Il primo giorno d’estate per il piccolo Leonardo iniziò con un’attesa emozionante. Nonno Giuseppe aveva deciso di portarlo per tutta l’estate all’apiario, di cui aveva sentito parlare tanto dal papà! La mamma inizialmente era titubante, ma poi acconsentì, non per tutta l’estate però, solo fino ad agosto. Ad agosto mamma e papà sarebbero venuti a prenderlo nella remota campagna toscana – bisognava prepararsi per la scuola. Quest’anno iniziava la prima elementare!

Il primo giorno destate per il piccolo Ettore, di sei anni, iniziò con unattesa snervante. Nonno Vittorio aveva deciso di portarlo con sé per tutta lestate allapiario, di cui aveva sentito tanto parlare da suo padre! La mamma allinizio era titubante, ma poi acconsentì, anche se non per tutta lestate, solo fino ad agosto. Ad agosto, mamma e papà sarebbero venuti a prenderlo nella sperduta campagna di Montevuotodovevano prepararsi per la scuola. Quellanno avrebbe iniziato la prima elementare!

Nonno Vittorio arrivò la mattina con la sua vecchia Fiat 500, portando dolcetti di bosco, ma Ettore non ci diede nemmeno unocchiata. Girava intorno al nonno, tirandogli continuamente la manica della camicia e spingendolo a partiregli sembrava che da un momento allaltro sarebbe successo qualcosa e la mamma avrebbe cambiato idea. Capendo lansia del nipote, il nonno sorrideva e gli scompigliava i capelli:

«Non preoccuparti, Ettorino, è tutto deciso! Meglio fare colazione, a pranzo saremo già allapiario!»

Finalmente caricarono le valigie in macchina e partirono! Per la prima volta, Ettore era senza la supervisione di mamma e papà. Ma che importava? Il nonno era un amico! Mai una predica, mai un rimproverocon lui poteva parlare di tutto, discutere di questioni serie, e il nonno non lo guardava mai con sufficienza. E come poteva? Erano due uomini seri che parlavano di cose importantiniente sorrisi sciocchi!

Durante il viaggio, Ettore si addormentò come un bambino. Si svegliò solo quando lauto iniziò a sobbalzare sulle bucheavevano lasciato lasfalto per una strada sterrata. Fuori dal finestrino sfilavano boschetti di betulle, così vicini! E quellodore! Esisteva qualcosa di simile in città? E i campitutti fioriti! Macchie blu, gialle, rosse e bianche sul verde dellerba! Sembrava che ondeggiassero al vento, come un mare in tempesta, e lui e nonno Vittorio lo solcassero su una barca.

«Quanto manca, nonno?» Ettore gli toccò la spalla, facendo finta di non essersi addormentato ma solo immerso nei suoi pensieri.

«Poco. Dietro quel boschetto cè lapiario. Giacomo ci starà aspettando. E anche Lupa col suo cucciolo.»

«Lupa è la mamma del gattino?» intuì Ettore. «Mi lascerà giocare con lui?»

«Se la tratterai con rispetto e lui con amore, certo. Ma se combinaste guai, vi darebbe una zampatalei è una mamma severa, non come la tua.»

«Io? Una gatta?» Ettore era sbalordito. Mai una gatta aveva osato toccarlo, e ora questa Lupa

«Non una gatta qualunque, non ne hai mai viste così. Non aver paura, ma non fissarla troppo a lungo» spiegò il nonno. «È buona, ma resta un animale, e protegge il suo cucciolo.»

Finalmente arrivarono. Ettore vide due case di legnouna più grande, laltra piccola. Dalla porta aperta di quella più piccola, al rumore della Fiat, uscì una lince!

Ettore ebbe un attimo di paura, ma quando la vide strofinarsi contro le gambe del nonno, si rincuorò.

«Questa sì che è una gatta!» esclamò ammirato. Lupa si avvicinò a lui, annusandolo. Sentendosi lodare, strizzò locchio al bambino e si strofinò anche a lui. Quando Ettore si accovacciò, gli infilò il naso freddo in faccia. Lui rise di gioia.

