Non sta a te decidere dove vivrà mio figlio!” – la ferma dichiarazione dell’ex, varcando la soglia con determinazione

**Diario personale**

Oggi è stato uno di quei giorni che mi hanno spezzato il cuore.

“Non sei tu a decidere dove vivrà mio figlio,” ha sbottato la mia ex, varcando la soglia di casa senza nemmeno salutare.

“Papà, quando arriva la mamma?” ha chiesto Luca, posando il quaderno di matematica.

Ho alzato lo sguardo dal giornale, fissandolo. Ha solo otto anni, ma nei suoi occhi cè una tristezza troppo adulta per un bambino.

“Non lo so, piccolino. Aveva detto che sarebbe venuta nel weekend, ma oggi è solo mercoledì.”

“Ma verrà? Lultima volta aveva promesso, poi ha chiamato dicendo che aveva degli impegni.”

Ho sospirato. Come spiegargli che sua madre vive in unaltra città, con un altro uomo, e che per lei Luca è diventato più un dovere che una gioia? Viene una volta al mese, gli compra un giocattolo, lo porta in gelateria, poi sparisce di nuovo.

“Verrà, tesoro. Te lo prometto.”

“Ok,” ha detto, riprendendo il libro. “Posso guardare i cartoni stasera?”

“Prima finisci i compiti, poi vediamo.”

Ho provato a rileggere il giornale, ma era inutile. I pensieri si rincorrevano. Sono passati tre anni dal divorzio, e ancora non riesco a rimettermi in piedi. Lavoro, casa, Luca: un circolo chiuso. Gli amici mi dicono di trovare una donna, ricominciare, ma come posso pensare a unaltra relazione quando mio figlio aspetta sempre sua madre?

Era già buio quando Luca ha chiuso i libri.

“Papà, cosa prepariamo domani per cena?”

“Gli gnocchi al pesto. Ti piacciono, no?”

“Sì,” ha sorriso. “E linsalata?”

“Anche linsalata. Di pomodoro.”

In cucina, mentre prendevo gli ingredienti dal frigo, lui si è seduto sullo sgabello, dondolando le gambe e raccontandomi della scuola.

“Oggi Matteo Rossi è caduto durante educazione fisica e si è sbucciato il ginocchio. Cera sangue! La maestra lha portato dallinfermiera.”

“Niente di grave, spero.”

“No, gli hanno messo un cerotto. Papà, perché i genitori di Matteo vengono sempre insieme ai colloqui, e tu invece sei sempre solo?”

Mi sono bloccato con il coltello in mano. Il pomodoro era tagliato a metà.

“Be Io e la mamma abbiamo lavori diversi, impegni diversi.”

“Ah,” ha annuito, senza convincersi.

Dopo cena, si è lavato i denti senza protestare. Io ho sistemato la cucina, preparato un tè. In casa, il solito silenzio. La TV era accesa per romperlo, ma il volume era quasi spento.

Lindomani, in ufficio, il mio collega Marco è tornato a parlarmi della vita privata.

“Dai, Matteo! Che madre è? Praticamente se nè lavata le mani! Viene una volta al mese, e allora? Luca è legatissimo a te. Sei un bravo padre.”

“Marco, non capisci. Non ho tempo per niente. La scuola, i compiti, la cena, la favola della buonanotte. Il weekend è lavatrici, spesa, i lavori di casa.”

“Allora trova una donna che ti aiuti! Una brava persona. A Luca non farebbe male una matrigna.”

“E se a lui non piacesse? E se sua madre tornasse e facesse scenate?”

“Non tornerà! Se avesse voluto, lavrebbe già fatto già.”

Ho taciuto. In fondo sapevo che aveva ragione, ma ammetterlo faceva male.

Quella sera, mentre Luca studiava, qualcuno ha suonato il campanile. Ho guardato dallo spioncino e mi si è gelato il sangue. Elena, la mia ex moglie, era sulla soglia. Ho aperto.

“Ciao,” ha detto. “Posso entrare?”

“Certo. Luca! È arrivata la mamma!”

