Non vuoi vivere secondo le mie regole? Allora vattene!” – l’intimazione della suocera durante la cena di famiglia

**Diario di Luca**

*10 Ottobre*

“Non vuoi vivere secondo le mie regole? Allora vattene!” sbottò mia madre durante la cena in famiglia.

“Signora Rosaria, magari potremmo provare a fare le patate in modo diverso? Ho una ricetta deliziosa, con i funghi,” propose delicata mia moglie, Sofia, mentre mescolava la minestra.

“Non ho bisogno delle tue ricette!” tagliò corto mia madre, senza alzare gli occhi dalle carote che stava pelando. “Trentanni che cucino per questa famiglia, e tu vuoi insegnarmi qualcosa?”

Sofia sospirò e continuò a mescolare. Erano già sei mesi che io e lei vivevamo con mia madre dopo che il nostro appartamento era andato a fuoco. Sei mesi di battibecchi quotidiani, sguardi di disapprovazione e frecciate che mia madre lanciava mascherandole da “preoccupazione per la famiglia”.

“Mamma, ma perché sei così?” entrai in cucina e baciai Sofia sulla testa. “Sofia cucina bene, potremmo provare qualcosa di nuovo, no?”

“Ah, ecco! Ora anche tu sei contro di me!” esclamò mia madre alzando le braccia. “Trentadue anni che ti cresco, ti nutro, e ora il mio cibo non ti piace più?”

“Mamma, non è questo il punto…”

“E allora qual è?” Mia madre sbatté il coltello sul tagliere. “Prima vi siete piazzati in casa mia, ora mi dite pure come cucinare!”

Vidi Sofia irrigidirsi per loffesa. “Piazzati in casa mia”… come se fossimo degli scrocconi, e non vittime di un incendio senza un tetto.

“Signora Rosaria, non volevo impormi, era solo un suggerimento,” disse Sofia, spegnendo il gas sotto la pentola.

“Ecco, appunto! Un suggerimento! Ma chi te lha chiesto? Questa è casa mia, la mia cucina!” Mia madre si alzò, piantando le mani sui fianchi. “Qui comando io!”

Guardai alternativamente mia madre e Sofia, sentendomi strappare in due. Sofia lo notò e il suo dolore aumentò.

“Va bene, vado a preparare la tavola,” disse uscendo dalla cucina, cercando di non sbattere la porta.

In salotto, la nostra figlia quattordicenne, Giulia, faceva i compiti. Alzò gli occhi al sentire i passi.

“Avete litigato di nuovo?” chiese piano.

“Non litigavamo, discutevamo solo,” rispose Sofia, prendendo i piatti dalla credenza.

“Mamma, quando torniamo a casa nostra?”

Ecco la domanda che faceva male. Lassicurazione aveva coperto solo parte dei danni, e con il mio stipendio da autista e quello di Sofia da maestra, non riuscivamo a mettere da parte abbastanza per un nuovo appartamento.

“Presto, piccola. Resisti ancora un po.”

“Ma io non ce la faccio più!” scoppiò Giulia. “Non la sopporto più! Ieri ho messo un po di musica e lei è entrata urlando che era una cacofonia! E stamattina dice che cammino troppo forte! Cammino già in punta di piedi!”

Sofia le accarezzò i capelli. Giulia era una brava ragazza, ma anche la sua pazienza aveva un limite.

“Resisti, tesoro. La nonna è abituata a vivere sola, è difficile per lei.”

“Ma che nonna è? Le vere nonne amano i nipoti, lei invece…”

“Zitta, la sente.”

“E chissenefrega!”

In cucina, qualcosa cadde a terra. Sentii la voce di mia madre alzarsi, poi la mia, poi la sua di nuovo. Sofia corse dentro.

“Cosa è successo?”

“Quello che è successo? Tua moglie ha rotto un piatto!” urlò mia madre indicando i cocci. “Il servizio della mia defunta suocera! Lunico che mi è rimasto!”

