Pronta a Scappare con Mio Figlio e l’Indispensabile di Questo Paese

Pronta a Scappare con Mio Figlio e lEssenziale di Questo Paesino

Avevo già mentalmente preparato la valigia con lessenziale per scappare con mio figlio da mio marito e dai suoi genitori, da questo piccolo paesino sperduto in mezzo al nulla. No, non ho intenzione di dedicare la mia vita alle capre, alle mucche e agli orti infiniti di loro. Credono che, avendo sposato Luca, abbia automaticamente firmato un contratto per essere la manodopera gratis della loro fattoria. Ma io la vedo diversamente. Questa non è la vita che voglio, e non voglio che mio figlio cresca in questo pantano, dove lunico divertimento è discutere di quanti litri di latte ha dato la mucca Stella.

Quando sono arrivata qui, dopo il matrimonio, sembrava che le cose non sarebbero state così male. Luca era premuroso, i suoi genitori, Maria e suo marito, sembravano gentili. Il paesino aveva anche il suo fascino: campi verdi, aria pulita, silenzio. Arrivai persino a pensare che mi sarei abituata. Ma la realtà non ha tardato a mostrarsi per quella che è. Una settimana dopo il trasloco, Maria mi ha consegnato un secchio e mi ha detto di mungere le capre. “Ora sei una di noi, Sofia, devi dare una mano!” disse con un sorriso che ancora oggi mi fa rabbrividire. Io, ragazza di città, che non avevo mai sollevato niente di più pesante di un laptop, ho dovuto imparare a mungere prima del tramonto. È stato il mio primo avvertimento.

Luca, a quanto pare, non aveva intenzione di difendermi. “Mia madre ha ragione, qui tutti lavorano,” rispose quando provai a protestare. E così è iniziata la mia nuova routine: svegliarsi alle cinque del mattino, dar da mangiare agli animali, zappare lorto, pulire la casa, cucinare per tutti. Mi sentivo più una serva che una moglie. E se osavo chiedere un giorno di riposo, Maria alzava gli occhi al cielo e iniziava il sermone: “Ai miei tempi, le donne lavoravano dallalba al tramonto e non si lamentavano!” Luca stava zitto, come se la cosa non lo riguardasse.

Mio figlio, di soli tre anni, era la mia unica luce. Lo guardo e capisco che non voglio che cresca qui, dove il suo futuro si riduce a lavorare nella fattoria o a trasferirsi a Milano, dove sarà sempre un estraneo. Voglio che vada a un buon asilo, che studi, che viaggi, che veda il mondo. E qui? Qui non cè nemmeno una connessione decente per fargli vedere i cartoni animati. Quando ho accennato a iscriverlo a un corso di pittura nel paese vicino, Maria ha sbuffato: “A che serve? Meglio che impari a mungere le mucche, quello sì che è utile!”

Ho provato a parlarne con Luca. Gli ho detto che mi sentivo soffocare, che non era questo quello che avevo sognato. Ma lui si è limitato a scrollare le spalle: “Tutti vivono così, Sofia. Che vuoi?” E poco fa ho scoperto che Maria sta già pensando di ampliare la stalla e comprare unaltra mucca. Ovviamente, tutto il lavoro sarebbe ricaduto su di me. È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Ho iniziato a mettere da parte i soldi di nascosto. Poco, ma abbastanza per due biglietti dellautobus fino alla città. Ho unamica a Firenze che mi ha promesso di aiutarmi con casa e lavoro. Mi immagino già io e mio figlio salire su quellautobus, lasciandoci alle spalle questo paesino, le capre, le mucche e i sermoni di Maria. Sogno un piccolo appartamento dove ci sia solo il nostro calore, dove io possa lavorare e mio figlio crescere con delle opportunità. Voglio tornare a sentirmi una persona, non una macchina da lavoro.

Certo, ho paura. Non so come sarà la vita in città. Troverò un lavoro? I soldi basteranno? Ma una cosa la so: non posso restare qui. Ogni volta che vedo mio figlio giocare in cortile, penso che meriti di più. E anche io. Non voglio che veda sua madre piegarsi sotto questo peso, perdersi per compiacere gli altri.

Maria ha detto qualche giorno fa che sono “troppo di città” e che non sarò mai una di loro. Sai una cosa? Ha ragione. Non voglio esserlo. Voglio essere me stessa Sofia, che sognava una carriera, dei viaggi, una famiglia felice. E farò di tutto per riconquistare quella vita. Anche se dovesse significare prendere una valigia e scappare con mio figlio, lontano da chi ci obbliga a mungere mucche.

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Olesia odiava tutti. E in particolare, sua madre.