«Ecco, ora siete amici» sorrise il nonno. «Per lei, sei uno di famiglia!»

Ettore guardava con stupore le grosse api a strisce che ronzavano avanti e indietro, mai viste in città. Una gli si posò sulla guancia. Ed ecco la disgrazia. Non sentendo lavvertimento del nonno, la schiacciò con la manoe un dolore lancinante gli trafisse la guancia, peggio di uniniezione! Digrignando i denti, riuscì a non cadere. Il nonno era già accanto a lui, esaminando la puntura. Gli estrasse il pungiglione e, dandogli una pacca sulla spalla, disse soddisfatto:

«Hai del fegorello! Non hai pianto, nemmeno gridato! Questa è unape» spiegò. «Se non la disturbi, non fa niente. Pungono solo se si sentono in pericolo.»

«Piacere» un vecchietto barbuto con occhi allegri gli strinse la mano. «Io sono nonno Giacomo, e tu devi essere Ettorino?»

«Sì» annuì Ettore. «Sto con voi dora in poi» informò il nuovo amico.

«Benvenuto!» fece lui a braccia aperte.

«Nonno Giacomo, ti pungerà unape» lo avvisò Ettore. «Ce nè una sulla tua fronte.»

Il nonno prese delicatamente lape tra due dita, le sussurrò qualcosa e la liberò. Quella spiccò il volo, fece un giro e scomparve. Incredibile!

Dopo una settimana, Ettore aveva esplorato i dintorni, imparato a trattare con le api e, soprattutto, fatto amicizia con il cucciolo di Lupa, che chiamò Leo. Tutto il tempo libero, quando non era con gli uomini, lo passava con lamico dalla coda corta. Lupa borbottava vedendoli giocare, ma non li ostacolava. Leo aveva già tre mesi, ma sembrava più grandetra qualche altro mese, avrebbe raggiunto Lupa in stazza! Correvano insieme, giocavano a rincorrersi. Nel boschetto vicino cera il loro posto preferito per nascondino. Ettore non poteva competere con Leoovunque si nascondesse, quello lo trovava in due secondi, sbucando da chissà dove con un ronfio felice. Ma Ettore poteva cercarlo per ore, e quando, mettendosi le mani a megafono, gridava: «Mi arrendo! Leo, dove sei?» quello gli saltava addosso dallalbero più vicino.

Anche con gli uomini era divertente, e soprattuttovoleva imitarli. Quando lape lo punse, nessuno lo consolò con moine. Nonno Vittorio gli tolse il pungiglione, nonno Giacomo gli diede una pacca e disse: «Succede.» Tutto lì! Camminò tutto il giorno con la guancia gonfia, e gli uomini fecero finta di nientegonfia e gonfia, passerà! A Ettore piacque, si sentì subito più adulto. Pensò persino di farsi pungere sullaltra guancia, ma decise di aspettare. Se ci fosse stata la mamma, lavrebbe messo a letto con impacchi, mentre quitutto semplice.

Imparò ad alzarsi presto, lavarsi con lacqua fredda che lo rinvigoriva per la giornata. Andava a pesca con gli uomini e prese personalmente qualche carpa. Poi le pulivano e le preparavano per lessiccazioneEttore partecipava attivamente. Gli diedero un coltello e gli insegnarono a squamare e svuotare i pesci. Nessuno si preoccupava che si tagliasse! Nonno Giacomo gli regalò un coltello con fodero, da portare alla cintola nel bosco o al fiumeper ogni evenienza.

