Non sei più mia figlia.

“Non sei più mia figlia. Chi è lui e da dove viene, non lo so. Mi vergogno di te. Vai a vivere nella casa della nonna e comportati da adulta. Assumi la responsabilità delle tue azioni.”

“Olimpia, hai sentito? Hanno mandato degli uomini in missione per aiutarci. Andiamo al circolo stasera?” chiese Mafalda, soddisfatta, mentre si abbandonava sulla sedia.

“Mafalda, ma che dici? E Valerio con chi lo lascio? Lo porto con me?” rise Olimpia.

“E se chiediamo alla zia Livia?” propose Mafalda con cautela.

Olimpia scrollò le spalle, rassegnata.

“Ma che dici? Ancora non mi ha perdonato per la nascita di mio figlio. Sai cosa voleva? Che sposassi Alfredo, ma io sono partita per la città per studiare. Non sono riuscita a entrare, ma sono tornata con la pancia. Per un anno non mi ha parlato, solo da due mesi ha ricominciato. Vai pure con qualcun altro. Magari avrai fortuna e troverai qualcuno.”

Mafalda sospirò.

“Va bene, ci vado con Tiziana. Domani ti racconterò tutto.”

Olimpia mise a dormire il figlio e uscì sulla veranda. Il rumore della musica raggiungeva la sua casa. Avvolta in uno scialle, immaginò tutti quelli che ballavano e si divertivano. Mafalda avrà sicuramente indossato di nuovo quel vestito “a strisce da tigre”. Olimpia sorrise tra sé e sé: in quel vestito sembrava un bruco colorato. Sospirò con rimpianto e andò a dormire.

All’alba, Mafalda arrivò di corsa. E, come per sfortuna, anche la madre di Olimpia era venuta a farle visita. Olimpia fece un cenno per zittirla, ma Mafalda era incontenibile.

“Peccato che non ceri ieri. Cerano dei ragazzi fantastici. Uno mi ha anche accompagnata a casa, si chiama Vittorio. Simpatico, spiritoso. E oggi ho un appuntamento con lui,” disse tutto d’un fiato.

La madre di Olimpia la fissò con disapprovazione.

“È sposato, vero?”

Mafalda alzò le spalle.

“Non lo so, non ho visto il suo documento. E anche se lo fosse, almeno avrò qualcosa da ricordare.”

“Eh, ragazze, cosa fate? Alfredo non sarebbe un buon marito? La mia qui ha già perso la sua occasione, ma tu, Mafalda, potresti ancora fargli girare la testa,” esclamò zia Livia, entusiasta dell’idea.

“Zia Livia, ma cosa dici? Chi lo vuole? E poi cè anche sua madre. Dio ci scampi da una felicità così!” esclamò Mafalda.

Poi si rivolse a Olimpia:

“Era bellissimo, non si poteva distogliere lo sguardo. Tutte le ragazze erano affascinate. Ma lui si è fermato con gli amici e poi è andato via da solo. Non ha nemmeno invitato nessuna a ballare.”

E allora accadde lincredibile. Zia Livia, pensierosa, disse:

“Olimpia, dovresti andare anche tu al circolo. Con Valerio ci sto io. Magari incontri qualcuno? Serio e affidabile. Valerio ha bisogno di un padre. Solo, non scegliere uno sposato. Lo sentono subito quando una donna è sola. Hai capito?”

Olimpia, incredula per la sua fortuna, annuì. Non trattenne la gioia e coprì la madre di baci. Lei borbottò:

“Vai pure, leccapiedi.”

Olimpia, nel suo vestito migliore, stava con le amiche e chiacchierava allegramente. Quanto si era mancato quel tempo spensierato.

“Guarda. È lui. È tornato,” sussurrarono le ragazze.

Olimpia lo guardò con curiosità e le gambe le tremarono. Si girò di scatto e sussurrò a Mafalda:

“Credo che tornerò a casa. Valerio probabilmente piange senza di me.”

Mafalda la guardò stupita.

“Olimpia, ma che fai? È la prima volta che esci di casa per ballare e già vuoi tornare indietro? Non hai nemmeno ballato una volta!”

Ma Olimpia decise:

“Me ne vado. E il tuo Vittorio sta arrivando. Non ti annoierai senza di me,” e si avviò verso luscita.

Davanti alla porta, qualcuno le afferrò la mano allimprovviso:

“Balliamo, signorina?”

Olimpia, senza guardare, cercò di liberarsi:

“Non ballo.”

Ma luomo era insistente.

“Un solo ballo, ti prego.”

Alla fine si voltò e il suo cuore sobbalzò. Era lui, il ragazzo di quella volta, lincontro che aveva cambiato per sempre la sua vita. E, a giudicare dal suo sguardo, non laveva riconosciuta. Si sentì sollevata e sorrise:

“Va bene. Solo una volta, però, ho fretta.”

Lui la fece volteggiare nel ballo.

“Immagino che tuo marito sia preoccupato?”

Olimpia rispose seccamente:

“Non sono sposata.”

Lui ammiccò, con quel gesto che le era così familiare, e le mancò il fiato.

“Allora ho una possibilità?” chiese, malizioso.

Olimpia si allontanò.

“Neanche a pensarci,” e corse via dal circolo.

Mentre tornava a casa, pianse. Lei lo aveva ricordato per tutta la vita, si era persino innamorata al primo sguardo, e lui non laveva riconosciuta.

Si erano incontrati sul treno. Lei tornava a casa, affranta per non aver superato gli esami. Lui andava a trovare i genitori. Vedendola triste, aveva cercato di consolarla.

“Mi chiamo Massimo. Mia madre mi chiama Massimino, mio nipote Massì. Scegli quello che ti piace.”

Olimpia sorrise.

“Massì è più divertente.”

Lui le tese la mano:

“Ora siamo quasi presentati. E tu, creatura meravigliosa, come ti chiami?”

“Olimpia.”

Massimo annuì con serietà:

“Lo immaginavo. Un nome regale.”

Parola dopo parola, gli raccontò di non aver superato gli esami alluniversità. E che sua madre glielo avrebbe rinfacciato per anni.

“Studia durante linverno e riprova,” le consigliò Massimo.

Olimpia si illuminò.

“È vero. Non ci avevo pensato. Grazie.”

Lui la guardò pensieroso.

“Non cè di che. E nessuno ti ha mai detto che sei bellissima?”

Olimpia arrossì.

“Sono normale, non esagerare. Ma grazie lo stesso.”

Massimo si avvicinò.

“È la verità,” e allimprovviso la baciò. A Olimpia girò la testa. Quello che accadde dopo fu dolce e vergognoso. Massimo scese prima.

“Ti troverò, te lo prometto.”

Solo dopo Olimpia capì con amarezza che non le aveva nemmeno chiesto lindirizzo.

E poi scoprì di aspettare un bambino, e sua madre, con disgusto, le disse:

“Non sei più mia figlia. Chi è lui e da dove viene, non lo so. Mi vergogno di te. Vai a vivere nella casa della nonna e comportati da adulta. Assumi la responsabilità delle tue azioni.”

Olimpia trovò lavoro in biblioteca prima del parto. Lavorò fino al congedo. Alluscita dallospedale, la aspettava Mafalda. Sua madre non si fece nemmeno vedere. Solo quando Valerio compì cinque mesi, il suo cuore cedette e

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