La Vita Solitaria di un Vecchio Zitellone: Sereno nella Sua Solitudine

**La Vita Solitaria di un Vecchio Scapolo: Sereno nella Sua Solitudine**

Luca era un uomo non più giovane, un eterno scapolo che aveva imparato a godersi la solitudine senza rimpianti. Viveva senza fretta, lavorava come un mulo ma amava il suo mestiere. Era meticoloso, ogni cosa doveva essere perfetta, tutto al suo posto. Aveva conosciuto tante donne, ma nessuna gli era sembrata quella giusta. Quellanno, alla fine di luglio, decise di prendersi una pausa e dirigersi verso il sud. Stanco della routine, voleva allontanarsi dalla civiltà. Aprì internet e pubblicò un annuncio.

Gli rispose una donna con due figli, che viveva in un paesino della Puglia. La spiaggia era a venti minuti a piedi, lontana dai resort e dal caos delle città. Cera una camera privata e, in cambio di viveri, lei gli avrebbe cucinato pasti casalinghi. Alla fine si convinse. Il viaggio andò bene, il GPS non lo tradì. La casa era vecchia ma pulita, la camera accogliente, e la padrona di casa, Beatrice, gentile. In cortile cera una cagnolina, un piccolo pinscher. Nel giardino, la frutta maturava, mentre i due figli, un ragazzino e una bambina di nove o dieci anni, aiutavano nei lavori. Beatrice non lo disturbava, chiedeva solo cosa preparargli, gli riempiva il piatto di fragole e sorrideva con dolcezza.

Luca passava le giornate in spiaggia, nuotando, scalando scogli, scattando foto e scrivendo a un vecchio amico su Facebook. A volte si chiedeva come una donna di cinquantanni potesse avere figli così piccoli. Finché un giorno le chiese:

“Beatrice, questi sono i tuoi nipoti?”

“No,” rispose lei, “sono i miei figli, solo un po tardivi. La vita non mi ha portato a sposarmi, ma ho voluto avere dei bambini. E poi, non sono così vecchia, ho 48 anni.”

Mentre parlavano, Luca la osservò meglio. Era simpatica, rideva facilmente, e il suo nome gli piaceva. Beatrice. Bea. Così si chiamava sua madre. E poi, lei profumava di fragole e burro fresco. Il vino bianco era leggero, le sere miti, e il cielo stellato. Nessuno dei due faceva giri di paroleerano adulti. Di giorno, tutto sembrava normale, ma di notte Luca si intrufolava silenziosamente nella sua stanza. Poi tornava nella sua camera. I bambini non dovevano sapere. La cagnolina non abbaiava mai, lo guardava solo con occhi intelligenti, come se capisse tutto. Brava bestiola, frugale. Mangiava due cucchiaiate di cibo e sorvegliava il cortile con zelo. Si chiamava Lola.

E Lola cominciò a seguirlo in spiaggia, nuotava con lui, si scrollava nella sabbia, si asciugava al sole e tornava a casa prima di lui. Poi un giorno, Lola non si fece vedere. Luca la cercò dappertutto, gridò il suo nome, appese decine di volantini per il paese. Dovera finita la cagnolina? Una vicina anziana gli suggerì che forse lavessero presa alcuni forestieri che affittavano una casa dallaltra parte del paese. Luca ci andò di corsa. Arrivò giusto in tempo per scoprire che erano partiti unora prima, con una cagnolina, diretti verso la strada principale.

Salì in macchina e accelerò. Li raggiunse dopo ottanta chilometri, bloccandogli la strada. Dal SUV scesero due ragazze, giovani e sfacciate.

“Eh, sposta quella macchina! Non sai guidare? Chiamiamo la polizia!”

“Chiamate pure,” rispose Luca, “ma prima restituitemi la cagna.”

“Sei fortunato,” rise la più alta. “Era abbandonata, la stiamo salvando.”

“Non è abbandonata,” ribatté lui. “Ha una famiglia. Non è vostra.”

“Vattene!” strillò laltra. “Se non ti muovi, ti rompiamo i finestrini!”

Luca le ignorò e chiamò: “Lola!” La cagnolina cominciò ad abbaiare e a correre sui sedili, cercando di raggiungere il finestrino socchiuso. Le ragazze la trattenevano, imprecando e minacciando. Luca non sapeva cosa farenon avrebbe mai alzato le mani su delle donne.