Io ero lì con la scopa, confuso.

“Mamma, è stato un incidente! Volevo aiutarti a spostare i piatti…”

“Aiutare! Piuttosto insegna a tua moglie come si trattano le cose degli altri!”

“Che centro io?” sbottò Sofia. “È stato Luca, per sbaglio!”

“E invece centri! È tutta colpa tua!” Mia madre le si rivolse infuriata. “Vi siete installati qui, mio figlio è diventato un ragazzino incapace! Prima non rompeva mai niente!”

“Mamma, ma che dici…”

“Non è vero? Prima di sposarsi era un figlio premuroso. Ora pensa solo alla moglie, e sua madre non conta più!”

Vidi Sofia sul punto di esplodere. Sei mesi di tensioni stavano per travolgerla.

“Signora Rosaria, basta, per favore,” disse con voce più ferma di quanto pensassi. “Facciamo di tutto per non darle fastidio, paghiamo le bollette…”

“Pagate! Cinquanteuro al mese! Solo di luce ne spendete trenta!”

“Avevamo proposto di pagare di più, lei ha detto che bastava così,” replicò Sofia.

“Avete proposto! E io che sono, una mendicante? Ho la mia pensione, mi mantengo da sola!”

Raccattai i cocci e li buttai nella spazzatura. Mi sentivo in colpa.

“Mamma, andiamo a cena. La minestra si fredda.”

“Che cena? Mi avete fatto passare la fame con le vostre scenate!”

“Non abbiamo fatto scenate,” disse Sofia. “Lei è quella che urla.”

“Io urlo? In casa mia non posso alzare la voce?”

“Certamente che può. Ma perché accusarci ingiustamente?”

“E di cosa vi accuso? Di rendermi la vita impossibile? È la verità! Da sei mesi non posso respirare in pace! Musica a tutto volume, passi pesanti, ore in bagno, e poi volete cucinare voi!”

“Avevamo concordato gli orari per il bagno,” ribatté Sofia. “E cuciniamo solo con il suo permesso.”

“Permesso?! Sentito, Luca? Come se fossi la domestica!”

Sospirai profondamente.

“Mamma, Sofia non voleva dire quello…”

“E allora cosa voleva dire? Che sono io lintrusa? In casa mia?”

Giulia si affacciò.

“Posso andare da Martina?”

“No! Hai finito i compiti?”

“Quasi…”

“Allora finiscili! Non andare in giro!”

Giulia scomparve. Sofia la vide rattristarsi e qualcosa dentro di lei cedette.

“Non gridi addosso a mia figlia.”

“Non mi dire cosa fare! In casa mia decido io!”

“Giulia è mia figlia, non sua!”

“Appunto! Almeno educala a rispettare gli adulti!”

“Lei rispetta. Ma se la si aggredisce senza motivo…”

“Motivo? Passa il tempo con quella musica assordante, sgambetta per casa, e io dovrei tacere?”

“Studia, fa i compiti! È normale per una ragazzina!”

“Normale? Sai cosè normale? Che la gente viva nella propria casa, senza imporsi sugli altri!”

Silenzio. Ero pallido, le mani strette a pugno.

“Mamma…”

“Cosa mamma? Dico la verità! Sei mesi che mi mordo la lingua! E voi? Mi dite pure come vivere!”

Sofia si mise a piangere.

“Non le abbiamo detto niente. Cerchiamo solo di vivere. Di non disturbare…”

“Disturbate! Piatti rotti, sporcizia nel lavello, capelli nel bagno!”

“Puliamo tutto!”

“Menzogne! Ieri cera un piatto sporco nel lavello!”

“Era il suo! Aveva mangiato la minestra e lo aveva lasciato lì!”

“Il mio? Ora dai la colpa a me?”

“Basta, mamma,” dissi finalmente.

“Tu stai zitto! Hai scelto lei, ora tienitela! Ma perché devo soffrire io?”

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