Madrina con il Cuore di una Madre

**Una Matrigna con Cuore di Madre**

Non molto tempo fa si era celebrato un matrimonio. Parenti e amici si erano riuniti tutti insieme, cantando, ballando, festeggiando, e nessuno avrebbe mai immaginato che sarebbe stata lultima volta. Solo la suocera, Giulia, sedeva imbronciata. La giovane sposa, Serena, alta un metro e cinquanta, minuta e fragile, non le andava proprio a genio: «Sì, Dio non lha privata di bellezza, questo lo vedo, ma cosa ci faccio con quella gracilità? Potrà mai sollevare un fascio di legna, o un secchio dacqua, o ammucchiare il fieno? Io ho lavorato come una bestia tutta la vita, pensavo che mio figlio avrebbe sposato una ragazza forte, non una che pesa meno di un sacco di farina!». Giulia continuava a rimuginare, ad agitarsi, e la sua angoscia non sfuggiva a Serena.

Lorenzo cercava di rassicurare la giovane moglie, ma allo stesso tempo la metteva in guardia: sua madre non le avrebbe dato tregua. Non sopportava le donne esili, delicate. Per lei, la vera forza stava nelle braccia robuste, nella schiena larga, nei passi decisi. Era capace di scaraventare a letto suo marito ubriaco con una mano sola. Quando attaccava i cavalli, i palafrenieri si facevano da parte. Dietro laratro camminava a testa alta, le larghe mani salde sui manici, e sotto la sua forza la terra si rivoltava in solchi lucenti. Durante la mietitura, ammucchiava un covone in unora, mentre gli altri ci mettevano mezza giornata e ne veniva fuori poco più di un mucchietto.

Dio le aveva dato la forza di un uomo, ma le aveva negato la dolcezza di una donna. Anche la madre di Serena non era entusiasta del matrimonio. Non che fosse troppo giovane, ma non voleva vedere sua figlia sottoposta al giogo di Giulia. Vivevano a poca distanza, e Lucia non poteva che stupirsi della forza sovrumana della suocera: cambiava le travi del tetto da sola, seminava i campi senza aiuto, ammassava il fieno senza fiatare. Che razza di nuora avrebbe mai soddisfatto una donna del genere? E se qualcuna ci avesse provato, Giulia lavrebbe ridicolizzata in un attimo.

Ma Serena non volle ascoltare sua madre. Conosceva il proprio carattere e pensava che, col tempo, la suocera si sarebbe ammorbidita, magari accudendo i nipoti, mentre lei e Lorenzo avrebbero gestito la casa a modo loro. «Giulia è sola, noi siamo in duela faremo ragionare», si diceva. «Mica posso lasciarmi sfuggire luomo che amo solo per colpa sua!».

Nessuno sapeva che la guerra era alle porte, e che invece della felicità li aspettava la separazione e il dolore. Sei mesi dopo il matrimonio, scoppiò il conflitto. Quel periodo sembrò a Serena una prova. Lorenzo la coccolava, la proteggeva, e questo faceva infuriare Giulia. «Che razza duomo è mai questo? Non la fa neanche sollevare un secchio dacqua, continua ad abbracciarla, a baciarla Non è come suo padre, quel buono a nulla, deve aver preso da sua madre!».

La storia di Giulia era cominciata quando sua madre laveva portata da un vedovo, la cui moglie era morta di morbillo. Vivevano nella miseria, il tetto di paglia perdeva, la mucca era morta, non cera nemmeno un cavallo. Sua madre vedeva in quel vedovo la salvezza dalla fame e dal freddo. «Meglio sposare un uomo tranquillo che invecchiare zitella», pensava. Era un tipo timido, ubriacone ma pacifico, aveva una mucca, un cavalloche altro serviva?

Stremato dalla solitudine, Federico accettò qualsiasi sostituto per la moglie perduta. Valutata la faccia poco aggraziata, la statura imponente e le spalle larghe di Giulia, borbottò alla suocera:

«Va bene, farà da padrona di casa».

Per due settimane non si dissero una parola. Solo il bambino si aggrappava alla gonna della nuova madre, sorridendole e chiedendo di essere preso in braccio. Col tempo, Giulia si rivelò unottima massaia, ma non riuscì mai ad amare il marito. E Federico non mostrava né cura, né tenerezza. Lunica gioia di Giulia era laffetto per il figlio e, a sua volta, lamore che lui le portava.

Si abituò al ruolo di madre e di moglie non amata. Poteva parlare per ore con Lorenzo, insegnandogli pazientemente a lavorare, spiegando, mostrando, e quando lui obbediva, lo abbracciava forte e lo baciava in testa. Certo, a volte lo frustava. Non ripeteva mai le cose due volte. Per le birichinate poteva sculacciarlo così forte da spaventare persino se stessa. Poi si pentiva, piangeva, e si chiedevano scusa a vicenda.

Lorenzo crebbe bello, gentile, affettuoso, adorando sua madre. Quando il padre morì, nessuno si strappò i capelli dal dolore. Giulia si fece il segno della croce e disse:

«Ringrazio Dio per te, figlio mio. Non volevo essere una matrigna, ho cercato di essere una madre».

