cè una cosa che devi sapere. Lappartamento dove vive tua madre… è tuo.”
Ha smesso di asciugare il piatto. “Mio?”
“Tuo padre… è morto quando avevi cinque anni. Ma ha fatto testamento. La casa è tua, dal giorno in cui compi diciotto anni. Tua madre era solo lamministratrice.”
Due settimane dopo, squilla il telefono allalba. Ginevra, dopo tre anni di silenzio. “Mamma, cosa hai combinato? Matteo ci vuole cacciare di casa!”
“Lappartamento è suo. Tuo marito si prenda cura di te, invece di vivere nella casa di un ragazzo che avete cacciato cinque anni fa.”
Ho riagganciato. Matteo era sulla soglia, sorridente. “Grazie, nonna.”
“Riprenderemo ciò che è tuo.”
Mi ha abbracciato forte, come quel giorno del matrimonio. “Nonna, tu sei la mia famiglia. Non ti lascerò mai sola.”
E in quel momento, ho capito: lamore vero non si misura in parole, ma in gesti. Lei ha scelto se stessa. Io ho scelto lui. E non me ne pento.







