**LAnello Sbagliato**
Era una di quelle giornate frenetiche in ufficio, e Sofia aveva deciso di saltare pure la pausa pranzo per finire il lavoro. Poi il telefono squillò: era sua madre.
“Che cè, mamma? Parla veloce, sono sommersa,” rispose Sofia, con la voce affannata.
“Figlia mia” La voce di sua madre era debole, come se arrivasse da lontano. “Non mi sento bene”
Sofia aspettò, pensando che la linea si fosse interrotta, ma sentì solo un gemito.
“Mamma, ti sento male Mamma! Arrivo subito!” Afferrò il giubbetto dallattaccapanni e corse fuori dallufficio.
“Coprimi, se qualcuno chiede,” disse alla collega, uscendo di corsa.
Solo una volta in strada si accorse di avere ancora le scarpe col tacco. Non cera tempo per tornare indietro, così corse al parcheggio. Le chiavi di casa di sua madre erano nel portabagagli. La fretta la fece guidare come una pazza, superando i limiti. Pazienza se avesse preso una multa, limportante era arrivare in tempo.
Quando entrò nellappartamento, trovò sua madre sul divano, curva su se stessa con le mani strette al petto.
“Cosa cè, mamma? È il cuore?”
Sua madre aprì gli occhi per un attimo, poi aggrottò la fronte per il dolore.
“Resisti, chiamo lambulanza,” disse Sofia, tirando fuori il telefono.
Avrebbe potuto portarla in ospedale da sola, ma non sapeva se sua madre sarebbe riuscita a scendere le scalelappartamento non aveva lascensore. Chiedere aiuto ai vicini era inutile: a quellora cerano solo anziani in casa.
Mentre aspettava lambulanza, accarezzò la schiena di sua madre, dicendole che i dottori sarebbero arrivati presto e che tutto sarebbe andato bene. Lasciò la porta aperta. Quando entrarono i paramedici in tuta blu, Sofia balzò in piedi e spiegò in fretta la situazione.
Il medico le prese il polso, misurò la pressione.
“Portiamo sua madre in ospedale. Luca, prendi la barella. Intanto, signorina, prepari i documenti.”
“Che ha, dottore?” chiese Sofia, preoccupata.
“Un attacco cardiaco, forse un infarto,” rispose, scuotendo la testa.
Poco dopo arrivò Luca con lautista e la barella. Sofia accompagnò sua madre allambulanza, ma il medico le disse che sarebbe stata dintralcio. Le diede il numero dellospedale e le consigliò di chiamare per aggiornamenti.
Tornò in ufficio. La pausa pranzo era finita da un pezzo, e se lavessero scoperta assente, avrebbe avuto guai. Decise di evitare i semafori e tagliò per i vicoli. Mentre rientrava sulla strada principale, sentì la macchina sbandare. Si fermò sul ciglio e scese: una gomma a terra. Proprio quello che ci voleva.
Che fare? La ruota era pesante, e con i tacchi alti non riusciva nemmeno a tirarla fuori dal bagagliaio. Le venne da piangere per la frustrazione.
Stava pensando se chiamare il carro attrezzi quando un SUV si fermò accanto a lei. Ne scese un uomo, che con unocchiata capì tutto.
“Avete la ruota di scorta?”
Sofia annuì. Era così sollevata che per poco non scoppiò in lacrime. Luomo tirò fuori la ruota, prese gli attrezzi dalla sua auto e si mise al lavoro.
“Entri in macchina, fa freddo,” le disse senza voltarsi.
Era vero, i piedi nelle scarpette erano gelidi, e aveva iniziato a piovere. Sofia rientrò in auto e chiamò Marco, ma lui non rispose. Nemmeno dopo diversi tentativi.
Luomo ci mise più tempo del previsto, ma alla fine bussò al finestrino.
“Può ripartire, ma faccia riparare la gomma al più presto.”
“Grazie mille. Quanto le devo?” chiese Sofia, per sicurezza.
“Dove stava andando con quelle scarpe?” chiese lui, con un sorriso ironico.
“Mi ha chiamato mia madre, stava male. Sono corsa fuori dallufficio senza pensarci. Ecco, prenda dei fazzoletti.”
“Come sta sua madre?” chiese, pulendosi le mani.
“Lhanno portata in ospedale in ambulanza. Problemi di cuore. Grazie ancora.”
“Figurarsi. Spero si riprenda presto.” Le restituì i fazzoletti e tornò alla sua auto.
Rientrando in ufficio, Sofia si scontrò con la capa vicino allascensore.
“Ah, Sofia! Finalmente torna dal pranzo?” guardò lorologio con aria di sfida. “Un altro ritardo del genere e sarà un richiamo ufficiale. Non è il momento di fare i vostri comodi!”
Sofia sospirò.
Chiamò subito lamica Chiara, che lavorava nello stesso ospedale, per sapere di sua madre. Dopo mezzora che le parve uneternità, Chiara la richiamò: lattacco era stato contenuto, niente infarto, sua madre era in terapia intensiva ma il giorno dopo lavrebbero spostata in una stanza normale.
“E tu come stai?” chiese Chiara.
“Ho mollato il lavoro, bucato la gomma, Marco non risponde”
“Capisco. Tieni duro.”
Marco non la richiamò. Quando Sofia tornò a casa, lui era davanti al laptop.
“Dove eri? Ti ho chiamato mille volte!” lo aggredì.
“Al lavoro. Cera una riunione,” rispose lui, impassibile.
“Tutto il giorno?”
“Scusa, ho silenziato il telefono e mi sono dimenticato di riattivarlo. Cosa è successo?”