Il suo sorriso combatteva con i tratti maschili del voltoe vinceva. Tutto il viso si trasformava, lo sguardo diventava dolce, gli occhi sprigionavano calore e bontà. Le guance si solcavano di rughe, le labbra si allargavano in un sorriso affascinante. Le mani forti, dalle palme larghe, stringevano le spalle del figlio, e premendo la sua testa contro il petto, Giulia lo calmava con una voce roca ma carezzevole:

«Figliolo, il tempo passa in fretta. Diventerai un uomo, ti sposerai, porterai a casa una ragazza forte, bella, robustauna vera tempesta! Costruiremo una casa nuova, e spero ci sarà un angolino anche per me. Dovrò pur controllare che tutto sia in ordine, anche se tua moglie sarà brava e svelta!».

Lorenzo ascoltava, sorridendo, e pensava: «La mia mamma è bella, buona, forte, la migliore di tutte. E io la proteggerò sempre, non come quel fantasma di mio padre, che viveva accanto a lei ma sembrava unombra».

Il tempo, infatti, volò. Ecco il matrimonio, poi la guerra, che avanzava calpestando tutto. Giulia, dopo aver accompagnato il figlio al fronte, si lasciò cadere le spalle, nascose la faccia nel grembiule e pianse a dirotto. Serena si avvicinò in silenzio, le mise una mano sulla spalla e, piangendo anche lei, cercò di consolarla. Ma Giulia alzò lo sguardo e disse:

«Non consolare me, prega Dio. Chiedigli di non spezzare il filo della nostra vita. Lorenzo è tutto per me, se lui muore, non avrò più motivo di vivere».

Cominciarono i giorni più duri dellattesa. La suocera non vedeva alcun aiuto nella nuora: Serena portava lacqua a mezzi secchi, raccoglieva due pezzi di legna alla volta, impastava il pane con le manine, ma la pasta sembrava piangerenon riusciva a lavorarla. Quando cercava di mungere la mucca, le mancava la presa per afferrare le poppe. E quando estraeva il pesante paiolo dal forno, il cuore di Giulia finiva in gola: «Ecco, lo rovescerà, questa smorfiosella!».

«Ah, povera noi, incapace e debole come sei! Non dovevi sposarti, dovevi restare a casa tua. E ora tocca a me sopportarti!».

Ma Serena capiva che non cera rancore in quelle parole, solo paura per il domani. «Che posso fare? Tornare da mia madre? Ormai la pancia mi pesa come un macigno».

Una mattina, a colazione, Giulia notò che cera qualcosa di strano in Serena. Mangiava cetrioli sottaceto per calmare la nausea. Lei stessa aveva avuto gravidanze difficili, aborti continui. Il marito non la risparmiava, e neanche lei si risparmiava. Lavorava come un bue, dimenticando di essere una donnae incinta, per giunta. Ma sapeva bene cosa significava divorare una botte di cetrioli.

La fame avanzava lenta ma inesorabile. Giulia aveva nascosto farina, sale e zucchero in soffitta, ma la guerra non chiedeva permesso e stava per divorare tutto.

Serena era allo stremo, non riusciva neanche a tenere un cucchiaio. Qualunque cosa mangiasse o bevesse, le tornava su. Giulia le dava mele cotte, pane nero imburrato e salato, dicendo: «Pane e sale danno forza». Poi le versava del tè zuccherato e ordinava: «Stai ferma, se non puoi lavorare, almeno non agitarti!».

Lorenzo scriveva spesso. Le lettere iniziavano sempre così: «Mamma mia e moglie mia».

Giulia si scioglieva leggendo quelle prime righe, baciava il foglio, se lo stringeva al petto e piangeva. Chiedeva a Serena di non parlare della gravidanza.

«Io sono una donna forte, e ho avuto aborti. Tu sei un filo derba, non so come farai. Se perdi il bambino, lui impazzirà. Aspetta che nasca, poi gli scriverai. Sei pelle e ossa, io lavoro giorno e notte alla fattoria, ma tu almeno mangia qualcosa! E non sollevare niente, faccio io tutto. Se non puoi aiutare, almeno non ti mettere in mezzo!».

Serena non mangiava, ma la pancia cresceva a vista docchio. La nausea e le vertigini la tormentavano. Una notte dinverno, mentre la neve cadeva fitta e il vento ululava intorno alla casa, Serena si svegliò con fitte violente. Giulia accorse subito, accese il fuoco, scaldò lacqua e chiamò la levatrice. Con le sue mani forti sorresse la nuora durante il parto, asciugandole il sudore, parlandole con voce ferma: «Resisti, piccola, ce la puoi fare. Tieni duro per lui, per Lorenzo».

Dopo ore di lotta, un pianto acuto squarciò il silenzio. Un maschietto, rosso in volto e vigoroso, venne alla luce. Giulia lo prese tra le braccia, lo avvolse nella coperta e lo posò sul petto di Serena. Poi, per la prima volta, le accarezzò la fronte e sussurrò: «Grazie, figlia mia. Grazie per avermi dato un altro motivo per pregare».

Da quel giorno, non ci fu più una nuora né una matrigna. Solo due donne, una forte e una fragile, unite dallo stesso amore per un uomo lontano e per il bambino che avevano salvato insieme.

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