Una volta, nonno Giacomo tornò dalla foresta con un cerbiatto maculato in braccio. Aveva una zampa anteriore rotta. Mentre

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Il primo giorno d’estate per il piccolo Leonardo iniziò con un’attesa emozionante. Nonno Giuseppe aveva deciso di portarlo per tutta l’estate all’apiario, di cui aveva sentito parlare tanto dal papà! La mamma inizialmente era titubante, ma poi acconsentì, non per tutta l’estate però, solo fino ad agosto. Ad agosto mamma e papà sarebbero venuti a prenderlo nella remota campagna toscana – bisognava prepararsi per la scuola. Quest’anno iniziava la prima elementare!
Accidenti papà, che accoglienza! Ma a cosa ti serviva quel centro benessere, se a casa hai già il trattamento “all inclusive”? Quando Davide consegnò le chiavi del suo appartamento a Eva, lei capì: la Bastiglia è presa. Nemmeno Di Caprio ha atteso l’Oscar così come Eva ha aspettato il suo Davide, per di più con una sua capanna. Disillusa, a trentacinque anni, Eva lanciava sempre più spesso occhiate compassionevoli ai gatti randagi e alle vetrine di “Tutto per il fai da te”. Ma poi lui – solitario, con la gioventù spesa tra la carriera, la dieta sana, la palestra e altre sciocchezze come la ricerca di sé nel mondo, e, per di più, senza figli. Eva aveva desiderato quel regalo dai vent’anni e forse, lassù nei cieli, hanno finalmente capito che non scherzava. — Ho l’ultima trasferta dell’anno, poi sarò tutto tuo — disse Davide, porgendole le preziose chiavi. — Solo non spaventarti della mia tana. Di solito vengo qui solo per dormire, — aggiunse, volando via in un altro fuso orario per tutto il weekend. Eva portò con sé lo spazzolino, la crema e andò a vedere com’era quella tana. I problemi iniziarono già all’ingresso. Davide l’aveva avvertita che la serratura a volte faceva i capricci, ma Eva non pensava così tanto. Assaltò la porta per quaranta minuti: spingeva, tirava, infilava la chiave tutta, entrava gentilmente di traverso, ma la porta sembrava proprio non voler aprirsi al nuovo abitante. Eva provò con la psicologia, come le avevano insegnato i compagni dietro le rimesse a scuola. Al rumore si aprì la porta del vicino. — Perché sta cercando di entrare in una casa altrui? — chiese una voce femminile preoccupata. — Non sto cercando di entrare, ho le chiavi, — rispose Eva, arrabbiata, asciugandosi il sudore dalla fronte. — E lei, chi sarebbe? Non l’ho mai vista prima, — continuava la vicina impicciona. — Sono la sua ragazza! — dichiarò Eva con sfida, piantando le mani sui fianchi, anche se vide soltanto la fessura da cui la vicina la interrogava. — Lei? — la donna era sinceramente sorpresa. — Sì, io. Qualche problema? — No, nessuno. È solo che lui non ha mai portato nessuno qui (in quel momento Eva amò ancora di più Davide), e adesso… così, tutto d’un tratto. — Così come? — non capiva Eva. — Guardi, non sono affari miei. Scusi, — e la vicina richiuse la porta. Capendo che era questione di sopravvivenza tra sé e la porta, Eva spinse la chiave con tutta la forza del volere di entrare in quella capanna, rischiando quasi di girare tutto il telaio. La porta si aprì. L’essenza di Davide si manifestò davanti a Eva e la sua anima si congelò. Certo, a un giovane solo è naturale un certo ascetismo, ma questa era una vera cella. — Poverino, il tuo cuore ha dimenticato da tempo, o forse non ha mai conosciuto, cosa sia il calore di casa, — gli scappò mentre osservava la modesta abitazione che ormai avrebbe frequentato spesso. In fondo, era contenta. La vicina non aveva mentito: una mano femminile non aveva mai accarezzato quelle pareti, quel pavimento, quella cucina e quelle finestre grigie. Eva era la prima. Non resistendo, Eva mise le scarpe e corse al supermercato per una bella tenda e un tappetino per il bagno, e già che c’era, presi guanti da forno e asciugamani per la cucina. In negozio fu travolta dall’entusiasmo… Alla tenda e al tappetino si aggiunsero