“Occupati delle cose serie, invece di dipingere quelle tue stupide immagini!” sbottò l’uomo. Non sapeva che avevo venduto anonimamente un mio “quadro” per un milione.
L’odore della pittura era pungente e dolce il profumo della libertà.
Vittorio De Santis, mio marito, odiava quell’odore. Era sulla soglia del mio piccolo studio, che in realtà era solo un angolo del soggiorno separato da un paravento.
“Di nuovo,” sospirò. Non era una domanda.
Il suo costoso completo sembrava una macchia estranea tra le mie tele sporche di acrilico. Arricciò il naso con disgusto guardando la tavolozza.
“Valentina, avevamo un accordo. Niente pittura la sera. Poi puzzi di solvente per ore. Sabato vengono gli ospiti, cosa penseranno?”
Io intinsi silenziosamente il pennello nel carminio. Il rosso si diffuse sulle fibre, vivo e caldo come il sangue.
“Non è uno scarabocchio, Vittorio.”
“E allora cosè?” Puntò il dito verso la tela quasi finita. “Macchie di colore senza senso. Una tela rovinata. Soldi buttati.”
Il suo pragmatismo era come una pressa. Premeva, inesorabile, trasformando tutto ciò che era vivido e vivo in qualcosa di piatto, grigio, comprensibile solo a lui.
“Questo spazio poteva essere usato meglio. Per uno scaffale per i miei attrezzi. O almeno per le gomme invernali. Avevo già trovato una soluzione perfetta.”
Io tracciai una linea scarlatta sulla tela. Era audace e storta. Scompaginava larmonia, ma era proprio quello che volevo.
“Occupati delle cose serie, invece di dipingere quelle tue stupide immagini!”
Le parole caddero nella stanza come pietre pesanti e sporche. Una volta mi avrebbero ferita. Avrebbero lasciato cicatrici invisibili.
Ma non oggi.
Oggi avevo uno scudo. Invisibile, ma impenetrabile. Lo sentivo quasi fisicamente.
Mi voltai verso di lui lentamente. Il mio viso era impassibile. Si aspettava lacrime, scuse, urla il solito repertorio. Non ebbe nulla.
“Sto lavorando, Vittorio.”
Esitò, sorpreso dal tono. Fermo, senza traccia di remissività. Sbatté le palpebre più volte, come per mettere a fuoco.
“Lavorando a cosa? A rovinare il bilancio familiare?”
Ignorai la domanda e tornai alla tela. Il mio silenzio lo irritava più di qualsiasi discussione.
Sullo schermo del mio laptop, accanto al cavalletto, cera unemail ricevuta da una galleria di Milano. Non lavevo chiusa. Era ancora lì, luminosa nel crepuscolo, come un faro.
“Gentile signora Rossetti, siamo lieti di informarla che la sua opera ‘Respiro dAgosto’ è stata venduta allasta per 45.000 euro.”
“Domani pulisci tutto,” disse già dal corridoio. “Chiamo il tecnico per lo scaffale. Sii a casa per le undici.”
La porta sbatté.
Io presi il pennello più fine, lo intinsi nel bianco puro e posai lultimo punto sulla tela.
Era il punto di non ritorno.
La mattina non cambiò nulla e cambiò tutto.
Laria in casa era la stessa, impregnata della cena della sera prima e del profumo costoso di Vittorio. Ma io respiravo diversamente. Più profondamente.
Mio marito, come sempre, era a tavola, concentrato sul tablet. Beveva il suo frullato verde salutare, insipido, come tutta la sua vita. Non mi guardò.
“Stasera farò tardi,” disse senza alzare gli occhi dai numeri. “Non preparare cena, mangerò con i clienti.”
Una volta avrei annuito. Avrei detto: “Va bene, amore.”
Quel giorno sorseggiai il mio caffè, amaro, autentico, senza rispondere.
Alzò lo sguardo, sorpreso dalla mancanza di reazione.
“Mi hai sentito? Il tecnico viene alle undici. Sii a casa.”
Bevvi un sorso.
“Va bene.”
Vittorio sbuffò soddisfatto, tornando al suo mondo digitale. Aveva ottenuto quello che voleva sottomissione. Non capì che era solo unaffermazione. Sarei stata a casa. Punto.
Appena la porta si chiuse, aprii il mio vecchio laptop. Dentro cera una vita nascosta, protetta da password. “Valentina Rossetti”. Il mio pseudonimo.
Il mio vero cognome. Da nubile. Quello con cui ero conosciuta nella cerchia ristretta degli appassionati e che non avevo mai cambiato sul passaporto.
Avevo aperto un conto estero un anno prima, dopo un litigio particolarmente brutto. Per sicurezza. Avevo messo da parte i soldi lasciati da mia nonna, quelli che Vittorio chiamava “spiccioli”. Quegli “spiccioli” mi avevano permesso di partecipare in silenzio a mostre online.
Il bonifico impiegò meno di dieci minuti. Guardai i numeri. Non mi davano euforia. Mi davano terreno sotto i piedi. Solido, granitico.
Alle dieci squillò il telefono. Numero sconosciuto.
“Valentina Rossetti?” Una voce maschile. Profonda, calma, con un leggero roco. Non cera metallo, solo velluto.
“Sì.”
“Mi chiamo Matteo Conti. Sono il proprietario della galleria che ha esposto la sua opera. Chiamo per congratularmi. È stato un successo.”
Rimasi in silenzio, senza sapere cosa dire.
“Il collezionista che lha acquistata,” continuò Matteo, “è una persona molto nota. È entusiasta. E chiede vuole commissionarle unaltra opera. Per la sua residenza in campagna. Il tema è a sua scelta. Si fida completamente della sua visione.”
Le ultime parole suonarono come musica.
“Ci ci penserò,” riuscii a dire.
“Certo. Senza fretta. Ma sappia, Valentina, quello che fa non sono ‘immagini’. È vera arte. E il mondo dovrebbe vederla.”
Parlammo ancora per dieci minuti. Di pigmenti, di luce, di texture. Lui capiva. Parlava la mia lingua.
Quando riagganciai, qualcuno suonò alla porta.
Esattamente alle undici. La puntualità è la cortesia dei re e degli addetti alle misurazioni.
Guardai il mio angolo. Le tele, i colori, il caos che era il mio ordine. La mia anima.
E andai ad aprire. Un sorriso leggero e misterioso mi sfiorò le labbra.
Laddetto era un ragazzo con occhi stanchi.
“Buongiorno, mi hanno detto che serve un progetto per una scaffalatura. Per attrezzi.”
“Buongiorno,” risposi con calma. “Cè stato un equivoco. Lordine è annullato.”
Sbatté le palpebre. “Annullato? Suo marito ha confermato stamattina”
“Si è precipitato,” sorrisi. “Questo spazio non è per scaffali. Non è per riporre cose.”
Gli porsi una banconota da venti euro. “Per il disturbo.”
Esitò, ma prese i soldi. “Beh come vuole. Arrivederci.”
Chiusi la porta e mi appoggiai con la schiena. Il primo passo era fatto. Non di difesa, ma di attacco.
Il resto della giornata non lo passai a cercare uno studio. Lo conoscevo già. Lavevo notato sei mesi prima, durante una passeggiata in città, per sfuggire allennesima lezione di Vittorio su “ottimizzazione finanziaria”.
Un ex stabilimento industriale riconvertito in loft. Finestre enormi. Avevo chiesto il prezzo e conservato il biglietto da visita






