È colpa vostra se non ho una famiglia!” urlò la nipote, prendendosi l’appartamento

“È colpa tua se non ho una famiglia!” urlò la nipote, rivendicando l’appartamento.

“Zia Nadia, hai mai rimpianto di non aver avuto figli?” chiese improvvisamente Alina, posando la tazza di tè mezzo bevuto.

Nadia trasalì, colta alla sprovvista. La nipote era venuta a trovarla dopo tanto tempo, stavano parlando del lavoro, del tempo, e ora questa domanda.

“Che pensieri strani, Alina,” rispose cauta, sistemando il centrino di pizzo sul tavolo. “La vita è andata così. Non tutte devono essere madri.”

“Ma è triste, no? Vivere da sole…” Alina la fissava, studiando ogni ruga sul suo viso.

Nadia rise, a disagio. Fuori, la pioggia sottile di ottobre batteva sui vetri. L’appartamento era caldo, accogliente. Teneva sempre tutto in ordine, specie quando venivano parenti. Ormai le rimaneva solo Alina, figlia del fratello morto anni prima.

“Perché mi chiedi questo? Tutto bene con Marco?” Tentò di spostare il discorso. La nipote frequentava quel ragazzo da tre anni, e lei sperava in un matrimonio.

“Con Marco è finito,” disse secca Alina, voltandosi verso la finestra. “Un mese fa.”

“Oh, piccola! Perché non me l’hai detto? Avrei”

“Cosa avresti fatto?” si girò di scatto. “Mi avresti compatita? Consolata? Detto che il pesce buono viene col tempo?”

Nella voce di Alina cera unacre rabbia che Nadia non le aveva mai sentito. Sempre stata una ragazza tranquilla, educata, poi una studentessa modesta, ora contabile di successo. Ne era fiera.

“Alina, cosa ti prende? Oggi non sei te stessa.”

“Non me stessa?” Si alzò, iniziò a camminare per la stanza. “E come dovrei essere? Sorridere sempre, fingere che vada tutto bene? Fare finta che a trentadue anni la mia vita sentimentale sia un deserto?”

Nadia la seguì con lo sguardo mentre si avvicinava al comò antico, dove stavano le foto di famiglia. Alina ne prese una: una bambina piccola accanto alla zia, ancora giovane.

“Avevo sette anni quando i miei morirono in quellincidente,” disse a bassa voce, senza voltarsi. “Ricordi quando venni a vivere con te?”

“Certo, tesoro. Lo superammo insieme.” Nadia si alzò, voleva avvicinarsi, ma Alina si scostò.

“Superammo? Io non capivo. Credevo fosse temporaneo. Che sarebbero tornati.”

“Alina, perché tiri fuori questo ora? Ne parlammo allora…”

“Non parlammo mai! Decidesti tu per me! Che sarei rimasta con te, che era la cosa migliore!”

Nadia sentì un groppo in gola. La nipote aveva dimenticato comera difficile per lei allora? Ventotto anni, il divorzio fresco, la carriera in crisi, e una bambina da accudire?

“Ero giovane anchio. Forse sbagliai, ma ho fatto del mio meglio…”

“Il tuo meglio?” rise amara Alina. “Sai cosera? Rinchiudermi qui! Niente attività, niente amici!”

“Non è vero! Avevi compagne a scuola…”

“Quali amiche? Dicevi sempre: ‘Perché uscire? Meglio casa. Perché il teatro? Perdita di tempo. Perché la danza? Soldi buttati!'”

Nadia cadde sulla sedia. Per lei era protezione, non prigionia. Voleva tenerla lontana dalla strada, dalle cattive compagnie.

“Volevo proteggerti…”

“Proteggermi da cosa? Dalla vita? Dalle persone?” Rimise giù la foto. “Sono cresciuta bene, hai detto. Ho unistruzione…”

“Sì, ma non so relazionarmi! Non so flirtare, essere spensierata! Mi hai resa come techiusa, paurosa di tutto!”

