Sconforto e Confusione
Ginevra uscì dalla chiesa triste, ma con un barlume di speranza. Aveva implorato il Signore tra le lacrime di concederle un figlio. Con suo marito convivevano da oltre dieci anni, eppure niente. Per questo aveva cominciato a frequentare la chiesa, a pregare, a supplicare. Dieci anni di matrimonio con Marcello, e nemmeno un accenno di gravidanza.
Quante lacrime aveva versato, quanti medici aveva consultato, ma la risposta era sempre la stessa:
“Siete in perfetta salute, capita così, bisogna aspettare evidentemente non è ancora il momento.”
“Ma quanto ancora, Marcè, quanto?” gli chiedeva fissandolo. “Senza un bambino, la famiglia non è completa.”
Anche Marcello era preoccupato. Sognava un erede, soprattutto perché gestiva unattività di successo, vivevano agiatamente, non mancava nulla tranne un figlio.
“Gine, perché non prendiamo un bambino dallorfanotrofio? Uno piccolo, lo cresceremo e lo educheremo noi,” propose il marito.
“No, Marcè, voglio partorirlo io. Non capisco perché i medici dicono che sto bene”
Forse Dio ebbe pietà di Ginevra, o forse era davvero arrivato il momento, ma alla fine rimase incinta. La gioia e la felicità non conoscevano limiti. Anche se la gravidanza fu difficile, avrebbe sopportato tutto pur di avere tra le braccia quel figlio tanto desiderato.
Tommasino nacque gracile, si ammalava spesso, ma i genitori lo coccolavano, correndo da lui giorno e notte. Man mano che cresceva, lo proteggevano da tutto, addirittura lo tenevano lontano dagli altri bambini, per paura che si ammalasse. Ginevra lo portava a passeggio lontano dai parchi giochi.
Comprarono a Tommasino solo il meglio: a quattro anni aveva già un tablet, e il primo giorno di scuola elementare sfoggiava un telefonino costosissimo. Qualsiasi cosa desiderasse, gliela regalavano. Ma più cresceva, più il suo carattere diventava insopportabile.
Marcello era sempre al lavoro, Ginevra stava a casa: accompagnava e riprendeva il figlio da scuola, lo nutriva, cucinava solo su sua richiesta. E quando preparava qualcosa di diverso, Tommasino sbuffava:
“Che schifo hai fatto? Non lo mangio. Non voglio il minestrone!” e subito dopo svuotava nella zuppa lintera saliera, pretendendo la sua pappa preferita.
Tommaso aveva tredici anni, letà del cambiamento, ed era diventato ingestibile. Ginevra ne parlò al marito, ma lui la rassicurò:
“Gine, è ladolescenza, aspetta un po, passerà.”
Una sera, Marcello rientrò dal lavoro e annunciò dallingresso:
“Piccolo, ti ho comprato un nuovo telefonino.” Il ragazzo uscì dalla sua stanza, e il padre gli consegnò la scatola.
Un minuto dopo, si sentì una voce irritata. Tommaso urlava:
“Che mi hai comprato? Ti avevo detto che volevo laltro modello! Solo i poveracci usano questa robaccia. Volete che i ragazzi mi prendano in giro?” Fece un gesto brusco e lanciò il telefono fuori dalla camera, sbattendo la porta.
I genitori si scambiarono uno sguardo perplesso.
“Te lavevo detto?” disse Ginevra. Marcello non seppe rispondere.
Era lo stesso per vestiti e scarpe: ormai non compravano più nulla senza di lui, altrimenti Tommaso avrebbe fatto i capricci. Poi un giorno la professoressa chiamò e chiese a Ginevra di presentarsi a scuola.
Era chiaro che non si trattava di una visita di cortesia.
“Cosa avrà combinato stavolta Tommaso?” pensò, senza nemmeno volerglielo chiedere.
“Buongiorno, signora Ginevra,” esordì linsegnante. “Grazie per essere venuta. Devo parlarle seriamente del comportamento di suo figlio. Tommaso insulta i professori, interrompe le lezioni, e quando viene rimproverato, sogghigna e dice di conoscere i suoi diritti, minacciando di denunciarli se lo sgridano.”
Ai compagni prestava il telefono per giocarci, salvo poi esigere che gli pagassero il “noleggio”. Li costringeva persino a fargli i compiti.
Ginevra avrebbe voluto sparire dalla vergogna. Stava di fronte alla professoressa rossa come un peperone, con le guance in fiamme.
“La prego, signora Ginevra, cerchi di fargli capire,” concluse linsegnante.
Le promise che ci avrebbe parlato e si scusò per il figlio. Mentre tornava a casa, si chiedeva sempre più spesso se sarebbe riuscita a trattenersi, o se prima o poi avrebbe perso le staffe e schiaffeggiato Tommaso.
“Dove ho sbagliato? Quando lho lasciato sfuggire di mano? Io e Marcello ci siamo dedicati a lui con tutto lamore possibile. Credevo che le cure e laffetto non potessero generare crudeltà e ribellione. Allora perché mio figlio è diventato così? Perché tutto il bene che abbiamo cercato di dargli si è trasformato nel suo contrario?”
Tommaso era cresciuto aggressivo, violento, irrispettoso, insopportabilmente maleducato eppure era stato un figlio tanto desiderato.
Ginevra non riusciva a capacitarsi di come non riuscissero a gestire un solo ragazzo. I loro vicini avevano quattro figli, eppure da casa loro non si sentivano mai urla o trambusti. I bambini erano sempre calmi ed educati, e i due più grandi addirittura aiutavano Ginevra a portare le buste della spesa se la incontravano per strada. Una volta aveva chiesto a Silvia, la madre, come facesse.
“Tutto normale,” aveva risposto lei. “Mio marito viene da una famiglia numerosa e dice sempre che più figli ci sono, più cè armonia. E sai una cosa? È vero. Si aiutano tra loro. Per me non è affatto difficile crescerli.”
Ginevra ascoltava la vicina con un pizzico dinvidia sana, perché non aveva mai sentito dai suoi figli una parola sgarbata o un gesto di rabbia.
Quel pomeriggio, Tommaso rientrò da scuola, varcò la soglia e subito scaraventò lo zaino per terra, si tolse le costose scarpe da ginnastica e le lasciò in mezzo allingresso.
“Basta con questa scuola, basta con quei professori. Mamma, ti avevo detto che la mia camera devessere sempre chiusa, che ci fai qui quando non ci sono io?” Ginevra lo ascoltò in silenzio.
Non si era ancora ripresa dal colloquio con la professoressa, e ora il figlio era di pessimo umore. La madre non disse nulla: non aveva più la forza di sopportare le sue scenate. Lindole di Tommaso era sempre la stessa, un fiume in piena di rabbia, dove tutti avevano torto e tutto andava male.
Ginevra apparecchiò la tavola, sapendo che il figlio sarebbe venuto a pranzo, ma inspiegabilmente non si faceva vivo. Entrò nella sua stanza e lo vide in piedi, al centro della camera, che tagliava lentamente con le forbici un giubbotto di pelle costoso, fissandola con un sorriso beffardo. I suoi occhi si spalancarono.
“Ecco, prendi! Perché sei andata a scuola? La professoressa ti ha chiamata e tu sei corsa subito? Hai sentito tante cose, eh? Dicevi che questo giubbotto era caro ora me ne comprerai un altro, ancora più costoso, altrimenti far







