Mio marito insisteva che le sue uscite notturne fossero per lavoro. Io non ci credevo, e una volta lho seguito fino a una vecchia casa, da cui proveniva un pianto di donna.
Di nuovo? chiesi, guardando non lui, ma le sue mani che allacciavano in fretta le scarpe nellingresso.
Si bloccò per un attimo, meno di un secondo, ma fu abbastanza.
Lina, ne abbiamo parlato. Un ordine urgente, devo controllare di persona.
La sua voce era piatta, quasi indifferente. Evitava il mio sguardo, e quegli occhi vuoti fissi al muro mi ferivano più di qualsiasi litigio.
La menzogna non era nelle parole, ma nellaria tra noi. Spessa, appiccicosa, si depositava sui mobili, sulle nostre cose, su di me.
Non risposi. Rimasi lì, appoggiata allo stipite della porta, a osservare. Settimane prima avevo sentito sul suo giacca un profumo sottile, sconosciuto.
Non intenso come un profumo, ma appena percettibile, dolciastro come quello di una crema per il viso.
Quando glielo chiesi, scherzò, dicendo che in ufficio cerano molte donne. Ma lavorava in unazienda informatica dove, a parte la vecchia contabile prossima alla pensione, non cera nessuna.
Torno tardi, non aspettarmi disse già fuori dalla porta.
Il *clic* metallico della serratura risuonò come un punto fermo in una frase che temevo di finire di pensare.
Qualcosa dentro di me si spezzò. Non era la prima volta, ma quella sera definitivamente. Basta.
Basta con questa tortura dellignoto, basta fingere di credere alle sue scuse insensate sul lavoro.
Mi infilai il cappotto sopra la maglietta da casa, cacciai i piedi nelle sneakers. Presi le chiavi della mia macchina dallo scaffale, senza nemmeno pensarci. Le mie mani agivano da sole, guidate da una fredda determinazione.
Scivolai fuori pochi minuti dopo di lui. La sua auto stava svoltando alla fine del vicolo.
Mantenni la distanza, spegnendo i fari quando si fermava ai semafori. Il cuore mi batteva in gola, rendendo difficile respirare.
Non stava andando verso il centro, dove cera il suo ufficio.
Prendeva la vecchia strada che portava alle case abbandonate alla periferia della città. Un posto dove, a mente sana, nessuno andrebbe di notte.
Lasfalto lasciò il posto alla ghiaia. La mia macchina sobbalzava, i rami graffiavano i fianchi. Finalmente la sua auto si fermò vicino a una staccia piegata, dietro la quale si intravedeva il profilo di una casa a due piani.
Buia, abbandonata, con le finestre rotte come occhi vuoti.
Scese dallauto, senza voltarsi, e scomparve nellombra della casa.
Parcheggiai più lontano, spento il motore. Intorno regnava un silenzio fragile, interrotto solo dal fruscio delle foglie.
Rimasi seduta qualche minuto, cercando di calmare il tremore. Perché era qui? Cosera questo posto?
Uscendo dallauto, mi avvicinai in punta di piedi alla staccionata, cercando di non far scricchiolare la ghiaia. In una delle finestre al secondo piano, una luce fioca brillava.
Mio marito insisteva che le sue uscite notturne fossero per lavoro. Io non ci credevo, e una volta lho seguito fino a una vecchia casa.
E in quel momento, davanti a quel cancello sconosciuto, capii quanto avevo ragione nei miei sospetti peggiori. Perché da quella finestra, da cui filtrava una luce gialla e dolorosa, proveniva un pianto di donna.
Flebbile, carico di disperazione e dolore.
Quel pianto mi penetrava sotto la pelle, facendomi venire i brividi. Era straziante, senza speranza.
La mia mente correva tra le possibilità, ognuna peggiore dellaltra, ma tutte riconducibili a una sola cosa: il tradimento.
Banale, umiliante infedeltà, per qualche motivo ambientata in un set da film horror.
Girai la staccionata. Il cancello non era chiuso, solo appoggiato. La cerniera arrugginita cigolò, e mi bloccai, in ascolto. Ma il pianto non si fermava, come se nulla intorno importasse.
Il cortile era invaso da erbacce alte fino alla vita. Mi feci strada tra di esse, sentendo le spine aggrapparsi ai jeans, lumidità penetrare attraverso il tessuto.
La casa era ancora più inquietante da vicino. Vernice scrostata, finestre come buchi neri, odore di muffa e terra umida.
Mi avvicinai alle finestre. Ora non sentivo solo il pianto, ma anche la voce di Andrea. Mio marito.
Su, su, calma sentii la sua voce. Va tutto bene. Sono qui.
Il suo tono non lo usava nemmeno con me. Cera un abisso di pazienza e tenerezza, che mi tolse il fiato.
Era peggio che se avessi sentito grida o gemiti di passione. Era cura. Intima, profonda cura per unaltra donna.
Dentro di me montò unondata di rabbia bruciante. Volevo sfondare quella porta fragile, irrompere dentro, guardarlo negli occhi pieni di menzogne. Vederla. Quella che mi aveva portato via mio marito e trasformato la nostra vita in questo incubo.
Ma mi trattenni. Le mie gambe sembravano radicate al suolo. Immaginai la scena: io che irrompo, urlo, e lui che mi guarda con rimprovero. La protegge. E solo al pensiero mi venne da vomitare.
Indietreggiai nel buio, inciampando tra le radici degli alberi. Dovevo andarmene.
La strada di casa sembrò eterna. Arrivai dieci minuti prima di lui. Tog





