«“Entrerò quando mi pare, ho le chiavi”, ha detto la suocera e si è intrufolata nella nostra camera da letto alle cinque del mattino…»

«Entrerò quando vuoi, ho le chiavi», disse mia suocera, irrompendo nella nostra camera da letto alle cinque del mattino. Il cigolio della serratura mi fece irrigidire, mentre stringevo uno straccio bagnato tra le mani. Stavo strofinando una macchia appiccicosa di marmellata che Irina Borisovna aveva lasciato giorni prima, e quel rumore lo riconobbi allistante.

Pasquale dormiva ancora. Domenica, le otto e mezza.

La porta si aprì e sulla soglia apparve mia suocera. In una mano teneva una borsa della spesa con qualcosa di verde, nellaltra il guinzaglio del suo cagnolino tremolante, un bastardino di nome Pepe.

«Loretta, dormite ancora?», chiese allegramente, varcando la soglia. «Vi ho portato del finocchietto, del mio, dallorto».

Mi raddrizzai, sentendo la schiena contrarsi.

«Buongiorno, Irma. Dormiamo. O meglio, Pasquale dorme».

Ignorò le mie parole e si diresse verso la cucina. Pepe, dopo un breve abbaiò, le trotterellò dietro.

«Certo che faccio piano. Perché vi agitate? Sono passata dal mercato e ho pensato: porto qualcosa. Altrimenti comprereste roba piena di nitrati».

La seguii. La mia mattinata, lunica della settimana in cui potevo prendermela comoda, si sgretolava davanti ai miei occhi.

«Avremmo comprato noi. O avresti potuto telefonare, saremmo scesi».

Irma si voltò, e il suo sguardo divenne freddo, valutativo. Scivolò sulla mia vecchia maglietta, i piedi scalzi, i capelli arruffati.

«Loretta, ma che sciocchezze? Perché dovreste scendere? Ho le chiavi, no?».

Lo disse come se mi stesse facendo un regalo magnifico. Come se quelle chiavi non fossero del mio appartamento, ma del paradiso.

Quella sera trovai il coraggio. Pasquale guardava una serie tv, grattandosi pigramente la pancia.

«Pasquà, dobbiamo parlare di tua madre».

Sospirò, senza staccare gli occhi dallo schermo.

«Lore, di nuovo? Ti ha portato del finocchietto, niente di più».

«È entrata in casa nostra alle nove di domenica mattina senza avvisare. Ha aperto la porta con le sue chiavi. Non è normale».

«E che cè? È mia madre, mica unestranea».

Mi sedetti accanto a lui, presi il telecomando e spensi la tv. Il silenzio che seguì rese le mie parole ancora più nette.

«Pasquà, questa è casa nostra. Il nostro spazio. Voglio poter camminare nuda se ne ho voglia. Svegliarmi senza sentire cigolare la serratura».

«Ma che esagerazione», fece una smorfia. «Nuda, già. Mamma si preoccupa per noi».

«Allora lasci la sua preoccupazione fuori dalla porta. O almeno telefoni prima di entrare. Chiediamole di restituire le chiavi».

Pasquale sobbalzò come se lavessero scottato.

«Hai perso la testa? Togliere le chiavi a mia madre? Sarebbe unoffesa! Ha dedicato la sua vita a me, e io le rubo le chiavi? Penserebbe di essere esclusa dalla nostra vita!».

«E invece sta escludendo noi dalla nostra!», esplosi.

«Ma che dici?», mi guardò come se avessi propesso di rapinare una banca. Nei suoi occhi cerano paura e totale incomprensione. Per lui, la madre con le chiavi era un dato di fatto, immutabile come il sole che sorge a est.

Una settimana dopo, mi svegliai di soprassalto.

Erano le cinque del mattino.

Sulla soglia cera Irma, avvolta in un cappotto gettato sopra il pigiama. Strizzava gli occhi per la luce accecante e stringeva un cellulare.

«Pasqualino, hai dimenticato il telefono», sussurrò in tono complice. «Lho visto sulla mensola mentre uscivate. Eccolo. Altrimenti al lavoro saresti stato irreperibile».

