Non mi sono mai considerata una bellezza. Nemmeno carina, a dire il vero. Non tutte possono sfilare sulle passerelle… Però a scuola, le mie amiche erano tutte ragazze affascinanti. Allinizio ne ero felice, poi mia nonna mi aprì gli occhi:
Ah, nipotina! Alle tue amiche conviene avere una “topolina grigia” come te accanto quando escono con i ragazzi. Non rubi la scena, chi mai si interesserebbe a te?
Quelle parole mi ferirono fino alle lacrime. Ma dopo un po, la nonna mi consolò:
Non ti crucciare. Non si stampano i panettoni con la faccia. Ricorda, tesoro mio: i colori troppo sgargianti sbiadiscono in fretta. Non ti abbattere, piccola, anche per la tua torta troverai chi la assaggerà.
Gli “assaggiatori” non arrivarono fino ai miei ventisette anni. Intanto studiavo, lavoravo, perché sapevo di poter contare solo su me stessa.
Conobbi Arturo grazie alla mia amica Anastasia. Lui, con la sua “insistenza insopportabile”, le era diventato più fastidioso della cicoria amara.
Prenditelo, Ilenia! Magari con te funziona. Io mi sposo, mi disse senza mezzi termini.
Accolsi Arturo subito e con gioia. Volevo sommergerlo damore. Mi piaceva tanto, e poi… ero stanca di restare zitella. Perché fare la difficile?
Mi parve persino che Arturo tirasse un sospiro di sollievo tra le mie braccia. Ci sposammo in fretta.
La nonna però mi avvertì:
Attenta, Ilenuccia, con lui ti consumerai. Quel tuo Arturo non ha ancora finito di divertirsi. Doveva sfogarsi prima di sposarsi. Non vantarti dun matrimonio di tre giorni, ma di tre anni…
Ma allora non davo retta a niente. Io e Arturo eravamo come vitellini, dove ci incrociavamo, ci leccavamo. Con il matrimonio, spuntarono ali immense sulle mie spalle!
Poi nacque nostro figlio, Giovanni. Arturo lo amò senza riserve. Gli leggeva fiabe la sera, cantava ninne nanne, lo viziava.
Crescendo, Giovanni si avvicinò più a lui che a me, sua madre. Non provai gelosia. Limportante era la serenità in famiglia.
Vivemmo cinque anni di felicità senza nuvole. Ma la sventura bussò alla porta
Forse Anastasia mi invidiava, o forse non aveva mai amato davvero Arturo quando stavano insieme. Fatto sta che lo riportò nelle sue braccia appiccicose. Seppi da altri che Anastasia aveva divorziato, senza figli.
Mi sentii svuotata di ogni colore. Le mie ali si piegarono. Evidentemente, la mia felicità non era ben piantata. Piansi senza fine. Spiegare a Giovanni fu straziante. Ora ero io a raccontargli storie su suo padre. Ma le lacrime si asciugarono, dovevo crescere mio figlio ed essere una madre presente. Nel cuore, speravo che Arturo si ravvedesse e, almeno per Giovanni, tornasse a casa.
Arturo venne a riprendere il passaporto. Balbettò che Anastasia voleva un matrimonio legittimo. Mi rifiutai di darglielo. Lui alzò le spalle, non discuté, se ne andò in silenzio. Poi ottenne un duplicato.
Non so cosa Anastasia avesse per attirare mio marito, ma Arturo si dimenticò completamente di me e Giovanni. Eppure ammetto che Anastasia era la più bella della scuola. Splendida, spensierata, affascinante. Sapeva intrecciare parole come merletti. Peccato che spesso dicesse una cosa e ne pensasse unaltra. Quel lato di lei non mi aveva mai turbato. A quanto pare, sbagliavo. Di donne come lei si dice: occhio dolce, cuore di veleno.
Avrei dovuto capire prima che Anastasia mi stava solo prestando Arturo. Per il tempo che le serviva. Aveva detto: “Mi sposo”. Finito il matrimonio, rivoleva indietro il prestito.
