«Sei solo una vecchia fallita», sbuffò il capo licenziandomi. Non aveva idea che quella sera avevo un appuntamento con il proprietario della sua intera azienda.

“Sei solo una vecchia fallita,” mi disse il capo con un sorriso sprezzante mentre mi licenziava. Non aveva idea che quella stessa sera avrei avuto un appuntamento con il proprietario dellintera azienda.

“Dobbiamo purtroppo salutarti, Irene,” disse con voce untuosa il mio superiore, Gianpiero Rossi. Era seduto scomposto sulla sua poltrona, giocherellando con una costosa penna come fosse una bacchetta magica.

“Qual è il motivo?” chiesi con calma, mantenendo un tono neutro, anche se dentro di me tutto si era trasformato in un blocco di ghiaccio.

Quindici anni in quellazienda. Quindici anni di progetti, notti insonni, sacrifici. Tutto cancellato in un attimo.

“Ristrutturazione del personale,” rispose, sorridendo come se mi avesse appena comunicato una vincita alla lotteria. “Nuove sfide, sangue fresco. Capisci, no?”

Oh, certo che capivo. Avevo visto quel “sangue fresco” la nipote della moglie, incapace persino di scrivere due righe senza errori.

“Lunica cosa che capisco è che il mio reparto ha i migliori risultati in tutta la filiale,” replicai, guardandolo dritto negli occhi.

Il suo sorriso si incrinò, diventando quasi feroce. Appoggiò la penna e si piegò in avanti, abbassando la voce in un sussurro complice.

“Risultati? Irene, siamo onesti. Sei il passato. La vecchia guardia. Persone come te dovrebbero godersi la pensione, badare ai nipotini.” Fece una pausa, godendosi leffetto. “Sei diventata una fallita stanca e logora che si aggrappa al suo posto. Lazienda ha bisogno di energia.”

Eccolo lì. Non “collaboratrice esperta”, non “veterana dellazienda”. Solo una semplice, vecchia fallita.

Mi alzai in silenzio. Umiliarmi, discutere, provare a convincerlo sarebbe stato inutile. Aveva già deciso tutto.

“I tuoi documenti e il liquidazione li ritirerai in amministrazione,” mi lanciò mentre uscivo.

Raccolsi le mie cose dalla scrivania sotto gli sguardi compassionevoli dei colleghi. Nessuno si avvicinò. La paura di Rossi era più forte di qualsiasi legame di amicizia.

Misi in una scatola la foto di mio figlio, la mia tazza preferita, una pila di riviste professionali. Ogni oggetto sembrava un pezzo strappato via dalla mia vita.

Uscendo dalle porte di vetro del grattacielo, respirai laria fresca della sera. Niente lacrime, né disperazione. Solo un vuoto freddo e una rabbia silenziosa.

Tirai fuori il telefono. Sul display cera un messaggio:

“Tutto confermato per stasera? Ci vediamo alle sette al nostro solito ristorante. Alessandro.”

Rossi non sapeva una cosa. Quella sera avevo un appuntamento con luomo che possedeva lintera azienda. E quella cena avrebbe cambiato tutto.

Il ristorante era immerso in una luce soffusa, con musica di sottofondo. Mi sentivo fuori posto con la mia scatola in mano, simbolo della mia cacciata.

Alessandro era già seduto al tavolo vicino alla finestra. Quando mi vide, si alzò alto, elegante, con il suo solito sorriso caldo. Ma la sua espressione si gelò non appena notò la scatola.

“Irene? Cosè questa?”

“I miei trofei dopo quindici anni di lavoro devoto,” dissi, cercando di mantenere un tono leggero, ma senza riuscirci.

Prese la scatola, la posò su una sedia e mi fece sedere. “Raccontami. Subito.”

E lo feci. Senza drammi, freddamente, come se stessi leggendo un rapporto. Gli ripetei ogni parola, ogni dettaglio.

“Mi ha detto che sono una vecchia fallita,” conclusi, fissando le mie mani sulla tovaglia bianca.

Alessandro rimase in silenzio. Quando alzai lo sguardo, il suo viso era impassibile, ma nei suoi occhi cera qualcosa di oscuro e tagliente.

“E te ne sei semplicemente andata?” chiese piano.