Mi sedetti sul letto, tirandomi il lenzuolo fino al mento. Il cuore mi batteva in gola, quasi non riuscivo a respirare. Pasquale borbottò qualcosa nel sonno e si girò dallaltra parte.

Irma, ignorandomi, si avvicinò al suo lato del letto e posò il telefono sul comodino. Poi scrutò la stanza con occhio critico.

«Uffa, quanta polvere, Loretta. Dovreste passare lo straccio».

E con queste parole se ne andò. Sentii il clic della serratura.

Rimasi seduta sotto quella luce accecante, guardando mio marito dormire. Non si era nemmeno svegliato. Non aveva capito cosa fosse successo. Che non solo avevano violato una frontiera, ma lavevano cancellata.

Quando finalmente si svegliò, e io, cercando di restare calma, gli raccontai della visita notturna, si limitò a scrollare le spalle.

«Lore, voleva aiutarmi. Si preoccupa per me».

«Pasquà, è entrata in camera nostra. Alle cinque del mattino».

«E allora? Non era nuda. Mamma non è unestranea».

Quel giorno stessa la chiamai. Le mani mi tremavano, ma la determinazione era più forte della paura.

«Irma, buongiorno. Volevo parlare di questa mattina».

«Sì, Loretta, dimmi», la sua voce era del tutto impassibile.

«Ti chiedo di non entrare più senza avvisare. Soprattutto così presto. Soprattutto in camera nostra».

Dallaltra parte del telefono, un silenzio pesante. Poi una risposta gelida, carica di indignazione:

«Ragazzina mia, non capisco queste pretese. Ho cresciuto mio figlio, ho messo i miei risparmi in questo appartamento. Ricordalo: entro quando voglio, ho le chiavi».

Riattaccò.

Guardai Pasquale. Era lì accanto e aveva sentito tutto. Ma distolse lo sguardo.

«Non hai niente da dire?», chiesi, mentre i toni di occupato diventavano insopportabili.

Lui scrollò le spalle, fissando il motivo della carta da parati.

«Che vuoi che ti dica? Lhai provocata. Hai insistito. Era ovvio che reagisse così».

«Provocata? Per averle chiesto di non irrompere in camera mia?».

«Avresti potuto dirlo con più delicatezza», finalmente mi guardò. Nei suoi occhi non cera sostegno. Solo stanchezza e fastidio. «Sei sempre insoddisfatta. Mamma fa di tutto per noi, e tu».

Non ascoltai oltre. Mi girai e uscii dalla stanza, chiudendo la porta con decisione.

Quella sera, tra noi si alzò un muro. Non venne da me, non si scusò, non provò a parlare. Per tutta la notte sospirò sul divano.

Una settimana di pace. Irma non si fece viva, ma la sua presenza invisibile era ovunque.

Nel modo in cui Pasquale stringeva le labbra se proponevo di uscire. Nelle lunghe chiamate serali, a cui rispondeva solo: «È mamma».

Mi sentivo unestranea nella mia stessa casa.

Un mercoledì mi ammalai. La gola mi bruciava e la testa scoppiava.

Presi un giorno di malattia e, tornata a casa, decisi che il miglior rimedio era un bagno caldo. Riempii la vasca, aggiunsi sali alla lavanda e mi immersi, sperando che il calore scacciasse il malessere.

Stavo per addormentarmi quando lo sentii. Quel suono familiare.

Il cigolio della chiave nella serratura.

Mi irrigidii. Il cuore mi sprofondò. Pasquale? No, era ancora a lavoro per almeno due ore.

La porta si aprì e si richiuse piano. Sentii dei passi e il solito abbaiare di Pepe.

«Dai, Pepe, vediamo come sta la nostra Loretta», cantilenò Irma. «Chissà quanta polvere cè».

Ero immersa nellacqua, immobile, paralizzata dalla paura. Sentii che apriva il frigo, faceva schioccare la lingua.

«Lo sapevo. Non cè niente. Di cosa vivete? Il mio Pasqualino starà morendo di fame».

Era a pochi metri da me, dietro una porta sottile. Immaginai che lavrebbe aperta da un momento allaltro, e il terrore mi assalì.

