Il Guinzaglio del Destino

**Il Guinzaglio del Destino**

I raggi del sole mattutino, delicati e insistenti, filtravano attraverso le tende leggere, disegnando macchie dorate sul viso della donna addormentata. Sembravano sussurrarle: «Svegliati, il mondo è già bellissimo e ti aspetta». Valeria si stirò nel letto, sentendo una piacevole leggerezza nel corpo dopo un sonno profondo. Quella leggerezza era la ricompensa meritata per anni di impegno su se stessa.

Erano passati esattamente otto anni, due mesi e diciassette giorni da quando aveva cacciato di casa il suo ex marito. Non che contasse i giorni, ma quella data le era rimasta impressa nella memoria come linizio di una nuova, vera vita. Il loro figlio, Enrico, era ormai un uomo indipendente. Studiava a Milano, al terzo anno di una prestigiosa università, e ormai tornava a casa solo per brevi visite. Le telefonate erano diventate più rare, la sua voce al telefono sempre più distante.

«Mamma, ho gli esami, poi il lavoro part-time, io e Lara» le diceva, e lei, nascondendo un velo di malinconia, rispondeva con tono allegro: «Certo, tesoro, capisco. Io sto benissimo!» E non mentiva. La sua vita era piena di ordine e significato.

Valeria aveva quarantatré anni, ma nel cuore ne sentiva trenta. Snella, curata, con uno sguardo limpido negli occhi grigio-azzurri, sembrava più giovane della sua età. Il segreto era semplice: quattro anni di rituali inflessibili. Sveglia alle sei, corsa mattutina, doccia fredda, colazione sana e poi di corsa in ufficio. Lavorava come manager in unazienda importante e apprezzava la sua posizione. Il direttore, pignolo e dotato di un fiuto soprannaturale per i ritardi, non tollerava indisciplina.

Spesso vedeva apparire come un fantasma alle 9:01 davanti a qualche impiegato trafelato. «Allora, in ritardo? Dovresti svegliarti prima! Relazione scritta sul mio tavolo!» La sua voce, bassa e autoritaria, faceva trasalire anche chi non centrava nulla.

Valeria era rispettata in ufficio. Intelligente, determinata, sempre pronta ad aiutare i colleghi. Umile, semplice nel modo di relazionarsi. Ma nella vita privata, dopo il divorzio, regnava il silenzio. Il tempo libero lo riempiva con il lavoro, le cure personali e il suo fedele compagno: un labrador di nome Leo, che chiamava affettuosamente Leuccio.

Con lui erano iniziate quelle corse mattutine che le davano energia. Leo era la sua sveglia, il suo allenatore e lamico più leale. Un cane magnifico, color cioccolato, con occhi intelligenti e una bontà infinita. Mai un problema, un carattere docile e affettuoso che per Valeria era diventato il miglior antidepressivo. Tanti anni fa, quando aveva scelto la razza, un amico le aveva detto: «Prendi un labrador, non te ne pentirai. È un amico, una cura per la solitudine e uno psicologo personale in un solo corpo.» E aveva ragione.

Da bambina aveva sempre avuto cani, ma durante il matrimonio con Alessandro aveva dovuto rinunciare. Lui odiava gli animali. «Se tu e nostro figlio portate a casa un peluche vivente, lo butto giù dal settimo piano. Te lo prometto.» E negli occhi aveva una tale ostilità che Valeria gli aveva creduto.

Alla fine, era stata lei quasi a buttare giù lui, quando una sera, ubriaco, laveva colpita per la prima volta. Non aveva avuto la forza fisica, solo quella morale. Piangeva in camera da letto mentre lui urlava in salotto. Poi, infine, era lui ad aver sbattuto la porta, portandosi via le valigie che lei stessa aveva preparato. Quindici anni di vita, gli ultimi tre trasformati in un inferno. Alessandro non era stato né un marito né un padre, solo un egoista insoddisfatto. Lultima goccia era stato quel pugno. Per fortuna Enrico non era a casa

«Meglio così. Vivrò con il mio stipendio. Meglio sola che mostrare a mio figlio un esempio sbagliato di famiglia», aveva pensato. E non si era sbagliata. Per otto anni era stata felice, in armonia con se stessa. Gli uomini li teneva a distanza. Forse Alessandro le aveva rovinato il cuore per sempre.

Una calda mattina dagosto annunciava gli ultimi giorni destate. Valeria si alzò e sbirciò nel corridoio. Leo era già lì, seduto accanto alla porta con il guinzaglio tra i denti. La coda batteva sul pavimento. «Leuccio, andiamo! Bravo, il mio campione! Nemmeno ci serve la sveglia!» Sorrise, infilando le scarpe da ginnastica. «Un attimo, andiamo!»

Ammirava il loro parco. Bastava attraversare la strada e ci si immergeva in unoasi verde con vialetti ordinati. La mattina era affollato: corridori, ciclisti, altri padroni di cani. Valeria sganciò il guinzaglio, e Leo, sentendosi libero, corse avanti, guardandosi indietro per assicurarsi che lei lo seguisse.

Correva piano, godendosi laria fresca, salutando i volti familiari dei frequentatori del parco. Allimprovviso, da dietro un cespuglio di lillà, si sentì un miagolio. Valeria deviò dal sentiero e si fermò. Davanti a Leo, che aveva assunto una posa guardinga, cera un minuscolo gattino nero, con le orecchie basse dalla paura. Il cuore di Valeria fece un balzo. Sapeva che il labrador non avrebbe fatto male al gattino, ma istintivamente si precipitò avanti per evitare problemi.

E in quel momento il mondo le si capovolse. Il piede le cedette con un crack agghiacciante, urtando un sasso nascosto nellerba. Un dolore acuto le attraversò il corpo. Con un grido, cadde a terra. Tutto diventò nero. «Oh no ti prego, non ora» sussurrò, cercando di guardare la gamba. Era piegata in modo innaturale. «Leuccio, cosa hai combinato?» Il gattino era sparito. E Leo, dopo averle leccato la guancia, si lanciò via tra i cespugli e scomparve.

La disperazione le serrò la gola. Dolore, paura, la preoccupazione per il cane, per il lavoro, per la solitudine tutto si mescolò in un groviglio insopportabile. Provò a sollevarsi, a trovare un appoggio, ma invano. Le lacrime iniziarono a scendere.

Intanto Leo correva come un pazzo lungo il viale. Cercava qualcuno. Luomo alto e atletico che vedeva quasi ogni mattina. Il cane frenò di colpo davanti a lui e abbaiò forte. «Ehi, ciao bel ragazzo!» sorrise luomo, stupito. «Dovè la tua padrona? È successo qualcosa?» Leo abbaiò di nuovo, poi tornò di corsa verso i cespugli, assicurandosi che luomo lo seguisse.

Luomo, che si chiamava Riccardo, spinse i rami e la vide. Seduta a terra, pallida, con il viso contratto dal dolore e le lacrime che le rigavano le guance. «Buongiorno anche se vedo che non è proprio un buon giorno», disse, inginocchiandosi accanto a lei. «Che è successo? Il tuo amico a quattro zampe ha dato lallarme. Un cane intelligentissimo.»

Valeria, serrando i denti, riuscì a dire: «La gamba credo di essermela rotta. Non riesco a muovermi.»

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