“Che altro avrei dovuto fare? Fare una scenata? Supplicarlo di tenermi in un ruolo che ho creato io stessa da zero?”

“Avresti dovuto chiamarmi. Subito.”

“Per farti risolvere il problema? Per correre da te come una bambina? Alessandro, non sono così.”

Mi prese la mano. “Lo so. Ed è per questo che sto con te. Non chiedi mai nulla. E ti dirò una cosa: su Rossi erano già arrivate segnalazioni. Sul suo comportamento, sul nepotismo. Ma erano solo voci, senza prove. Ora le prove ci sono.”

In quel momento, il mio telefono vibrò. Un messaggio nel gruppo dei colleghi da Laura, la mia ex assistente:

“Ragazze, non crederete mai. Rossi ha presentato la sua protetta come nuova capa. E ha detto che Irene era zavorra che frenava il progresso. Davanti a tutti.”

Passai il telefono ad Alessandro. Mentre leggeva, il suo volto divenne di pietra.

“Non ti ha solo licenziata. Ha voluto umiliarti pubblicamente. E questo non è più un insulto personale, è un attacco allautorità dellazienda. Ha superato il limite.”

Posò il telefono e mi guardò. “Non lo licenzierò con una telefonata. Sarebbe troppo facile. Faremo diversamente. Domani cè la riunione del consiglio. Rossi parlerà della sua riorganizzazione di successo.” Fece una pausa, e nei suoi occhi brillò qualcosa di gelido. “E tu verrai con me. Come mia consulente speciale. Preparerai un contro-rapporto. Con numeri, fatti, grafici. Tutto ciò che ha nascosto alla direzione. Gli faremo tendere la corda al proprio collo.”

Quella notte non dormii. Stetti nello studio di Alessandro, circondata da documenti, e per la prima volta dopo tanto tempo non sentii umiliazione, ma determinazione.

Allalba avevo finito: venti pagine di analisi che dimostravano come Rossi non fosse solo incompetente, ma avesse danneggiato lazienda. Falsificava i risultati, bloccava progetti redditizi e creava un ambiente tossico.

Quando entrammo nella sala riunioni, Rossi stava concludendo il suo trionfale discorso. Ci vide e si bl