Le parole bruciavano più di uno schiaffo. Nadia si era sempre vista prudente, non codarda.

“Capisco che sei turbata per Marco…”

“Che centra Marco?” sbottò Alina. “Marco è il quarto! Il quarto che non funziona! E sai perché? Perché non so essere aperta! Ai primi problemi, mi ritiro, come mi hai insegnato!”

Nadia tacque. Un nodo le serrava la gola.

“E sai cosa mi ha detto quando è finita? ‘Sei come un fantasma. Esisti, ma non vivi. Lavoro, casa, TV. Niente passioni, niente desideri. Neanche il sesso ti interessa, purché nessuno ti disturbi.'”

“Alina!” si scandalizzò Nadia.

“Ti dà fastidio la verità? A me dà fastidio vivere così!” Si appoggiò alla finestra, la fronte contro il vetro freddo. “Tutte le amiche sono sposate, con figli. Io passo le sere a chiedermi: cosa cè che non va in me?”

“Non cè nulla che non va…”

“Invece sì!” Si voltò di scatto. “E ho capito perché. Sono uguale a te! Ripeto il tuo destino!”

“Il mio destino?”

“Sì! Anche tu non sei mai stata felice! Persino con zio Paolo, non osavi contraddirlo! Lui faceva come voleva, e tu zitta!”

Nadia strinse i pugni. Paolo era stato un despota, ma Alina era troppo piccola per capire…

“Non giudicare ciò che non conosci,” mormorò.

“Non conosco? Vivevo qui! Sentivo le urla, il pianto di notte! E quando se ne andò con la segretaria, non lottasti nemmeno!”

“Perché lottare? Se uno vuole andarsene…”

“Ecco! Ti arrendesti! E mi insegnasti lo stessosubire, non combattere!”

Alina riprese a camminare, inquieta.

“E ora sono io la donna che teme gli uomini, le relazioni, labbandono. E indovina? Mi lasciano! Perché sono noiosa!”

“Ascoltami…”

“No, ascolta tu!” Si fermò, gli occhi lucidi. “Mi hai rubato linfanzia! La giovinezza! Mi hai resa infelice come te!”

“Volevo darti il meglio…”

“Il meglio? Questo appartamento?” indicò la stanza. “Questa tappezzeria vecchia, i centrini, il silenzio di tomba?”

Nadia si alzò, ferita. La casa era il suo orgogliopulita, ordinata.

“Questa è casa mia. Nostra.”

“La tua casa è una prigione!” urlò Alina. “Prigione per zitelle!”

Nadia impallidì. “Come ti permetti?”

“Mi permetto perché sono stufa di fingere! Di fare la nipote grata che deve ringraziarti per tutto!”

“Non per pietà! Sei famiglia!”

“Famiglia?” rise amara. “Allora perché non mi hai mai chiesto cosa volessi? Perché hai deciso sempre tu?”

“Eri una bambina…”

“A sette anni, sì! E a quattordici? A venticinque? Per te sono sempre stata una bambina che non può scegliere!”

Nadia sentì le lacrime salirle. Aveva davvero sbagliato tutto? Ciò che credeva amore, era controllo?

“Non volevo… Pensavo…”

“Pensavi? A cosa pensavi quando mi vietasti di uscire con Andrea alluniversità? Ti ricordi di Andrea?”

Lo ricordava. Alto, bello. Le era sembrato superficiale.

“Era inadatto…”

“Inadatto? Mi amava! Mi chiese di sposarmi! E tu dicesti: ‘Troppo presto, prima studia, lavora…'”

“Volevo che fossi indipendente…”

“Indipendente?” rise isterica. “Ancora chiedo il tuo permesso per tutto! Come posso esserlo, se non me lhai insegnato?”

Nadia

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È colpa vostra se non ho una famiglia!” urlò la nipote, prendendosi l’appartamento
Il ritorno della dignità