“Non sei sua figlia vera, non hai alcun diritto,” sibilò Allegra, mentre si trovava accanto alla bara del padre. “Perciò non sperare in niente.”
Fiorenza trasalì, come se avesse ricevuto uno schiaffo. Stringeva tra le mani un mazzo di rose bianche e faticava a credere a quelle parole. La gente attorno continuava ad avvicinarsi alla bara, mormorando preghiere e facendosi il segno della croce, mentre Allegra la fissava con odio puro.
“Allegra, per favore, non qui,” sussurrò Fiorenza. “Papà non è ancora sepolto.”
“Esatto, il mio papà,” ribatté Allegra, marcando ogni sillaba. “Di sangue. E tu sei solo lorfanella che si è preso per pietà.”
Fiorenza depose le rose accanto al capo del feretro e si fece indietro. Aveva un nodo in gola e gli occhi pieni di lacrime. Fabrizio Antonelli giaceva nella camicia bianca che lei stessa gli aveva comprato appena due giorni prima. Le mani erano incrociate sul petto, il viso sereno. Sembrava solo sospeso in un sonno profondo, ma non avrebbe più aperto gli occhi, non le avrebbe più detto “buongiorno,” né le avrebbe accarezzato i capelli come faceva da trentanni.
“Fiore, come stai?” le chiese Nadia, una collega del lavoro, avvicinandosi con uno sguardo preoccupato. “Coraggio, tesoro.”
“Grazie per esser venuta,” disse Fiorenza abbracciandola.
“Perché Allegra ti guarda come se fossi la sua nemica?”
“Pensa che non avrei dovuto essere qui.”
“Ma come? Sei cresciuta con Fabrizio!”
Fiorenza annuì, asciugandosi gli occhi col fazzoletto. Ricordava ancora quando, a cinque anni, Fabrizio laveva portata dallorfanotrofio a casa sua. Un uomo di poche parole, con i baffi grigi e un profumo di tabacco. Le aveva mostrato la sua nuova stanza e le aveva detto: “Questa è la tua casa, adesso.”
“Fiore, vieni qui,” chiamò Allegra.
Fiorenza si avvicinò, aspettandosi unaltra stilettata, ma la cognata la prese sottobraccio e la condusse fuori dalla sala.
“Dobbiamo parlare,” disse, appena rimaste sole nel corridoio della camera mortuaria.
“Di cosa?”
“Leredità. Sai bene che lappartamento e la casa al mare sono miei, vero? Io sono lunica figlia di sangue.”
Fiorenza la fissò, sconcertata. Non aveva nemmeno pensato allereditàla sua mente era piena di altro: come organizzare il funerale, dove tenere il pranzo, chi avvisare.
“Allegra, parliamone dopo il funerale.”
“No, adesso. Per evitare equivoci. Papà non ha lasciato testamento, quindi tutto va ai legittimi eredi. E tu non sei né sua moglie né sua figlia.”
“Ma mi ha adottata,” replicò Fiorenza. “Ho i documenti.”
Allegra fece una smorfia.
“E allora? Ti ha presa per compassione. Adesso vuoi approfittarti e prenderti lappartamento in centro?”
“Non voglio approfittarmi di niente,” ribatté Fiorenza. “Non mi interessa lappartamento. Voglio solo i suoi libri e qualche foto. Il resto è tuo.”
“Certo, come no. Lo dicono tutti, poi finisce in tribunale.”
Fiorenza sentì ribollire la rabbia. Trentanni vissuti in quella famiglia, credendo che Fabrizio fosse suo padre e Allegra sua sorella. E ora scopriva di essere stata solo unospite tollerata per gentilezza.
“Allegra, sai una cosa?” disse piano. “Non sprecherò nemmeno il fiato. Fai come credi. Lunica cosa che chiedo è che papà venga seppellito con dignità.”
“Tu mi dici come seppellire mio padre?”
“Sì, perché negli ultimi anni viveva con me, non con te. Perché ero io a occuparmi di lui quando stava male, mentre tu venivi una volta al mese per mezzora.”
Allegra arrossì.
“Io sono sua figlia di sangue, tu solo unorfana!”
Quelle parole ferirono Fiorenza più di uno schiaffo. Si voltò e rientrò nella sala, dove la bara di Fabrizio Antonelli era ancora esposta.
La gente aveva iniziato a disperdersi, restavano solo i più stretti. Domani ci sarebbe stato il funerale, poi il pranzo di commiato. Fiorenza pensò a dove organizzarloin casa non cera spazio, e al ristorante sarebbe costato troppo. Fabrizio aveva sempre vissuto con parsimonia, la pensione non era grande.
“Fiore, domani porto la macchina per aiutare con la bara,” le disse il vicino, zio Claudio.
“Grazie, zio,” rispose stringendogli la mano.
“Non dar retta ad Allegra. È sempre stata invidiosa. Ricordo quando arrivasti, ti guardava male ogni volta.”
Lo ricordava anche lei. I primi mesi erano stati duri, Allegra già studiava alluniversità e tornava solo nei weekend, trattandola con freddezza. Le nascondeva le cose, non le permetteva di entrare nella sua stanza, e quando erano sole poteva essere crudele.
Ma Fabrizio laveva sempre protetta, rimproverando Allegra: “Fiorenza è tua sorella, trattala come tale.”
“Papà, vieni? Dobbiamo passare dallagenzia funebre,” disse Allegra prendendolo sottobraccio.
“Certo, piccola. Fiore, vieni con noi?”
“No, torno a casa. Domani è una giornata lunga.”
“Brava, riposati.”
Fabrizio labbracciò e disse piano allorecchio:
“Non soffrire per Allegra. È solo arrabbiata, passerà.”
Ma il tempo non aveva migliorato le cose. Allegra era cresciuta, si era sposata, aveva figli, ma continuava a trattare Fiorenza come unestranea. Ogni occasione era buona per ricordarle che non era una di famiglia.
E Fabrizio era invecchiato, sempre più malandato. Allegra lo visitava di rado, sempre di fretta, tra lavoro e impegni. Così, toccava a Fiorenza accompagnarlo dal dottore, comprare le medicine, cucinare.
“Fiore, cosa farei senza di te?” le diceva. “Allegra è troppo occupata, ma tu sei una vera figlia, anche se non di sangue.”
Tornata a casa dopo il funerale, Fiorenza si sentiva svuotata. Lappartamento era silenzioso e freddo. Sul tavolo della cucina cerano i documenti che aveva raccolto per le pratiche: il certificato di morte, la carta didentità di Fabrizio, la pensione. Mentre li riordinava, trovò una busta.
Il cuore le balzò in petto. Un testamento? Lo aprì e lesse. Fabrizio aveva lasciato lappartamento e la casa al mare in parti uguali a entrambe. In fondo, la firma e il timbro del notaio.
Era stato redatto lanno prima, dopo linfarto. I medici non davano garanzie, e Fabrizio aveva voluto sistemare le cose.
Fiorenza rimise tutto a posto. Ora capiva perché Allegra aveva insistito che non cera testamento. Sperava di prendersi tutto.
Il mattino dopo, la svegliò il telefono.
“Fiore, sei sveglia?”
“Sì, sto andando in chiesa.”
“Quale chiesa? Labbiamo deciso ieri, la cerimonia è al cimitero.”
“No, non è vero. Papà era credente, voleva la messa.”
“E come fai a saperlo? Non me lha mai detto!”
“Perché tu non ceri mai. Io s