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«Sei solo una vecchia fallita», sbuffò il capo licenziandomi. Non aveva idea che quella sera avevo un appuntamento con il proprietario della sua intera azienda.
La porta socchiusa All’inizio Anton non capì cosa ci fosse di strano. Uscì dall’ascensore al suo solito nono piano, tastò le chiavi in tasca e si avviò verso casa, ancora col frastuono in testa dello spumante e delle insalate. Nel vano scale regnava una quiete insolita per quella notte, solo sotto, a un piano, qualche voce rideva e porte sbattevano. Arrivato davanti alla sua porta, poggiò il palmo contro il muro per non mancare la serratura, e solo allora, con la coda dell’occhio, notò il lampeggiare a sinistra. La porta dei vicini, quella di fianco, era socchiusa quanto una mano. Nel buio del pianerottolo brillava una ghirlanda colorata, appesa alla gruccia del loro ingresso, e da quel vano profondo si sentiva tenue una voce femminile che cantava una vecchia canzone su “fiocchi di neve, fiocchi di neve, senza sciogliersi”. Si fermò con la chiave sospesa. In quel corridoio era fresco, odorava di qualcosa di fritto, svanito dalla cucina di qualcuno, e di deodorante dalla sua giacca. In mente gli ronzavano ancora spezzoni di brindisi degli amici: «alla salute, a noi, che non si invecchi», e quella sensazione lo lasciava particolarmente vuoto. Dagli amici era stato rumoroso, affollato, coi bambini che correvano, qualcuno che sparava coriandoli dalla finestra. Lui aveva riso, bevuto, sentito discutere di mutui, di vacanze in Toscana, di lavori in casa. E a mezzanotte avevano brindato, si erano abbracciati, qualcuno aveva versato una lacrima con il terzo bicchiere. Poi il taxi, qualche minuto nella città semideserta, le luci delle ghirlande sugli alberi, ed eccolo qui, nelle scarpe strette, con un ronzio lieve alle tempie e una chiarezza strana: sarebbe rientrato da solo. I vicini. Ne conosceva i volti, non i nomi. Un uomo di circa sessant’anni con capelli grigi alle tempie e un po’ di pancia sotto il maglione, che annuiva sempre educatamente in ascensore. Una donna, più piccola, coi capelli corti e la retina per le sporte, sempre carica di borse. San qui da più tempo di lui. Quando si era trasferito quindici anni prima, la loro targa era già sul campanello, ma non si era mai soffermato. Un saluto, un cenno, qualche scambio sulle interruzioni dell’acqua calda. Stop. Anton guardò la porta socchiusa. Musica, sì, ma bassa. Ghirlanda che lampeggiava stanca, come se non avesse voglia. Dentro buio, solo nel corridoio una lampada fioca. Nessun movimento della porta. Il pensiero di “passo oltre” fu il primo e più ovvio. Magari stavano arieggiando, magari avevano scordato, non erano fatti suoi. Aveva già infilato la chiave nella sua porta, ma qualcosa lo punse. Una porta aperta, in una notte dove tutti stanno con ospiti o barricati, temendo petardi altrui. Vecchie canzoni, come quelle della sua infanzia. E quella sensazione strana che, se ora si chiudeva dentro, si toglieva le scarpe e accendeva la TV col concerto in replica, la sua vita sarebbe sempre così: accanto a persone che non conosce, divisi da un muro. Estrasse di nuovo la chiave e ascoltò. Nessuna voce, niente risate, solo la canzone che finiva e ne iniziava una nuova, su un “trenino blu”. Si tormentò: se lì dentro qualcuno stesse male? Caduto, senza forza di chiudere la porta? Nei telegiornali sempre parlano di anziani trovati dopo giorni. Ricordò di aver visto il vicino in farmacia due settimane prima: comprava medicine, armeggiava a lungo col portafoglio, scusandosi con chi aspettava. “Va bene”, disse mezza voce a se stesso e fece un passo verso la loro porta. Prima spinse la porta con le dita. Cedette appena, poi si bloccò contro qualcosa di morbido. Dallo spiraglio si scorse meglio: tappeto consunto, un paio di scarpe, pantofole da donna col pelo. Odore di pollo alla griglia e mandarini, ormai fiacco, ma ancora presente. Sui ganci le giacche, la ghirlanda buttata sulle stampelle e che scendeva fino a