Fortunatamente, arrivò un carabiniere, sudato e stanco. Tappandosi le orecchie dalle urla delle ragazze, lagente prese Lola.

“Silenzio! La cagna andrà da chi sceglierà lei. Nessuno di voi ha i documenti.”

“Vieni qui, piccola,” chiamavano le ragazze, agitando un pezzo di prosciutto.

“Andiamo, Lola,” disse Luca.

Lagente la posò a terra. Lei corse da Luca, scodinzolando e abbaiando felice.

“Mi pare risolto,” sbuffò il carabiniere.

“No, è nostra!” urlarono le ragazze. “Non può portarla via! Ci lamenteremo con i suoi superiori!”

Lagente arrossì.

“O ve ne andate subito, o controllo assicurazione, estintore, triangolo, kit di pronto soccorso e conto tutte le pillole. La macchina è sporca, e poi controllerò se non è rubata. E il sistema è solo in caserma”

Il SUV sparì in fretta.

Luca strinse la mano al carabiniere.

“Grazie.”

“Di nulla. Anchio ho un cagnolino così. Intelligente e testardo. Dinverno gli metto il cappottino, è freddoloso. Buona razza, fedele. E poi è pratico. Buona fortuna. E non infrangere la legge.”

Luca rientrò in macchina. Lola si acciambellò sulle sue gambe, calda, il pelo morbido come velluto. Si sentì beneda tempo non provava quella sensazione. La strada era tranquilla, il motore ronfava dolcemente, e Lola era calma. Ma in quel momento di pace, il cuore gli si strinse. Presto sarebbe dovuto ripartire. A casa nessuno lo aspettava. Gli venne in mente di girare la macchina e portare Lola con sé. Cosa possedeva, dopotutto? Qualche maglietta, mutande, una tuta. Lidea lampeggiò nella sua mente. Luca la annotò mentalmente, sospirò e tornò a casa di Beatrice.

Lultima settimana fu piovosa, ma Luca continuò ad andare in spiaggia. E Lola con lui. Di notte, si intrufolava nella stanza di Bea, e al mattino il dolore diventava sempre più forte. Il giorno della partenza, il sole splendeva. Luca aveva già preparato i bagagli. Lasciò un regalo a Beatrice, si congedò, le diede il numero di telefono e salì in macchina.

Accelerò lentamente, pensando che la vacanza e la storia destate fossero finiteera ora di tornare alla routine. Aveva già lasciato la strada sterrata per lasfalto quando vide Lola corrergli dietro. Aumentò la velocità. Lei correva più forte. Luca schiacciò lacceleratore.

La cagnolina cominciò a rimanere indietro, fino a scomparire. Si fermò. Scese dalla macchina, accese una sigaretta e notò che le mani gli tremavano. Fumò fino alla fine, la spense nel posacenere e guardò la strada.

Una piccola macchia si muoveva sullasfalto. Luca cominciò a correre, pregando che nessuna macchina la investisse. Non correva così da anni. Lola galoppava, come se fosse lultima forza. La polvere le copriva il pelo, la lingua, gli occhi, persino le piccole orecchie. Scodinzolò e cercò di abbaiare, ma starnutì soltanto.

Luca la prese, la pulì, le diede dellacqua dalla bottiglia. Poi chiamò Beatrice e disse con un sorriso: “Pronta per un cambio daria? Io, Lola e due piccoli passeggeri stiamo tornando a casa.”