È corso verso di lei, abbracciandola. Lei lha stretto, ma con imbarazzo, come se non ricordasse più come fare.

“Sei cresciuto tantissimo! Ormai sei un ometto.”

“Mamma, resti a lungo? Mi hai portato un regalo?”

“Certo. Però prima devo parlare con papà.”

Luca ha annuito e se nè tornato in camera sua. Elena è andata in soggiorno, sedendosi sul divano. Io sono rimasto in piedi.

“Vuoi del tè?”

“Volentieri.”

In cucina, mentre preparavo le tazze, osservavo i suoi vestiti firmati, la manicure perfetta. La vita a Milano le aveva fatto bene.

“Come va?” ho chiesto.

“Bene. Il lavoro mi piace, lo stipendio è buono. E voi?”

“Tutto a posto. Luca va bene a scuola.”

Un silenzio. Poi, dun tratto, si è raddrizzata.

“Matteo, sono venuta per una cosa. Io e Vittorio abbiamo deciso di sposarci.”

“Congratulazioni.”

“E voglio che Luca venga a vivere con me.”

Ho sentito un vuoto nello stomaco. La tazza mi tremava in mano.

“Cosa?”

“Voglio che stia con noi. Ora ho stabilità, un buon lavoro, Vittorio è disposto a occuparsi di lui. E tu? Sempre al lavoro, lui cresce da solo.”

“Elena, ma sei impazzita? Luca ha la sua scuola qui, i suoi amici. E poi, tu per tre anni…”

“Io cosa? Ero giovane, avevo paura delle responsabilità. Ora sono pronta.”

“E se chiedessimo a Luca cosa vuole lui?”

“È un bambino, non sa cosa è meglio per lui. Io posso dargli di più.”

Mi sono alzato, ho fatto due passi.

“Elena, ascoltami. Per tre anni sei stata assente. Una visita al mese, se andava bene. E ora ti svegli?”

“Ho il diritto! Sono sua madre!”

“Madre? Una madre è quella che si sveglia di notte quando ha la febbre. Quella che aiuta con i compiti, lo porta dal dottore, gli compra i vestiti. Tu coshai fatto?”

“Ho lavorato! Ho ricostruito la mia vita!”

“Ah, sì? E chi ha ricostruito quella di Luca? Chi lha cresciuto? Chi…”

“Zitto!” ha sibilato. “Ti sente.”

Ho abbassato la voce, ma la rabbia restava.

“Perché ora? Perché hai deciso proprio ora che ti serve?”

Elena ha distolto lo sguardo, fissando la finestra.

“Vittorio vuole dei figli. Ma io non posso più averne, mi hanno detto i medici. Così abbiamo pensato a Luca… Si abituerebbe.”

“Ah, ecco. Serve un figlio per il nuovo marito, e ti sei ricordata di tuo figlio. Molto comodo.”

“Non dire così. Mi manca.”

“Ti mancava? Chiamare no, eh? Chiedere come stava? Lanno scorso ti sei pure dimenticata del suo compleanno!”

“Ero occupata…”

“Basta,” lho interrotta. “Tutti occupati. E intanto Luca cresceva senza madre. E ora arrivi e pretendi.”

Dalla cameretta si sono sentiti passi. Luca è spuntato in salotto.

“Mamma, andiamo da qualche parte? Al cinema?”

Lei ha sorriso, ma era forzato.

“Certo, amore. Prima finisco di parlare con papà.”

“Ok,” e se nè tornato in camera.

Aspettando che si allontanasse, Elena ha ripreso:

“Ho già deciso. Se non mi dai tuo consenso, andrò in tribunale. Io ho una buona vita, uno stipendio stabile. E tu? Un affitto, un lavoro normale…”

“Io ho lamore per mio figlio. Tu?”

“Certo che lo amo! Solo che non so mostrarlo come te.”

“Non sai? O non vuoi?”

Si è alzata, afferrando la borsa.

“Ti do tempo fino a domani. Se accetti, facciamo le cose per bene. Altrimenti… Deciderà il giudice.”