terra. — Salve, — chiamò piano. — Ehm… siete in casa? Nessuna risposta. Ma la musica suonava stabile, luci e stereo funzionavano. Bussò con le nocche alla porta. — Vicini, tutto bene? Dentro qualcosa colpì sordo, poi si udì un passo. La porta si aprì un po’ di più e nello spiraglio comparve il viso della signora. Guance rosse, occhi stanchi, capelli ancora in piega festiva ma ormai sciolti. Maglione brillante, la catenina sottile al collo. — Oh, — disse lei, già pronta a chiudere la porta. — Mi scusi, stavamo… Anton alzò le mani, come per scusarsi. — Io… cioè… la porta era aperta. Ho pensato… magari… tutto a posto? Lei lo fissò un attimo, notò la cravatta un po’ storta, il sacchetto di insalata e, pareva, lo riconobbe. — Ah, lei del nono, — disse. — Sì, sì, tutto bene. Abbiamo solo… aperto la finestra e… Dal fondo della casa una voce maschile: — Chi è lì, Lida, di nuovo i coriandoli? — Il vicino, — urlò lei indietro. — Quello di pianerottolo. La porta sobbalzò ancora, apparve lui, il marito. Camicia fuori, primo bottone scucito, in mano bicchiere ambrato. Viso stanco, ma occhi chiari. — Ah, buonasera, — disse. — Buon anno! — Anche a voi, — rispose Anton, realizzando che non conosceva il loro nome. — Ho… visto la porta. Ho pensato che fosse una corrente d’aria oppure che foste usciti. — Ma figurati… — la donna, Lida, sorrise appena, — è abitudine. Esco per buttare la spazzatura e non chiudo mai bene. Adesso tra una cosa e l’altra mi sono confusa. Scusate se vi ho spaventato. Anton annuì, già pronto a tornare indietro. — Se tutto a posto, vado. Ancora auguri… — Aspetti, — esclamò il marito. — Entrate pure un minuto. Tanto ormai. Anton tentennò. — Ma… sono appena stato dagli amici, ho mangiato, bevuto. Sarebbe strano. — E perché strano? — rise lui. — Siamo vicini, no? È da vent’anni che ci salutiamo e mai una chiacchierata. Lida, un bicchierino glielo versiamo? Lida strinse le spalle: più un sì che un no. — Entrate, — disse. — Noi niente di speciale. Togliete le scarpe, venite in cucina. Anton istintivamente guardò la sua porta. In tasca chiavi pesanti, in mano il sacchetto con insalata e la bottiglia di spumante che non aveva aperto fra gli amici. Pensare al vuoto dietro il proprio muro di colpo gli sembrò più gelido. — Va bene, — disse. — Per un minuto. Si tolse le scarpe e le pose accanto alle loro. Poche paia: due da uomo, vecchie ma curate, stivali da donna, scarpe da bambini niente. Il sacchetto lo portò con sé, più per imbarazzo che per praticità. — Dammelo che lo prendo io, — Lida allungò la mano. — Cos’hai? — Nulla, — Anton arrossì. — Avanzi di insalata e spumante. Non lo abbiamo finito. — Meglio così, — rispose Lida. — Qui è appena finito lo spumante. Praticamente sei arrivato con il regalo. La cucina era piccola ma calda. Sul tavolo piatti con insalate, aringhe in salsa rosa, affettati, qualche mandarino. Tra i piatti, un vaso con rami di pino e qualche pallina natalizia. Sul davanzale una ghirlanda di luci più piccola. Su uno sgabello una donna sui cinquant’anni, occhiali, volto sereno, scorreva il telefono. Di fianco, un bicchiere vuoto. — Mia sorella, Tania, — presentò Lida. — Tania, il nostro vicino del nono. Tu sei… — Anton, — suggerì lui. — Anton Sergio. — Oh, che formale! — rise il marito. — Noi niente titoli, chiamami semplicemente Vittorio, — tese la mano. — Facciamo alla buona. Si strinsero la mano. La stretta di Vittorio era forte e calda. — Siediti Anton, — Tania fece posto. — Lida ti porta subito un piatto. Anton si accomodò, un po’ impacciato. Notò una foto sulla parete: in bianco e nero, Vittorio giovane in divisa, accanto Lida coi capelli lunghi, che tiene la mano a un bambino sui cinque anni. Sul frigo magneti di città dove lui non era mai stato. — Allora, — Vittorio versò il liquore trasparente nei bicchieri. — Un brindisi per ricordarci che ogni tanto bisogna aprire le porte, non solo chiuderle. Anton sorrise. Sembrava una frase altisonante, ma nel tono di Vittorio non c’era retorica, piuttosto una quieta dignità. Bevettero. La vodka era sorprendentemente