LAMICO FEDELTE DEL TRADITORE
Quellautunno, gli automobilisti che percorrevano la statale notarono un cane fermo sul bordo della strada, vicino allo svincolo per un paesino di campagna. Giorno dopo giorno, restava lì. Allinizio in piedi, poi dopo una settimana seduto, e infine sdraiato, indebolito dalla fame, fissando ogni macchina che passava.
I locali cominciarono a fermarsi per dargli da mangiare. Da lontano, il bastardino sembrava un pastore tedesco, se non fosse stato per la coda pelata, arricciata a ricciolo sulla schiena. Era gentile con chi lo nutriva, ma non si lasciava avvicinare troppo. Mangiava però con voracità, svuotando la ciotola in un attimo. Lasciò il suo posto solo per brevi momenti, quando necessario.
A prendersela più a cuore fu un ragazzino del paese, Matteo, che ogni giorno andava a trovare il povero cane, che aveva scoperto essere maschio, e lo aveva chiamato Fedele. Gli diceva che, forse, al suo padrone era successo qualcosa e non sarebbe tornato, cercando di convincerlo a seguirlo a casa.
Il cane ascoltava, inclinando la testa con diffidenza, ma rifiutava ogni contatto. Ci volle tempo, ma alla fine diventarono amici, e presto si sedevano insieme al bordo della strada, guardando le macchine sfrecciare.
Passò lautunno, e con i primi freddi arrivò linverno. Su richiesta di Matteo, suo padre costruì una cuccia isolata con un piccolo ripiano coperto, per proteggere le ciotole dalla pioggia e dalla neve. Al nuovo inquilino piacque la sistemazione, ma nonostante tutto, dopo essersi riscaldato, tornava sempre sulla strada.
Presto arrivarono le bufere, coprendo la strada, i campi e persino il rifugio del cane. Una volta, la neve seppellì completamente la cuccia, trasformando tutto in ununica distesa bianca. Dopo ogni nevicata, Matteo e suo padre scavavano per liberare lentrata.
Ora la sua casa era una grotta con un sentiero che portava alla strada. E Fedele, dopo aver mangiato, continuava ad andare sulla strada deserta, fissando lorizzonte per ore.
Ma anche linverno più lungo finisce, e così fu. Il ghiaccio si sciolse, la neve sparì, e la terra si asciugò. Gli uccelli ricominciarono a cantare, le farfalle volarono di nuovo. La statale si animò: erano i villeggianti che tornavano in campagna.
Quel giorno, Matteo andò da Fedele come sempre. Giocarono, corsero un po. Stanchi, si sedettero sul bordo del ripiano di legno, socchiudendo gli occhi al sole caldo.
Allimprovviso, il cane si agitò. Balzò in piedi e corse verso una macchina nera che svoltava sulla stradina di campagna.
LAlfa Romeo frenò di colpo, abbassandosi sui pneumatici posteriori. Dallauto scese un uomo tarchiato, sulla trentina, che imprecò e minacciò il cane. Ma Fedele, guaendo, saltò su, cercando di leccargli la faccia. Senza riuscirci, gli girò intorno festoso, poi alzò le zampe appoggiandogliele sul petto.
Luomo lo respinse spaventato, ma poi gridò: «Mara, guarda, è Rex! Credevo fosse morto da un pezzo. Questo furfante è duro a morire!»
«Zio, è il tuo cane?» chiese Matteo, avvicinandosi.
«Sì, era mio. Avevo comprato un pastore tedesco, e invece è uscito un bastardino con la coda a ricciolo. Se lo portavo a casa, i miei amici mi avrebbero preso in giro. Così lho lasciato qui quando sono partito, in autunno. Mi aveva seguito fino a questo punto, poi si è fermato.»
«E lui vi ha aspettato per sei mesi, senza mai andarsene.»
«Accidenti, non credevo fosse possibile.» Luomo gli diede una pacca sulla testa. Fedele lo fissava ansioso, scodinzolando e premendosi contro di lui. «Ma ora ho un vero pastore dellEuropa dellEst, con pedigree, vuoi vederlo?» Corse allauto e ne tirò fuori un cucciolo slanciato, mostrandolo orgoglioso. «Guarda che zampe, presto saranno grandi come il mio pugno! Che bestione!»
Fedele, vedendolo, si abbatté. Si allontanò dal padrone, si sedette, guardandolo con tristezza e sospirando.
«Scusa, fratello, non posso tenere due cani. Chi poteva immaginare che finisse così?» borbottò luomo, evitando il suo sguardo. Poi ripose frettolosamente il cucciolo in macchina, salì e partì con un rombo.
Il cane, rimasto solo, corse dietro di lui. Dopo qualche metro si fermò, fissando i fari che si allontanavano. Poi si voltò e, a testa bassa, tornò verso la cuccia.
Matteo lo seguì, incapace di trattenere le lacrime.
«Fedele, tesoro, non piangere! Non vale la tua fedeltà. Non tutti gli uomini sono così, sei stato sfortunato con quel padrone.» Lo abbracciò, accarezzandogli il muso. «Non ti serve quelluomo, hai me! Siamo amici, no? Io sarò il tuo padrone. Non ti lascerò mai, lo prometto! Andiamo a casa, dai?»
Si alzò e fece qualche passo verso casa, voltandosi a guardare il cane e facendogli cenno di seguirlo. Fedele esitò, poi si mosse, fermandosi più volte, incerto. Nei suoi occhi cera una domanda muta: «Non mi tradirai anche tu?»
«Vieni, non aver paura, staremo bene insieme» rispose Matteo.
Alla fine, deciso a fidarsi, il cane corse dietro di lui. Entrarono nel cortile insieme. Dopo avergli mostrato il suo nuovo spazio e averlo nutrito, Matteo rimase a lungo con lui sulla veranda.
Il cane riconoscente gli leccava le mani, mentre lui sussurrava: «Sei il mio cane bravo, il più bello e intelligente! Quelluomo non sapeva che esiste una razza speciale, la migliore del mondo. Si chiama… amico fedele.»




