Mamma che cresce il suo bambino con amore mentre il marito lo rifiuta.

Ogni mattina mi sveglio con il dolce pianto di Sofia. È così piccola, così perfetta. Le sue ditina si stringono alle mie quando la prendo in braccio, e sento che il mondo ha di nuovo un senso.
“Buongiorno, amore mio,” le sussurro mentre la sollevo dalla culla. “Hai dormito bene?”
Dalla cucina sento i passi pesanti di Luca. È sempre stato un uomo di poche parole, ma da quando è nata Sofia è diventato ancora più distante.
“Ancora a parlare da sola?” dice dalla porta, con quello sguardo che non riesco a decifrare.
“Non parlo da sola, parlo a Sofia.”
Lui sospira e si passa una mano tra i capelli.
“Giulia, dobbiamo parlare.”
“Dopo,” rispondo, cullandola dolcemente. “Prima devo darle da mangiare.”
Lo vedo allontanarsi, e per un attimo sento un pizzico di colpa. So che Luca sta passando un momento difficile, ma Sofia ha bisogno di me. È così fragile, così dipendente.
Durante il giorno, mentre lui è al lavoro, io e Sofia abbiamo la nostra routine. Le canto ninne nanne, la lavo con cura, le leggo storie. Lei mi ascolta con quegli occhioni luminosi che sembrano capire ogni parola.
“Il tuo papà ti amerà,” le dico mentre le cambio il pannolino. “Ha solo bisogno di tempo per abituarsi.”
Quando Luca torna la sera, trovo sempre una scusa per portarla in un’altra stanza. Lui non la guarda, non chiede di lei. A volte lo sento piangere in bagno e non capisco perché.
Una sera, dopo aver messo Sofia a dormire, trovo Luca seduto sul divano con una foto in mano.
“Cos’è quella?” chiedo.
Lui alza lo sguardo, e i suoi occhi sono rossi.
“Ti ricordi di questo?”
È lecografia. La nostra prima ecografia, otto mesi fa. Ricordo benissimo quel giorno: lemozione, i progetti, i nomi che scegliemmo insieme.
“Certo che me lo ricordo,” dico, sedendomi accanto a lui. “Era quando abbiamo saputo che arrivava Sofia.”
Luca chiude gli occhi e le lacrime gli scendono sulle guance.
“Giulia… Sofia non cè.”
“Di che parli? Sta dormendo nella sua cameretta.”
“No, amore. Non cè nessuna cameretta. Non cè culla. Non cè Sofia.”
Mi alzo di scatto.
“Ma sei pazzo! Certo che cè! Lho appena messa a letto!”
Corro in camera, ma Luca mi segue. Quando apro la porta, lui accende la luce.
La stanza è vuota. Niente culla, niente mobile appeso al soffitto, niente vestitini che credevo di aver lavato quella mattina. Solo scatole polverose e mobili vecchi.
“Sofia…” sussurro.
“Abbiamo perso Sofia sei mesi fa, Giulia,” dice Luca con voce spezzata. “A 32 settimane. Non ti ricordi? Il cordone ombelicale… i dottori dissero che non cera niente da fare.”
Le immagini tornano a pezzi, come schegge di vetro: lospedale, i monitor silenziosi, le mie braccia vuote.
“Ma io la tengo in braccio ogni giorno… le do da mangiare… mi sorride…”
Luca mi abbraccia mentre crollo.
“Stavi stringendo una coperta, amore. Parlavi a una coperta. Ti ho vista cullarla, cambiarle il ‘pannolino’. Ho aspettato che ti ricordassi, che tornassi da me.”
Guardo le mie braccia vuote e per la prima volta da mesi le sento davvero vuote. Il peso che credevo di sentire, i sussurri che credevo di udire, tutto svanisce come fumo.
“Sofia… la mia Sofia…”
“So che fa male,” sussurra Luca. “Fa male anche a me ogni giorno. Ma dobbiamo andare avanti insieme, senza di lei, ma insieme.”
Quella notte piango per la prima volta dal funerale che non ricordavo ci fosse stato. Piango per la mia bambina che non è mai tornata a casa, per mio marito che mi ha visto perdermi in un sogno e ha aspettato pazientemente che tornassi, per tutti quei mesi rubati al vero dolore.
Ma piango anche di sollievo, perché finalmente posso cominciare a guarire.
E Luca è qui, che mi aspetta, come ha sempre fatto.

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Stanca di essere invisibile. Un racconto