morbida, si allargava in petto. Dal soggiorno continuava la musica, ora una voce maschile su “tre cavalli bianchi”. — Dove hai festeggiato? — chiese Lida, porgendo insalata ad Anton. — Dagli amici, — rispose. — Compagnia, bambini. Rumore. — E a casa da solo? — domandò Tania, col volto sopra gli occhiali. Anton annuì senza voler spiegare troppo. — Mia figlia con marito a Firenze, — si lasciò scappare la frase d’abitudine, ma subito si fermò, ricordando che non voleva parlarne. — La sua famiglia è lì. Io… così. — Capisco, — disse Lida piano. — Noi abbiamo il figlio in Lombardia. Con i nipoti oggi è andato dalla suocera. Non ci rimaniamo male, i giovani hanno i loro piani. Vittorio sbuffò. — Non rimaniamo male, — ripeté. — Ma i nipoti li vediamo da sei mesi che volano. Ma non ce la prendiamo. Tania sorrise con una punta di malinconia. — Sei qui da tanto, Anton? — chiese tra un boccone di mandarino. — Quindici anni, — disse Anton. — Da quando… — esitò, — da quando ho divorziato. Ho comprato qui, mi sono trasferito. — Accidenti, — Lida scosse la testa. — Pensavo fossi nuovo. Sembravi… giovane. Anton ridacchiò. — Grazie. Ho cinquantadue anni. — Vittorio ne ha sessantadue, — precisò Tania. — Dice sempre di essere ancora ragazzo. — E lo sono, — ribatté Vittorio versandosi altro liquore. — Dentro, almeno! Risero. Una risata sommessa, ma vera. Anton sentì le spalle rilassarsi. Notò i dettagli: tovaglioli ordinati, la tovaglia vecchia ma pulita, le macchie di barbabietola, un piatto con la coscia di pollo fredda lasciata in disparte. — Ti ricordo bene, — disse Lida. — Una volta ti ho visto rientrare con scatoloni pieni di libri. Pensai “finalmente un vicino colto”. — Era il trasloco, — concordò Anton. — Feci tutto da solo. Mal di schiena una settimana. — Io ricordo che sei tornato tutto infangato una volta, — aggiunse Vittorio. — Sarà stato dieci anni fa. Io rientravo nel palazzo, tu portavi un albero di Natale, il ramo incastrato nella porta. Ti ho aiutato a tirarlo fuori. Anton si stupì. Ricordava vagamente quell’albero, ma non immaginava che qualcuno se ne fosse accorto. — Strano, — disse. — Viviamo accanto e ci conosciamo solo da queste briciole di memoria. — Che altro occorre sapere? — fece spallucce Tania. — Qui tutti vivono così. Basta che non si fa chiasso di notte e non si butta la spazzatura fuori posto. — E niente allagamenti, — rispose Vittorio. — Al settimo ci sono gli studenti. Con loro abbiamo fin troppa confidenza. Risero ancora delle storie sui vicini rumorosi, la signora dell’ottavo che sgrida tutti per la nettezza. La conversazione scivolava come il tè, prima timidamente, poi più libera. Anton parlò del lavoro in ufficio, dello smart working che li aveva tenuti a casa, poi erano tornati in presenza. Di come disdegna le feste aziendali, ma ci va perché “è meglio farsi vedere”. Della sensazione d’essere nella squadra con gente più giovane di sua figlia. Vittorio raccontò del lavoro in fabbrica, del reparto che aveva chiuso, dei tentativi di rimettersi in pista, da ultimo con piccoli lavoretti e riparazioni per amici e conoscenti. Lida aggiungeva le imprese notturne a incollare carte da parati, per comprarsi il frigo nuovo, le gite alla casa in campagna che poi era stata venduta. Tania ricordava quando da ragazze, lei, la sorella e Vittorio attendevano il Capodanno con la casa piena di ospiti, abete vero, e lunghe tavolate. Poi ognuno aveva preso la propria strada, figli, casolari, routine. — Pensavo fossi un capo, Anton, — disse Lida versando spumante dalla bottiglia di Anton. — Sempre ordinato, in giacca, col portadocumenti. — Macché capo, — sbuffò lui. — Normale impiegato. La giacca è obbligatoria, la valigetta per il laptop. — Ma sempre con aria sicura, — insistette lei. — Sembri uno che sa cosa fa. Anton rifletté. Sa davvero cosa fa? In quella notte, nella cucina di altri, si sentiva più come uno che aveva sbagliato strada e finito nella storia di qualcun altro. — E voi… — guardò i padroni di casa, — avete mai pensato al mio mestiere? — Io pensavo fossi