“Potevi richiamare! Hanno portato mia madre in ospedale con un attacco cardiaco! Io sono scappata dallufficio, ho bucato una gomma, e tu”
“Guida con più attenzione. Tua madre come sta?”
Si chiarirono, ma un senso di angoscia rimase in Sofia.
***
Avevano conosciuto Marco due anni prima, in un bar dove lei e Chiara erano andate per un caffè.
“Quel ragazzo ti sta fissando come se volesse bucarti gli occhi,” sussurrò Chiara.
“Dove?” Sofia si guardò intorno e incrociò lo sguardo di un bel ragazzo. Arrossì e distolse lo sguardo.
Lui si avvicinò al loro tavolo.
“Permesso?”
Quel sorriso le fece battere il cuore.
Chiara se ne andò, dicendo di avere un impegno. Loro rimasero a parlare, poi fecero una passeggiata. Sofia si innamorò. Due settimane dopo, si trasferì da lui.
Aspettava che le facesse la proposta. Ci sperava, glielo lasciava capire. Ma Marco diceva che vivere insieme era una cosa, sposarsi unaltra. Voleva prima comprare casa. Quel “prima” durava ormai da due anni.
Tranne quellincertezza, Marco era perfetto. Ma sua madre continuava a dirle che se non laveva sposata subito, forse non lavrebbe mai fatto.
Il weekend, Marco giocava a tennis con gli amici, mentre Sofia puliva casa. Lui aveva labitudine di riappendere le camicie sporche nellarmadio. Ogni volta, lei le controllava prima di lavarle.
Un giorno notò una protuberanza nella tasca della sua giacca. Ci infilò la mano e tirò fuori una scatolina rossa. Si sedette sul divano, poi laprì: dentro cera un anello doro con una pietra bianca che luccicava alla luce. Sofia trattenne il fiato per lemozione.
Aveva dubitato di lui per niente! Le avrebbe fatto la proposta per il suo compleanno! Infilò lanello: era perfetto. Lo guardò incantata, poi sospirò e lo rimise nella scatola. Pazienza, aveva aspettato tanto, poteva aspettare ancora. Lo ripose nella tasca.
Il giorno dopo controllò di nuovo, ma lanello era sparito. Pensò che Marco lavesse nascosto meglio.
Finalmente arrivò il compleanno. A tavola, Marco fece un brindisi, le augurò ogni bene e le porse una scatolina di velluto. Sofia esitò, aspettando la domanda che non arrivò.
“Apri, dai!” la incitò Chiara.
Quando Sofia aprì la scatola, dentro cerano degli orecchini doro, non lanello.
La sua delusione dovette essere evidente, perché Marco abbassò lo sguardo, imbarazzato.
Dopo che gli ospiti se ne furono andati, Sofia gli chiese direttamente a chi era destinato quellanello.
Marco disse che un amico lo aveva comprato per la sua ragazza e glielo aveva affidato per evitare che lei lo trovasse. Sofia non ci credette.
“Non sapevo che frugassi nelle mie tasche. Non ti piacciono gli orecchini? Va bene, domani andiamo a comprarti lanello che vuoi,” cedette lui.
“Andiamo,” rispose Sofia.
Marco non se laspettava, ma ormai la parola era data. Il giorno dopo andarono in gioielleria. Sofia decise di vendicarsi scegliendo lanello più costoso.
“Buongiorno, cosa cercate?” chiese la commessa. “Un anello? Quello che ha comprato ieri non le è piaciuto?” guardò Marco.
“Hai comprato un anello? Avevi detto che era di un amico” Sofia lo fissò, sbalordita.
La commessa si scusò in fretta, dicendo di essersi confusa.
“Ti spiego dopo,” sussurrò Marco.
“Non mi seguire,” disse Sofia, uscendo di corsa.
Si mise in macchina e partì. Tremava tutta.
Era finita. Lui si era sistemato comodamente con lei, ma frequentava unaltra, a cui aveva pure regalato un anello. Tutte quelle scuse sulla casa erano solo pretesti. La commessa non si era sbagliata. Non tutti compravano anelli con diamanti, e Marco era un bel ragazzo, difficile da dimenticare.
Marco chiamò, ma Sofia spense il telefono. Le lacrime le rigavano il viso. Che stupida era stata
Non si accorse di essersi fermata di nuovo sul ciglio. Qualcuno bussò al finestrino. Lo abbassò.
“Ha bucato di nuovo?” chiese luomo sorridendo, ma vedendola in lacrime, si fece serio.
Era lo stesso posto dove lui le aveva cambiato la gomma.
Sofia scosse la testa e scoppiò a piangere. Poi, seduti in un bar, gli raccontò tutto.
“E se fosse davvero come dice? Magari era davvero per un amico,” disse Davide.
“Forse. Ma ormai non cambia più niente. Avrebbe potuto chiedermi di sposarlo senza anello. Non voleva sposarsi, almeno non con me.”
Davide le portò un gelato.
“Da piccolo, quando piangevo, mia madre me lo dava per tirarmi.”
***
Con Marco era finita. Allinizio, Davide iniziava a comparire spesso, quasi per caso. Poi la invitò al cinema, poi a Firenze per un weekend, poi a Siena A volte dormiva da lei, ma Sofia non voleva convivere. Lentamente si sciolse e iniziò a fidarsi. Dopo quattro mesi, Davide le chiese di sposarlo e le regalò un anello. Non importava che il diamante fosse piccoloera sincero. Sofia non se lo tolse mai.
Pensava spesso: per quanto tempo Marco lavrebbe ingannata, se non avesse trovato quellanello destinato a unaltra?
Insomma, se non sei pronto a trovare scheletri nellarmadio, forse è meglio non aprirlo affatto. E soprattutto, non frugare nelle tasche altrui.