La sensazione di vulnerabilità era quasi fisica. Questa doveva essere la mia casa, la mia fortezza. Eppure il “nemico” era entrato mentre ero indifesa.

Aspettai che andasse in cucina, uscii silenziosamente dalla vasca, mi avvolsi nella vestaglia e sbirciai fuori.

Irma era in salotto, sfogliando i miei libri.

«Oh, Loretta, sei in casa?», non batté ciglio. «Ti ho portato del brodo, di pollo, fa miracoli. Pasqualino mi ha detto che stai male».

Indicò un barattolo sul tavolino.

«Grazie, non era necessario», riuscii a dire, la voce roca. «Ti avevo chiesto di chiamare prima».

«Ma che dici, come se fossi unestranea? Volevo aiutarti! Chi si prende cura di te? Pasqualino lavora, porta i soldi a casa, e tu qui sola, malata».

Si avvicinò, cercando di toccarmi la fronte. Mi scansai.

«Non serve».

Quella sera, quando Pasquale tornò, ero decisa.

Gli raccontai tutto, senza omettere nulla: la paura, lumiliazione, il brodo che sembrava una beffa.

Mi ascoltò in silenzio. Poi disse:

«Lore, non capisco cosa non va in te. Mamma ti ha portato il brodo. Si è preoccupata per te. E tu vedi solo il male. Forse il problema sei tu?».

Quella notte rimasi sveglia a fissare il soffitto. Accanto a me, Pasquale russava placido. Luomo che avrebbe dovuto essere il mio sostegno. Ma aveva fatto la sua scelta.

E io feci la mia.

Il mattino dopo, appena Pasquale uscì, presi il telefono. Le mie mani non tremavano. Cercai: “Cambio le serrature. Urgente. 24 ore”. E cliccai “chiama”.

Lartigiano arrivò in unora. Un uomo robusto con occhi stanchi. Lavorò in silenzio, veloce. Il rumore del trapano fu musica per le mie orecchie. Ogni cigolio era un grido di libertà.

Quando finì, mi porse due chiavi nuove, lucide.

«Ecco, signora. A posto».

Le presi. Erano pesanti, vere. Le chiavi della mia fortezza. Pagai, e la porta si chiuse dietro di lui con un clic sordo. Girai la serratura. Di nuovo.

Funzionava perfettamente. Per la prima volta da mesi, mi sentii al sicuro.

Aspettai Pasquale tutto il giorno, come un soldato in trincea. Preparai la cena, pulii. Ripetevo le parole che gli avrei detto.

Tornò stanco, gettò la borsa su una sedia.

«Ciao».

«Ciao», mi avvicinai e gli porsi una delle chiavi. «Questa è la tua. Ho cambiato le serrature».

Mi guardò, sbalordito.

«Cosa? Perché?».

«Perché lho deciso io. Non voglio che nessuno entri in casa nostra senza permesso. Nessuno».

La sua faccia si tinse di rabbia.

«Hai… hai fatto questo alle mie spalle? Hai cacciato mia madre?».

«Ho protetto la nostra famiglia. E la nostra casa».

«Lhai distrutta!», urlò. «Cosa le dico?».

«La verità. Che suo figlio è cresciuto e ha una sua vita».

Urlammo, e io non cedetti.

Dissi tutto: la paura, il dolore, il tradimento. Lui non ascoltava. Parlava di dovere, di rispetto per la madre, della mia durezza.

Poi, durante la lite, sentimmo un rumore.

Il cigolio. Il cigolio della chiave nella serratura.
Ci voltammo entrambi verso la porta.
Silenzio.
Poi un colpo secco: qualcuno stava cercando di aprire.
La chiave non girava.
Un attimo dopo, una voce dallaltra parte: «Pasquale? Sono mamma. Apro?».
Pasquale fissò la porta, poi me. Aveva gli occhi lucidi.
Non rispose.
Io andai alla finestra e, senza parlare, tirai le tende.
Il silenzio che seguì era pieno di tutto quello che non sarebbe mai stato detto.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

18 − nine =

«“Entrerò quando mi pare, ho le chiavi”, ha detto la suocera e si è intrufolata nella nostra camera da letto alle cinque del mattino…»
Non abbiamo nulla da chiederti