avvocato, — confessò Vittorio. — Hai il passo deciso. — Io ti credevo insegnante, — azzardò Tania. — Una volta ti ho visto parlare col ragazzino del sesto che disegnava sui muri, gli hai spiegato tranquillamente che non si dovrebbe. Anton ricordò. Era stato il figlio dei vicini del sesto, dieci anni, gli aveva semplicemente parlato senza sgridare. Se ne era dimenticato in una settimana. Eppure qualcuno aveva tenuto memoria. — Strano, — ripeté. — Ci costruiamo le vite dei vicini da poche immagini. — Tu che pensavi di noi? — domandò Lida, la mano sotto al mento. Anton esitò. Ammettere che non aveva mai pensato era imbarazzante. — Beh… — disse piano, — vi consideravo una famiglia normale, con figli, nipoti. Tutti insieme a festeggiare. Vittorio sospirò. — Pensavi si facesse casino con la fisarmonica, eh? — scherzò. — E invece, tre persone in cucina e la TV in salotto. — E la musica, — aggiunse Tania. — L’ho accesa io, non posso stare senza canzoni a Capodanno. Per un minuto tacquero. Una nuova canzone terminava in salotto, il conduttore ne annunciava un’altra. — Una volta era una casa piena, — sussurrò Lida. — Figlio, amici suoi, venivano i miei genitori. In cucina non c’era posto, il tavolo anche in sala. Ora… — strinse le spalle, — si sono allontanati, non ci sono più, mio figlio lontano e con la sua vita. Non ci lamentiamo. È solo… strano. Anton annuì. Ricordava i suoi passati festeggiamenti, ancora sposato: tavolata grande, suocera, amici. Poi il divorzio, anni strani, ora da solo o in trasferta dalla figlia, oppure accettando inviti per non restare chiuso. Quest’anno aveva scelto gli amici, perché più divertente, ma in fondo si sentiva ospite. — Quando sono uscito dagli amici — disse di getto — mi sono sentito come uno che torna in albergo. Casa c’è, cose ci sono, ma… Tacque, senza trovare la parola. — Lo capisco bene, — annuì Tania. — Quando morì mio marito, vivevo a sentirmi provvisoria. Lida le posò una mano sulla spalla. Anton sentì la gola stringersi. — Mi scusi, — disse. — Non sapevo. — E come potevi sapere, — rispose gentile Tania. — Ci incrociamo solo in ascensore. La conversazione si allungò. Il tempo sembrava lento, ma non pesante. Si rammentavano Capodanni vecchi. Come negli anni Novanta era saltata la luce e cuocevano cibo sulla stufa a gas. Una volta i vicini di sopra avevano bagnato il soffitto proprio nella notte di San Silvestro, e Vittorio correva con il secchio. Anton aveva festeggiato una volta in treno, tornando dal lavoro, tutti sorridenti coi bicchieri di plastica. Piano, le bottiglie finivano, le insalate s’intiepidivano, la musica passava a pezzi lenti. Fuori, qualche scoppio di fuochi d’artificio. Erano già le tre passate, ma nessuno voleva congedare Anton. Lui si scoprì a suo agio. Non allegro come in compagnia rumorosa, ma calmo. Ascoltava Lida parlare del lavoro in biblioteca, di come si legge sempre meno. Vittorio faceva ridere sulle malattie, confrontandole alla diagnosi dell’auto. Tania raccontava di contabilità, delle lamentele degli inquilini. — Sai, — disse Vittorio, — ho sempre pensato che la gente in palazzo fosse come al metrò. Si siede, viaggia, scende. Invece ora che parliamo, invecchiare fa meno paura. Anton ridacchiò. — Non è la vecchiaia la paura, — rispose. — È restare soli. — Verissimo, — disse Lida. — A volte di notte penso: se mi succede qualcosa e Vittorio è fuori o in campagna, chi se ne accorge? Tu, Anton, se ti sentissi male… chi ti verrebbe a cercare? Anton non rispose subito. In mente passavano colleghi, amici, figlia. Tutti lontani, tutti impegnati. — Nessuno, — ammise. — Al massimo il lavoro si preoccupa se manco una settimana. — Vedi, — aggiunse Tania. — Eppure, qui sul pianerottolo siamo in tre. Potremmo almeno scambiarci i numeri. Vittorio sogghignò. — Sorella, dove vuoi arrivare? — Che ci si scambia i telefoni, — disse serena. — Non per chiamarsi ogni ora. Solo per sicurezza. Anton acconsentì. Un’idea semplice e logica, ma ora sembrava avere qualcosa d’importante. — Volentieri, — fece lui. — Altrimenti è proprio buffo. Tirarono