Due volte fui convocata in tribunale per il divorzio. Non andai. Temporeggiavo, e con me la mia anima.
Intanto passò il tempo. Arturo sembrò rinsavire. Sentiva la mancanza di Giovannino. Mi chiese di vederlo. Io, ovviamente, non mi opposi. Ormai non pensavo più a lui. Io e Giovanni ci eravamo abituati a vivere soli. Lui compì dodici anni.
La disgrazia, si sa, cresce anche senza pioggia. Anastasia, la predona, bussò alla mia porta.
Come va, amica? Non ti sei risposata? mi chiese con un ghigno.
Cosa vuoi? risposi gelida.
Arturo ti chiede di portare tuo figlio allospedale. Per salutarlo, mi fulminò Anastasia.
Mi si piegarono le gambe, tutto mi sfuggì davanti agli occhi.
Cosa ha Arturo? sussurrai.
Domani ha unoperazione difficile. Ha paura di non farcela, disse Anastasia, già pronta a scappare.
Ce la farà! Deve farcela! urlai disperata alle sue spalle.
Loperazione riuscì. Arturo sopravvisse, ma a quarantanni restò invalido. Non poteva muoversi da solo, si appoggiava a un bastone. La domanda era: come sarebbe vissuto? Anastasia lo portò via dallospedale. Ma sentivo che non sarebbe durato.
Volli riprendermelo subito. Di Anastasia non mi fidavo. Aveva unanima nera come un pozzo.
Decisi di aspettare. Lasciare che la melma si depositasse, forse avremmo bevuto acqua limpida.
Tre mesi dopo, Anastasia mi chiamò.
Ilenia, Arturo soffre senza suo figlio.
O forse sei tu che soffri con Arturo? dissi sarcastica.
Insomma, Arturo tornò da noi. Semplicemente, Anastasia aveva reso la vita impossibile a un invalido.
Arturo era irritabile, silenzioso, crudele.
Ma lamore sopporta tutto, perdona, non serba rancore. Io e Giovanni lo accudimmo giorno e notte. Lentamente, Arturo si sciolse. Anzi, cominciò a dimenticare il bastone. Zoppicava, ma almeno camminava da solo.
Passarono sei mesi.
Riapparve Anastasia. Con una bambina in braccio.
Come divideremo Arturo? È suo padre, annunciò lex amica.
Anastasia, sei come lerba cattiva, ti attacchi alle gambe. Perché ti infili nellanima di Arturo? Strisci come una serpe. Quando sparirai dalle nostre vite? Ci leghi con nodi stretti! Quando ci lascerai respirare? implorai.
Arturo è mio! strillò Anastasia.
E aveva ragione. Non incolpai Arturo. Tornò da Anastasia. A quanto pare, il vecchio amore non arrugginisce.
La nonna non perse tempo:
Quello lì, Ilenuccia, non è un marito, è una borsa da viaggio!
Rimanemmo io e Giovannino di nuovo soli. Mio figlio, ormai grande, mi consolava: Non ti preoccupare, mamma, ce la faremo.
Ah, Arturo, sei una ferita nel mio cuore.
Profondo è loceano, ma più profondo è il cuore delluomo. E chissà cosa nasconde!
Dopo Arturo, la mia anima rimase orfana, vuota, immobile. Solo cenere al posto dellamore. Nessun altro mi riscaldò, accese una luce, mi donò speranza.
Il tempo corse. Giovannino si sposò, lasciò la casa.
Poi incontrai Arturo per caso. Era pietoso. Occhi pieni di malinconia. Come avrebbe detto la nonna: “Tentennò, tentennò, e finì sulla forca…”
Dove sei? Cosa fai? chiesi cauta.
Da nessuna parte. Cammino, rispose strano.
Aveva uno sguardo smarrito
Ora siamo insieme da sette anni. A volte, anche in autunno spuntano giornate destate. Cresciamo nostro nipote. Siamo felici? Sì. Forse è questo, lamore vero? Quello sofferto.
P.S. Anastasia sposò un francese e partì con la figlia. A Arturo lanciò:
Ti lascio allangelo custode Ilenia…



