Quando ti comprerai casa tua, allora ci potrai ospitare chi ti pare! Ma adesso, vattene via con tua sorella!

“Quando comprerai un appartamento tuo, allora ci potrai ospitare chi ti pare! Ma ora, vattene via insieme a tua sorella!”

Chiara aveva sempre considerato il suo bilocale al settimo piano una fortezza. Non il più grande, non il più lussuoso, ma suo. Ogni metro quadrato era stato guadagnato con notti insonni nello studio di design, ogni mobile scelto con cura e gusto. Gli asciugamani bianchi nel bagno erano appesi in ordine di grandezza, i cosmetici sullo scaffale allineati in file perfette, e nellarmadio i vestiti erano disposti per colore, dai più chiari ai più scuri.

Massimo era apparso nella sua vita a novembre, quando fuori turbinavano i primi fiocchi di neve. Alto, con i capelli scuri scompigliati e un sorriso che le faceva tremare le ginocchia. Si erano conosciuti in un bar a Roma, lui aveva urtato per sbaglio il suo tavolo e il caffè le si era rovesciato sulla camicetta bianca.

“Mi scusi, sono un disastro,” aveva borbottato imbarazzato, porgendole dei fazzoletti. “Almeno mi permetta di pagare la tintoria.”

La camicetta non si era più salvata, ma poco importava. Massimo era un fotografo, specializzato in matrimoni ed eventi, e viveva in un monolocale in affitto alla periferia della città. Parlava dei suoi progetti con un entusiasmo che la faceva restare ad ascoltarlo per ore.

I primi mesi erano volati come un soffio. Massimo arrivava quasi ogni sera con un mazzo di fiori o una scatola di cioccolatini. Cucinavano insieme, guardavano film, sognavano il futuro. Chiara si sentiva felice, come se avesse finalmente trovato il pezzo mancante di un puzzle.

A febbraio, mentre fuori infuriava la tramontana, gli propose di trasferirsi da lei.

“Perché devi pagare un affitto per quel buco?” gli disse abbracciandolo in cucina. “Qui cè spazio per entrambi.”

Massimo dapprima esitò, parlò di indipendenza e di non voler essere un peso, ma alla fine accettò. Si trasferì a marzo, portando con sé solo due valigie e la sua attrezzatura fotografica.

Il primo mese insieme fu idilliaco. Massimo cercava di non lasciare oggetti in giro, aiutava nelle pulizie, anche se non con la stessa precisione di Chiara. Lei lo giustificava con la tipica sciatteria maschile e, senza lamentarsi, riordinava i piatti, riappendeva gli asciugamani e sistemava le scarpe al loro posto.

Lunica cosa che la preoccupava era che Massimo non aveva mai offerto di contribuire alle spese o almeno alla spesa. Quando glielo accennava, lui scherzava o diceva di essere a corto di clienti. Chiara non insisteva: dopotutto, lappartamento era suo, e poteva permettersi di mantenerlo da sola.

A metà aprile tutto cambiò.

Chiara tornò a casa dopo una giornata pesante: un cliente aveva rifiutato la terza versione del sito web, chiedendo qualcosa di “più creativo”, e il capo aveva suggerito straordinari non pagati. Sognava solo un bagno caldo e un bicchiere di vino.

Salendo al settimo piano, estrasse le chiavi e si bloccò. Dallinterno sentiva voci: quella di Massimo e una femminile, sconosciuta. Non le aveva avvisato di ospiti.

Entrò nellingresso e rimase di ghiaccio. In salotto, sul suo divano beige preferito, sedeva una ragazza sulla ventina. Capelli biondi raccolti in una crocchia, indossava un pigiama a fiori, decisamente inadatto per ricevere visite. Si stava pitturando le unghie di rosa acceso, guardando distrattamente una telenovela brasiliana in tv.

“Ciao,” disse la sconosciuta senza alzare gli occhi. “Tu devi essere Chiara? Sono Alessia, la sorella di Massimo.”

Chiara rimase immobile, cercando di capire cosa stesse succedendo. Massimo non le aveva mai parlato di una sorella, solo accennato a una parente che viveva in periferia.

“Chiara, sei tornata!” Massimo apparve dalla cucina con una tazza di tè in mano. Sembrava leggermente colpevole, ma sorrideva come se nulla fosse. “Ti presento mia sorella Alessia. Te ne ho parlato, ricordi?”

“Vagamente,” rispose seccamente Chiara. “E cosa ci fa qui?”

Massimo posò la tazza sul tavolino vicino ad Alessia e le mise un braccio sulle spalle.

“Vedi, ha avuto problemi con lappartamento. La padrona di casa lha sfrattata allimprovviso perché il figlio tornava dallesercito. Alessia non aveva dove andare, così le ho offerto di stare qui qualche giorno, giusto il tempo di trovare una sistemazione.”

Chiara sentì un brivido gelido. “Da noi”? Era casa sua, il suo territorio, e nessuno aveva il diritto di portare estranei senza permesso.

“Capisco,” disse trattenendo la rabbia. “Ma non potevi chiedermelo prima?”

“Dai, Chiara,” scrollò le spalle Massimo. “Era unemergenza. Mica potevo lasciarla per strada.”

Alessia finalmente smise di pitturarsi le unghie e la scrutò con occhio critico.

“Non preoccuparti, non sarò dintralcio. Sono tranquilla, non mi vedrai quasi.”

Il tono fintamente disinvolto irritò Chiara più della presenza stessa della ragazza.

“Va bene,” disse, evitando di litigare subito. “Per quanto?”

“Massimo due giorni,” rispose Alessia con noncuranza. “Sto già cercando alternative.”

Massimo sorrise sollevato e baciò Chiara sulla guancia.

“Vedi? Si risolverà in fretta. Vieni, ti faccio un tè.”

In cucina, Chiara trovò il lavandino pieno di piatti sporchi e briciole sul tavolo. Sui fornelli cera una pentola con gli avanzi del minestrone che aveva preparato la sera prima per loro due.

“Massimo,” lo chiamò a bassa voce.

“Dimmi.”

“Questo è il mio minestrone?”

“Ah sì, scusa. Alessia aveva fame e in frigo non cera altro. Domani vado a fare la spesa.”

Chiara annuì, anche se dentro ribolliva di rabbia. Taceva perché era educata. Taceva perché non voleva scenate di fronte a estranei. Ma ogni minuto che passava, la situazione peggiorava.

Quella sera, prima di dormire, Chiara cedette.

“Massimo, è tutto molto improvviso.”

“Cosa intendi?”

“Tua sorella. Avresti potuto avvisarmi.”

Massimo si sedette sul letto e le prese le mani.

“Lo so che è scomodo. Ma cosa potevo fare? Stamattina mi ha chiamato disperata, la padrona di casa laveva cacciata. Non potevo abbandonarla.”

“Non dico di abbandonarla. Dico di consultarmi. È casa mia, Massimo.”

“Casa nostra,” la corresse. “Viviamo insieme.”

“Ma sono io che pago tutto.”

Massimo aggrottò la fronte.

“E adesso me lo rinfacci?”

“Non è un rinfaccio. Voglio solo che capisci che certe decisioni si prendono insieme.”

“Daccordo, la prossima volta ti chiederò. Ma ora è tardi per cambiare. Aspetta un paio di giorni, ok?”

Il giorno dopo Chiara uscì presto per evitare Alessia. Ma la sera la trovò di nuovo sul divano, nella stessa posizione, stavolta con una mela in mano una di quelle che Chiara comprava per sé.

“Ciao,” le fece ciao Alessia. “Comè andata la giornata?”

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