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La Vita Solitaria di un Vecchio Zitellone: Sereno nella Sua Solitudine
Sono stata in questa relazione per cinque anni: due anni di matrimonio e tre di convivenza. Durante il fidanzamento è stata quasi tutta una storia a distanza: ci vedevamo ogni tre mesi, e per il lavoro suo c’è stato persino un anno in cui siamo riusciti a incontrarci solo due volte. Non lo vedevo come un problema: anzi, pensavo che fosse la relazione perfetta. Ci mancavamo, piangevamo al telefono, ci riempivamo di amore attraverso messaggi e videochiamate. Mai una lite, nessuna gelosia. Ognuno aveva il suo spazio: lui usciva con gli amici, io andavo alle feste, tutto normale. Mi aiutava persino a scegliere cosa mettere, consigliandomi con sincerità senza mai essere possessivo. Appariva orgoglioso di me e del mio corpo, tutto era sereno, sano, ideale. Un dicembre però è stato particolarmente difficile perché sapevamo di non poterci vedere né a Natale né a Capodanno. La tristezza era tanta. Così mi ha proposto di trasferirmi da lui, nella sua città. Dopo averci pensato e parlato con la mia famiglia – che mi ha sostenuta – ho lasciato il lavoro e sono andata a vivere con lui. I primi mesi sono stati sereni, il primo anno lo ricordo come un periodo di adattamento – imparare a conoscerci nelle piccole cose, nelle abitudini mattutine, nelle reazioni e nelle manie. E, non lavorando, mi occupavo della casa e tutto filava liscio. Il secondo anno è stato ancora più bello, eravamo una squadra vera, il sentimento era fortissimo, non ci separavamo mai quando lui era libero dal lavoro. Mi sembrava di aver fatto la scelta giusta. Poi, il terzo anno, qualcosa è cambiato. Ha iniziato a rincasare tardi. Abbiamo sempre avuto il gps condiviso ma un giorno lui lo ha disattivato senza dirmi nulla. Capitava che non rientrasse fino alle cinque o sei del mattino, e senza spiegazioni. Sono iniziate le continue discussioni. Un giorno però ho trovato del trucco sulla sua camicia bianca: fondotinta e rossetto, evidente, sul collo e sulla manica. Gli ho chiesto una spiegazione. Lui mi ha detto una cosa che non dimenticherò mai: che aveva cercato fuori ciò che io non gli davo più, perché ero diventata noiosa e pensavo solo alla casa. Non ha detto apertamente “ti tradisco”, ma lo ha ammesso senza usare esattamente quelle parole. Ero distrutta. Piangevo continuamente, sentivo dolore fisico al petto e non sapevo come risollevarmi. Così ho deciso di fare qualcosa per me: sono tornata in palestra, come facevo prima di stare con lui. Lì ho conosciuto un uomo, abbiamo iniziato a parlare, e mi ha invitata a bere qualcosa. Sono stata io a proporre di andare a casa sua, e lui ha accettato. Dovevamo vederci il pomeriggio: era chiaro a entrambi cosa sarebbe successo. Ma, una volta a casa, dopo averlo visto in palestra, ho iniziato a pensare: “Non posso farlo. Gli tradirò. Ma se lo merita.” Subito dopo però mi sono detta: “No, non voglio diventare come lui.” Ho deciso di chiudere prima. Ho aspettato che mio marito tornasse a pranzo, e non l’ho nemmeno lasciato entrare in camera. Ci siamo seduti in sala da pranzo e gli ho detto che la nostra storia non funzionava più, che mi aveva tradita e che non m’importava con chi né da quanto tempo. Era tutto finito, lì e in quel momento. Ha cercato di minimizzare, dicendo che quella donna non era importante, che potevamo sistemare le cose. Ma io ero decisa a non continuare. Non gli ho detto di aver incontrato qualcun altro, ho solo detto che me ne andavo. La valigia era già preparata. Mi ha chiesto dove sarei andata e se c’era qualcuno, e io ho risposto che non importava, che avrei visto. Ho lasciato la casa con le valigie e sono andata dall’altro uomo. Quando mi ha vista, si è spaventato, ma gli ho spiegato che avevo appena lasciato mio marito e che il giorno dopo sarei tornata nella mia città d’origine: volevo solo stare con lui quella notte. Lui ha accettato. Quella notte è stata l’esperienza più intensa della mia vita: sarà stato rabbia, dolore, tutto ciò che avevo accumulato, ma è stato completamente diverso da tutto ciò che avevo provato, anche con mio marito. Il giorno dopo ho preso un biglietto e sono tornata dai miei genitori. Non avevo altro posto dove andare. Non volevo più sapere nulla del mio ex marito. Sono passati due anni. Oggi sono sola, lavoro di nuovo, affitto casa e non rimpiango la mia scelta. Ero sul punto di tradire anch’io, ma ho saputo fermarmi in tempo e non diventare ciò che lui era stato per me.