**La Moglie dellErede**
Il piovasco autunnale martellava sul tetto arrugginito della mia vecchia Fiat Panda con una rabbia tale da sembrare voler spaccare il metallo e trascinarmi via, assieme al mio dolore, nei fiumi neri dellasfalto. Ogni goccia era come un colpo di martello sul ferro della mia sorte, implacabile e sonoro. Ero appena fuggita dallinferno sterile e maleodorante dellospedale, dove un medico dagli occhi spenti mi aveva annunciato, come una condanna, che loperazione per mia madre era impossibile. La cifra che aveva pronunciato non era solo irraggiungibile. Era una beffa, un promemoria del mio posto nel mondo: nella polvere, ai piedi di quelli per cui quella somma era spiccioli da spendere in un capriccio.
Un anno di battaglia contro la malattia di mia madre mi aveva svuotata. Ero unombra, una creatura stremata con tre lavori, sommersa dai debiti e dai prestiti che ormai nessuno mi concedeva più. La disperazione era la mia compagna, il suo sapore quello di sangue arrugginito sulla lingua, impossibile da cancellare con il cibo o le lacrime.
Proprio in quellattimo di vuoto assoluto, mentre piangevo col viso quasi poggiato sul volante, squillò il telefono. Zia Livia, insistente come una tarma, aveva trovato la sua vittima. La sua voce, sibilante e pratica, mi trafisse le orecchie.
«Basta piangere, Annina!» mi intimò, senza lasciarmi parlare. «Ti lancio un salvagente. Afferralo! La famiglia De Santis. Ricchissimi, altro che la nostra miseria. Hanno un figlio Beh, invalido. Dopo un incidente. Non cammina, quasi non parla. Cercano una badante. Giovane, forte, di bellaspetto. Ma non solo una badante Una moglie. Formalmente, sintende. Per le apparenze, per le cure. Pagano bene. Molto, molto bene. Pensa.»
Non era unofferta. Era la vendita dellanima. Ma il diavolo che me la proponeva teneva in mano la vita di mia madre. E cosa mi offriva la cosiddetta vita onesta? Povertà, umiliazioni e un funerale solitario per lunica persona che mi amava.
Passai una settimana in preda ai dubbi, ma la paura di perdere mia madre ebbe la meglio. E così mi ritrovai nel salone del loro palazzo, sentendomi un insetto sul marmo lucido del pavimento. Laria era gelida e asettica, impregnata di denaro e indifferenza. Colonne di marmo, lampadari di cristallo, ritratti di antenati austeri i cui occhi mi trafiggevano, giudicando la mia povertà. E al centro di quel gelo sfarzoso, seduto vicino a una finestra dietro cui infuriava la pioggia, cera lui.
Lorenzo De Santis.
Era inchiodato su una sedia a rotelle, il corpo magro e fragile sotto gli abiti costosi. Ma il viso Il viso era di una bellezza sconvolgente: zigomi alti, sopracciglia folte, capelli neri. Eppure era inespressivo, come una statua. I suoi occhi, vuoti e vitrei, fissavano il parco inondato, ma sembrava non vedesse nulla, perso chissà dove.
Suo padre, Vittorio De Santis, un gigante dai capelli argentati in un abito impeccabile, mi osservò con uno sguardo penetrante. Mi sentii una merce esposta.
«Le condizioni le sono chiare?» disse con una voce fredda come lacciaio. «Sposerà mio figlio. Legalmente. Si prenderà cura di lui, gli starà accanto. Nessun obbligo coniugale, solo apparenze. Lei sarà una badante con lo status di moglie. Fra un anno, una somma cospicua sul suo conto e la libertà. Un mese di prova. Se fallisce, avrà un compenso e se ne andrà.»
Annuiti, stringendo i pugni così forte che le unghie mi scavarono i palmi. Guardai Lorenzo, cercando una scintilla, una reazione. Niente. Sembrava solo una macchia di colore in quel quadro di lusso.
Il matrimonio fu silenzioso, triste, una farsa mal recitata. Mi trasferirono in una stanza ampia ma sterile, accanto alle sue stanze. La mia vita divenne una routine logorante: pasti serviti a cucchiaiate, igiene personale umiliante, passeggiate mute nel parco, libri letti a voce alta a un uomo immobile. Di rado dava segni di vita: un gemito nel sonno, un dito che si contraeva. Mi abituai al suo silenzio, al vuoto nei suoi occhi. Iniziai a provare pietà per lui, quelluomo giovane e bello imprigionato in un corpo morto. Cominciai a parlargli, a confidargli le mie paure, il dolore per mia madre, come fosse un diario muto.
Ma dopo un mese, qualcosa cambiò. La realtà iniziò a incrinarsi.
Una sera, mentre servivo la cena, inciampai sul bordo di un tappeto persiano e per poco non caddi. Dal petto di Lorenzo non uscì il solito gemito, ma un respiro breve, umano, carico di paura. Rimasi immobile a fissarlo. Il suo viso era impassibile. Mi convinsi di aver immaginato.
La mattina dopo, non trovai la mia forcina preferita, lunico oggetto colorato in quel regno di noia. Cercai ovunque. Quella sera, mentre lo mettevo a letto, la vidi. Era sul comodino, dalla parte dove non andavo mai. Appoggiata con cura, come se qualcuno lavesse posata lì.
Poi fu il turno del libro. Gli leggevo *Il giardino dei ciliegi* quando mi chiamarono dallospedale per gli esami di mia madre. Per non rovinare le pagine, lo misi in un cassetto. Il mattino dopo, il libro era sul tavolo della colazione, aperto alla pagina giusta, segnato da un fermaglio a forma di lucertola che non avevo mai visto. La mia mano tremò. Non poteva essere un caso.
Iniziai la mia guerra silenziosa. Finsi di dormire, misi oggetti in posti precisi, dissi cose che solo lui avrebbe potuto verificare.
«Credo che dietro il vecchio ulivo nel parco dovrebbero crescere delle peonie» dissi un giorno, massaggiandogli le dita rigide. Lì cera solo unaiuola abbandonata.
Il giorno dopo, suo padre a pranzo disse al giardiniere: «Ordina delle peonie. Proprio dietro lulivo. Bella lidea.»
Un brivido di terrore mi attraversò la schiena. Non era unillusione. Era una cospirazione.
La verità esplose una notte. Credetti di sentire un rumore nella sua stanza. Scivolai fino alla porta e la aprii di un centimetro. La luce della luna illuminava il letto. Era vuoto.
Il mio cuore si fermò. Stavo per urlare quando sentii uno scricchiolio nello studio di Vittorio. Lo vidi. Lorenzo. Era in piedi, appoggiato alla scrivania, le braccia tese per lo sforzo, il sudore che gli colava lungo la schiena. Sussurrava furiosamente, fissando dei documenti. Non era un vegetale. Era un uomo lucido, pieno di rabbia e determinazione.
Mi mossi e il pavimento scricchiolò.
Lui si bloccò. Si voltò lentamente, con uno sforzo disumano. I suoi occhi, alla luce lunare, non erano vuoti. Erano pieni di terrore. Ci fissammo nel buio. Lui sapeva di essere stato scoperto. Io sapevo di aver visto troppo.
«Taci» riuscì a dire, la voce rotta, ar






