**Diario Personale**
Tre sabati di fila mia moglie è uscita “per lavoro”. Quello che ho scoperto ha cambiato tutto.
“Ancora in ritardo?” Cerco di parlare con calma, ma la voce tradisce un tremito.
Bianca si blocca con la borsa in mano. Si gira lentamente, come per guadagnare tempo.
“Sì, il progetto è urgente. Il capo è fuori di testa, tutti corrono.”
“Di sabato? Per la terza settimana di fila?”
“Marco, ma che fai, il bambino? Il lavoro è lavoro.”
Mi bacia sulla guancia rapido, formale, come si fa con una vicina in ascensore. Odora di qualcosa che non sono i suoi soliti profumi. Qualcosa di dolce, infantile. Aggrotta il naso.
“Bianca, possiamo parlare?”
“Stasera. Tutto stasera, va bene?”
La porta si chiude di colpo. Resto in mezzo allingresso, stringendo i pugni. Il terzo sabato. Il terzo maledetto sabato in cui mia moglie esce al mattino e torna esausta, silenziosa, distante.
Non ce la faccio più. Afferro le chiavi dellauto.
Bianca esce dal palazzo, si guarda intorno. Mi abbasso nel sedile per fortuna ho parcheggiato dietro un furgone. Sale in un taxi. Accendo il motore.
Guidiamo a lungo. Non verso lufficio questo lho capito subito. In un quartiere residenziale allaltro capo della città. Il cuore batte allimpazzata. Ora lo vedrò. Ora tutto avrà un senso.
Bianca scende davanti a un palazzo sbagliato di cinque piani. Parcheggio lontano, la seguo. Entra nel portone. Attendo, conto i piani dalle finestre. Terzo. Finestra a sinistra.
Per mezzora non succede nulla. Poi Bianca riappare. Ma non è sola.
Con un passeggino.
Mi manca il terreno sotto i piedi. Un passeggino? Un bambino? Non abbiamo figli, li abbiamo solo pianificati, o meglio, lo facevamo prima che iniziassero questi sabati
Il bambino piange. Bianca lo culla, sussurra qualcosa. Sembra impacciata, inesperta. Dal portone esce di corsa una ragazza riconosco la sorella minore di Bianca, Lucia. Quella Lucia irresponsabile che a venticinque anni è già stata sposata due volte e divorziata altrettante.
“Bianca, grazie! Sarò veloce, due ore massimo!”
“Lucia, avevi detto unora!”
“Dai, per favore! Mi serve davvero!”
Lucia scappa, lasciando la sorella con un neonato urlante. Bianca dondola il passeggino avanti e indietro, impotente.
Mi allontano dietro langolo, mi appoggio al muro. Quindi non è un amante. È suo nipote. Ma perché di nascosto? Perché mentire?
Torno allauto, corro a casa. Devo arrivare prima di Bianca. Devo pensare.
A casa giro per le stanze come un leone in gabbia. Potrei semplicemente chiederle: “Bianca, dove eri?” Ma mentirebbe lo so. Proprio come mento io.
Perché anchio ho un segreto.
Alessia. La segretaria dellufficio accanto. Niente di che solo chiacchiere dopo il lavoro, caffè, qualche film. Lei ascolta le mie storie sulla programmazione, ride alle mie battute, mi guarda ammirata. Come faceva Bianca un tempo. Prima che la nostra vita diventasse “compra il pane”, “paga le bollette”, “hai lasciato di nuovo le calze in giro”.
Con Alessia è facile. Mi ricorda la Bianca che ho amato sette anni fa. Allegra, spensierata, pronta ad ascoltare per ore le mie storie su codici e algoritmi.
La chiave gira nella serratura. Mi scuoto, prendo il telecomando, accendo la TV.
“Ciao,” Bianca si affaccia in salotto. “Sei stato qui tutto il giorno?”
“Sì. Non avevo voglia di uscire.”
Passa in cucina. Sento lacqua scorrere, i piatti tintinnare. La seguo.
Bianca è al lavello, strofina una tazza. Le spalle sono curve, occhiaie profonde. Sul jeans una macchia sembra latte in polvere.
“Bianca.”
“Che cè?”
“Sei stanca.”
Si gira, mi guarda sorpresa.
“Sì. Sono stanca.”
“Magari usciamo a cena? Quella trattoria dove siamo stati per lanniversario?”
“Marco, sono davvero distrutta. Ordiniamo una pizza?”
Annuisco. La guardo prendere il telefono, cercare il numero della pizzeria. Le mani le tremano.
“Bianca, cosa sta succedendo?”
“Cioè?”
“Sei diversa. Da un mese.”
Si blocca. Il telefono le scivola di mano, cade sul tavolo.
“È solo lavoro, Marco. Molto lavoro.”
“Di sabato?”
“Sì! Di sabato! Perché insisti?”
Scoppia. Sta per piangere. Mi avvicino, la abbraccio. È rigida, poi si scioglie, nasconde il viso nella mia spalla.
“Scusa. Sono solo esausta.”
Odora di talco e qualcosa di acido forse il bimbo ha rigurgitato. Le accarezzo la schiena, sento il cuore batterle forte.
“Bianca, se cè qualcosa, dimmelo. Non sono un estraneo.”
Si scosta, si asciuga gli occhi.
“Tutto bene. Davvero. È solo un periodo difficile. Passerà.”
La pizza arriva dopo quaranta minuti. Mangiamo in silenzio, evitando lo sguardo. Poi Bianca va a farsi la doccia, io resto in cucina a fissare una fetta di prosciutto raffermo.
Potrei dirglielo. “Bianca, ti ho vista con un passeggino. È tuo nipote?” Ma dovrei confessare di averla seguita. E poi lei chiederebbe: “E tu? Dove passi i venerdì sera?”
E cosa risponderei? Che sto al bar con unaltra donna? Che le racconto cose che non dico più a mia moglie? Che a volte mi chiedo: e se?
Il telefono vibra. Un messaggio di Alessia: “Ci vediamo lunedì? Voglio mostrarti quel film di cui parlavamo.”
Lo cancello. No. Non ci vedremo. Basta così.
Bianca esce dal bagno avvolta in un accappatoio, i capelli bagnati, il viso arrossato. Si siede accanto a me.
“Marco, domani restiamo a casa. Solo noi due.”
“E il lavoro?”
“Al diavolo il lavoro.”
Sorrido. Quandè che lha detto lultima volta?
“Va bene. Restiamo a casa.”
Mi prende la mano. Le dita sono fredde, nonostante la doccia calda.
“Abbiamo perso qualcosa, vero?”
“Cosa?”
“Noi. Abbiamo perso noi.”
Stringo la sua mano.
“Lo ritroveremo.”
La mattina dopo ci svegliamo tardi. Bianca prepara i pancake la prima volta in un anno. Io faccio il caffè, taglio la frutta. Facciamo colazione in balcone, anche se fa fresco.
“Ti ricordi quando facevamo colazione a Praga?” dice Bianca. “Su quel terrazzino minuscolo?”
“Dove per poco non facevi cadere la tazza in testa a un passante?”
“Non per poco, lavevo solo posata male!”
Ridiamo. Da quanto non ridevamo insieme?
La giornata trascorre strana. Come se recitassimo la parte di sposini. Guardiamo una serie abbracciati sul divano. Prepariamo il pranzo insieme io taglio le verdure, lei prepara il sugo. Non parliamo di