“Non sei tu a decidere dove vivrà mio figlio,” ho detto fermo.

“È mio anche lui!” ha esploso. “Ho gli stessi tuoi diritti!”

“I diritti bisogna guadagnarseli.”

Si è diretta alluscita, poi si è girata.

“Luca! Vieni a salutarmi!”

È corso ad abbracciarla.

“Mamma, ci vediamo domani?”

“Certamente, tesoro.”

Quando la porta si è chiusa, Luca mi ha guardato confuso.

“Papà, cosè successo? Vi siete litigati?”

“No, piccolo. Solo… discorsi da grandi.”

“La mamma è triste.”

Mi sono seduto accanto a lui sul divano, abbracciandolo.

“Dimmi la verità: vorresti vivere con la mamma?”

Ha pensato a lungo.

“Dove abita?”

“A Milano. Lontano da qui.”

“E la scuola? E Matteo? E la nonna?”

“Laggiù sarebbe tutto diverso.”

Ha scosso la testa.

“Non voglio. Voglio stare con te. E andare a trovarla qualche volta.”

“Va bene, figlio mio.”

Quella notte non ho chiuso occhio. Domani Elena tornerà per la risposta. E io cosa le dirò? Che sono pronto a lottare? Che non glielo darò mai? E se va davvero in tribunale? Avrò i soldi per un avvocato?

La mattina, mentre lo preparavo per la scuola, mi ha chiesto:

“Papà, se la mamma mi portasse, tu saresti triste?”

Mi sono inginocchiato davanti a lui, guardandolo negli occhi.

“Nessuno ti porterà via. Noi siamo una famiglia, capisci?”

“Sì,” ha sorriso. “E la mamma?”

“Anche lei fa parte della famiglia. Solo che vive da unaltra parte.”

“Come la zia Laura? Anche lei è famiglia, ma sta a casa sua.”

“Più così.”

A scuola ho parlato con la maestra. Luca va bene, è un bravo bambino, benvoluto dai compagni.

“È molto maturo per la sua età,” ha detto. “Si vede che è cresciuto bene. Ma a volte è triste. Forse gli manca la mamma.”

“Siamo divorziati.”

“Capisco. Pensi di risposarti? A Luca farebbe bene una famiglia unita.”

Le ho promesso che ci avrei riflettuto.

La sera Elena è arrivata alle sette in punto. Luca le è corso incontro, ma lei lo ha allontanato.

“Vai in camera, devo parlare con papà.”

“Ma mamma…”

“Vai, Luca,” ho detto io.

Appena soli, è andata al sodo:

“Allora? Hai deciso?”

“Sì. Luca resta con me.”

“Non essere testardo! Pensa a lui! Io posso offrirgli di più.”

“Più amore?”

“Anche quello!”

“Allora perché per tre anni non lhai dimostrato?”

Ha esitato, poi ha sospirato.

“Bene. Allora sarà il tribunale a deciderlo. Ma sappi che non mi fermerò. Vittorio mi sostiene, abbiamo i soldi per gli avvocati.”

“E a Luca non glielo chiedi?”

“Che centra? Sono gli adulti a decidere.”

“Chiamalo.”

È arrivato e si è seduto tra noi.

“Luca, la mamma vuole che tu vada a vivere con lei. Che ne pensi?”

Ha guardato entrambi.

“È lontano?”

“Molto,” ha detto Elena. “Sì,” ha sussurrato Luca, stringendo forte la mia mano. “Non voglio andare.”
Elena ha abbassato gli occhi, forse per la prima volta davvero colpita.
“Vedi?” ho detto piano. “Lui ha già deciso.”
Non cè stata risposta. Solo il silenzio di una madre che si rende conto di aver perso molto più di una causa.
Quando se nè andata, Luca mi ha guardato e ha detto: “Papà, stasera resti con me, vero?”
“Gli gnocchi al pesto, domani,” gli ho sorriso, tirandolo a me. “E la favola della buonanotte. Sempre. “Gli gnocchi al pesto, domani,” gli ho sorriso, tirandolo a me. “E la favola della buonanotte. Sempre.”

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