fuori i telefoni. Lida dettò il suo numero, Anton annotò “Lida, vicina”. Vittorio fece lo stesso, “Vittorio, vicino”. Tania diede il suo, un altro “persona del pianerottolo”, ma ormai non era più solo una faccia. — Anche il mio, — ricordò Anton. — Se serve, chiamate pure. Lida lo segnò su un foglietto, lo attaccò col magnete al frigo. — Ecco, — disse. — Così, almeno, sappiamo il nome, non solo il “nostro del nono”. Alle quattro la conversazione si fece flebile. La stanchezza calò su tutti. Lida sbadigliava, Vittorio si massaggiava gli occhi, Tania guardava spesso l’orologio. — Probabilmente vuoi tornare a casa, — disse Lida. — Non ti tratteniamo ancora. Anton sbirciò il telefono. Era quasi le cinque. Sentì il corpo improvvisamente pesante, come dopo una giornata piena. — Sì, — rispose. — Grazie a voi. Per… Cercò la parola, ma non la trovò. Per il cibo, la compagnia, l’ospitalità. — Per la compagnia, — intervenne Tania. — Anche per noi è stato bello. Vittorio si alzò, un po’ barcollando. — Vieni, ti accompagno alla porta, — disse. — Non che ti perdi nel corridoio. Uscirono nell’ingresso. La musica dentro era ormai solo sottofondo, la ghirlanda stanca. Anton si rimise le scarpe e il cappotto, Vittorio si appoggiò al muro. — Senti, Anton, — mormorò, — se hai bisogno… qualunque cosa… bussa. Niente timidezza, siamo qui, a un passo. Anton annuì. — Anche voi, — garantì. — Se serve portare qualcosa o sistemare il computer, ci so fare. — Oh, — si animò Vittorio. — Il computer! Abbiamo il portatile che si blocca sempre. Lida dice che l’ho rotto io. — Non sono io che lo dico, — rispose Lida dalla cucina, — lo certifico! Risero insieme. — D’accordo, — concluse Anton. — Passerò a controllare. Vittorio gli strinse la mano. — Buon anno, vicino, — disse. — Sia almeno sereno come questa sera. — Auguri, — replicò Anton. — Buon anno! Uscì sul pianerottolo. La loro porta si richiuse piano, ma senza più quella distanza di prima. La sua, invece, lo accolse col solito silenzio. Aprì la serratura, accese la luce. La casa era la stessa di sempre: divano, televisore, il tavolo con la tazza rimasta, mandarini sul davanzale, vaso vuoto. Anton si sedette, spense la luce, chiuse gli occhi. Ripensò ai visi: Lida calda ma stanca, Vittorio e le sue battute, Tania attenta. Le loro storie, le loro risate, le loro malinconie. E si rese conto che dietro il muro, per anni, era esistita una piccola vita di cui non sapeva nulla. Guardò il muro dietro il quale, probabilmente, Lida stava ancora sparecchiando, Vittorio spegneva la radio, Tania preparava il divano. Quel muro, adesso, gli sembrava più sottile. Andò in cucina, bevve acqua, ripose il bicchiere senza fare rumore. Tornò in camera, spense tutto, si sdraiò. Il sonno lo colse subito, ma prima di affondare pensò che il giorno dopo doveva comprare qualcosa per il tè e passare di là. Senza motivo, solo per il gusto. … Tre giorni dopo, la sera, tornando dal lavoro, nel palazzo si sentiva odore di patate bollite e qualcosa di dolce. Sul suo pianerottolo era calmo. Anton salì, prese la chiave, e proprio allora la porta dei vicini si spalancò. Lida, in vestaglia, con un asciugamano in mano. — Oh, Anton! — e stavolta niente “lei”. — Che bello, sei tornato. Anton si fermò con la chiave sulla serratura. — È successo qualcosa? — chiese subito teso. — No, — sorrise. — Ho fatto la torta di mele. E mi è venuto in mente che volevi guardare il computer. Ti va di passare? Ti offro una fetta. Anton sentì crescere dentro un calore semplice. — Certo, — rispose. — Posso solo appoggiare la roba. Aprì la sua, pose la valigetta nell’ingresso senza svestirsi, tornò da Lida. Lei teneva la torta su un vassoio, semplice profumo di casa. — Vieni, — disse. — Vittorio già impreca contro il portatile. Anton superò il loro ingresso. La ghirlanda sulla gruccia c’era ancora, spenta. Niente musica. Atmosfera quotidiana. Ma Anton capì che quella porta, appena socchiusa la notte di Capodanno, per lui ormai non si sarebbe più chiusa allo stesso modo. Sorrise e seguì il profumo in cucina.