Sei di troppo qui, mamma…

**Diario di un padre**

La porta non si aprì subito. Anna Maria ebbe il tempo di riprendere fiato, ma il sudore sulla fronte continuava a scendere in fastidiose gocce fino alle sopracciglia e al naso. Dalla porta arrivò prima unesclamazione di stupore, poi il clic della serratura, e infine apparve lei, sua figlia.

“Mamma?! Santo cielo Come hai fatto a portare tutte queste valigie? E perché? Perché non mi hai avvisato che venivi?”

Alta, olivastra, con unespressione sgradevole e sorpresa: così la accoglieva la sua adorata figlia Ginevra, che Anna Maria non vedeva da più di un anno. Quando mai trovava il tempo di far visita ai suoi genitori, ormai anziani? Mai! E così Anna Maria, spinta da una preoccupazione più che legittima, aveva deciso di affrontare il lungo viaggio.

“Le ho prese e le ho portate, Ginè, sono abituata,” rispose la madre a una delle domande, “non potevo certo arrivare a mani vuote”

Trascinò le valigie oltre la soglia con scatti decisi. Ginevra non pensò neanche di aiutarla, o forse non fece in tempo a reagire, ancora sbalordita. Alla fine si chinò e spostò una delle borse per farle spazio.

“Dio santo, ma ci hai messo un maiale dentro questa valigia?”

La sua voce era liscia come un sasso levigato, senza traccia di gioia, solo smarrimento e fastidio. Non abbracciò la madre, si limitò a guardare laltra valigiaun vecchio trolley gonfio e antiquato, che stava in mezzo al pavimento di parquet come un oggetto fuori posto, fuori dal tempo.

Anna Maria fece un piccolo passo avanti. Le dita, ancora tremanti per lo sforzo, giocherellavano imbarazzate con la fibbia della cintura del cappotto.

“Scusami, Ginè Ho preparato un po di cose. Marmellata per il nostro Enrico, la salsa piccante che piace a te. Tutto dellorto, coltivato con tuo padre” La sua voce era affannosa, ancora provata dalla fatica, e suonava quasi colpevole.

Ginevra sospirò. Un sospiro profondo, carico di una stanchezza anticipata. Spostò lo sguardo dalla valigia alla madreal vestito sgualcito, alla sciarpa storta, alle piccole gocce di sudore sul labbro superiore.

Anna Maria, senza aspettare un invito, si sedette su un pouf bianco di pelle. Si mise composta, alla vecchia maniera, con le mani stanche posate sulle ginocchia. Il viaggio laveva stremata. Il treno aveva impiegato ventotto ore, e poi cera stata la metro con quel trolley scomodo, che sembrava sempre incastrarsi nei tornelli.

Ma come fare senza? Non era mai arrivata dalla figlia senza qualcosa da casa. Mai. E soprattutto adesso, dopo più di un anno senza vederla.

“Ma hai cambiato numero di telefono?” chiese Anna Maria, guardandosi intorno. “Ho chiamato per quattro giorni, e niente. Tuo padre già il secondo giorno aveva la pressione alle stelle, al terzo ero un fascio di nervi, il cuore in gola al pensiero di cosa potesse essere successo” Scosse la mano, come per scacciare i ricordi delle preoccupazioni. “Insomma! Quando al quarto giorno non ti ho ancora trovata, ho decisoè ora di comprare il biglietto. Lho preso per tre giorni dopo, ma tu continuavi a non rispondere, e intanto noi eravamo in pensiero. Poi, quando finalmente sono arrivata a Roma Ma cosa è successo al tuo telefono? Come puoi trattare così i tuoi genitori anziani? Abbiamo già settantanni, te lo ricordi? E io sono venuta fin qui con le valigie.”

Ginevra distolse lo sguardo. Il suo viso olivastro, sempre così sicuro di sé, si tinse di un lieve rossore. Si sistemò la coda di cavallo perfetta, aggiustò una ciocca inesistente.

“Tutto bene, mamma. Ho solo cambiato numero, tra il caos mi sono dimenticata di dirtelo” Lo disse in fretta, quasi inghiottendo le ultime parole.

“E nemmeno quello di Enrico rispondeva.”

“Anche il suo lho cambiato. Siamo passati a un altro operatore.”

Seduta su quel pouf duro e scomodo, Anna Maria non poté fare a meno di ammirare la figlia. Ginevra La loro piccola, quella più attesa, quasi “implorata” al cielo. Dopo due maschi scalmanati, finalmente una femminuccia, nella quale avevano riversato tutta lanima.

I pensieri, come sempre, andarono ai figli maschi. Il più grande, Marco, era ormai dallaltra parte delloceano, in America. Se nera andato anni fa per lavoro. Chiamava di rado, solo nelle grandi feste. Lì erano nati i loro nipotini, che Anna Maria conosceva solo dalle foto sullo schermo del telefono. A volte si ritrovava a immaginarne le voci, le risate, ma la fantasia si rifiutava di disegnare immagini nitide. Troppo lontani.

“Mamma, perché sei così silenziosa? Non ti senti bene?” La voce di Ginevra suonò preoccupata, strappandola ai pensieri tristi.

“No, piccola, stavo solo riflettendo. Mi riprendo dal viaggio.” Anna Maria sorrise debolmente. “Come sta Enrico? Tranquillo qui?”

“È cresciuto tantissimo, mamma. Quasi un uomo. Lallenatore di calcio lo elogia sempre. Solo che”

Si interruppe, voltandosi come per sistemare un vaso sul mobile.

“Solo che ogni tanto chiede ancora quando andremo dalla nonna Anna e dal nonno Carlo in campagna. Specialmente se è triste o si ammala. Dice che da voi si sente profumo di mele e torte, mentre qui puzza di macchine.”

Anna Maria chiuse gli occhi. Ricordava ogni notte in cui Enrico, già portato via dalla madre in città, piangeva al telefono chiedendo di tornare a casa, da lei. Ora non piangeva più. Ricordava suo marito, Carlo, che fumava in silenzio sulla veranda, asciugandosi di nascosto lacrime rare. Avevano dato a quel ragazzino tutto il loro affetto semplice, e poi glielavevano semplicemente portato via, come un oggetto. E non potevano spiegargli nulla.

“Deve stare con sua madre,” si ripeteva Anna Maria più per sé che per il marito. “È giusto così.”

Anche sul treno, guardando i boschi sfrecciare dal finestrino, aveva cercato di immaginarsi il nipotino. Comera diventato? Se somigliava a suo padreIvano era alto e robustodoveva essersi allungato. Carlo avrebbe voluto vederlo, continuava a chiederle: “Anna, fai tante foto, qui da solo mi annoierò.” Lui stesso sarebbe voluto venire, ma si era ammalato una settimana prima della partenza, preso da una febbre improvvisa. Solo la mattina prima si era alzato, pallido ma determinato.

“Ce la farai da solo? Non posso restare qui, nel dubbio, il cuore mi si spezza,” si lamentava lei, sistemando i barattoli di marmellata nella borsa.

“Certo, certo,” borbottava Carlo, aggiustandosi la coperta. “Vai. Solo guarda bene che tutto sia a posto con Ginevra. Sento che cè qualcosa, non si allontana per niente.”

“Su, alzati, mamma, ti preparo qualcosa da mangiare!” Ginevra la guidò verso linterno dellappartamento, e la sua voce era già un po più calda. “Ho appena comprato del minestrone e delle polpette al supermercato. Oh, ecco Enrico

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

five × five =