profumatori d’ambiente, sapone artigianale e pratici contenitori per cosmetici. «Aggiungere queste piccole cose in una casa altrui non è un’invasione», si rassicurava Eva, attaccando un secondo carrello al primo pieno di acquisti. La serratura non oppose più resistenza. In realtà non svolgeva più nemmeno la sua funzione, sembrava un portiere di hockey senza maschera in partita. Capendo il guaio, Eva fino a mezzanotte armeggiò con i coltelli da cucina per smontare la vecchia serratura e la mattina dopo corse a comprarne una nuova. Anche i coltelli andavano sostituiti. E pure le forchette, i cucchiai, la tovaglia, i taglieri e i sottopentola. E da lì alle tende il passo fu breve. Domenica, all’ora di pranzo, chiamò Davide: doveva trattenersi un paio di giorni in trasferta. — Mi farà piacere se porti un po’ di calore e accoglienza in casa mia, — sorrideva al telefono, quando Eva gli confidò di aver fatto qualche modifica all’ambiente. A dire il vero, il calore lo aveva già trasportato con dei camion, distribuendolo secondo il piano tecnico e tutta la dovuta documentazione. Anni di accumulo in una donna sola e ora, appena libera di agire, non riusciva a fermarsi. Al ritorno di Davide, della vecchia casa rimaneva solo un ragno vicino alla presa d’aria. Eva voleva mandare via anche lui, ma vedendo i suoi otto occhi sconvolti, capì che era meglio lasciarlo come simbolo del rispetto della proprietà altrui. La casa di Davide ora sembrava quella di uno felice in matrimonio da otto anni, poi deluso, e ritornato felice per ostinazione. Eva non si occupò solo dell’appartamento, ma fece in modo che tutto il palazzo sapesse che la padrona ormai era lei; tutti i problemi, d’ora in avanti, passavano da lei. L’anello all’anulare ancora non c’era, ma era solo un dettaglio tecnico. All’inizio i vicini scrutavano sospettosi, poi si arresero: “Se dice lei… Noi, che ci importa. Faccia pure, sono affari suoi”. *** Il giorno del ritorno, Eva preparò una vera cena casalinga, impacchettò le sue parti migliori in una confezione elegante e audace, sparse incensi agli angoli e, attenuando la nuova illuminazione, si mise in attesa. Davide tardava. Quando la confezione iniziò a pungerle proprio nel punto per cui aveva sgobbato in palestra sei mesi, qualcuno inserì la chiave nella serratura. — La serratura è nuova, basta spingere, non è chiusa a chiave! — rispose Eva leggermente confusa, ma anche seducente. Il giudizio altrui non la preoccupava. Con la casa aveva fatto talmente bene che le avrebbero perdonato tutto. Proprio quando la porta si aprì, Eva ricevette un SMS da Davide: «Dov’è sei? Sono a casa. Vedo che non è cambiato nulla. Gli amici mi avevano terrorizzato dicendo che avresti invaso tutto con i tuoi cosmetici». In realtà Eva avrebbe letto il messaggio molto più tardi. Intanto però nella casa entrarono cinque perfetti sconosciuti: due giovani, due ragazzini e un nonno che, vedendola, si raddrizzò e si sistemò i pochi capelli bianchi. — Ma guarda che accoglienza, papà! E perché ti serviva davvero il centro benessere, con tutto questo “all inclusive” a casa? — scherzò il figlio, subito zittito dalla moglie per lo sguardo indiscreto. Eva restò sulla soglia con due calici pieni, paralizzata. Avrebbe voluto urlare ma il blocco era totale. Da qualche angolo, il ragno sogghignò soddisfatto. — Scusi, chi è lei? — squittì Eva. — Il proprietario della baracca. E lei, infermiera della ASL, è qui per la medicazione? Avevo detto che facevo da solo, — rispose il nonno, osservando il costume da infermiera di Eva. — Eh sì, Adam Matteo, qui c’è proprio calore e serenità — sbirciò dietro Eva la moglie del giovane. — Tutta un’altra cosa, non come quando vivevamo in un mausoleo. E lei, signorina, come si chiama? Non è troppo giovane per il nostro Adam Matteo? Certo, un uomo rispettabile, con casa propria… — E-e-va… — Ecco qua! Bravo, Adam Matteo, sa scegliere la gente! Il nonno, dagli occhi brillanti, sembrava apprezzare la situazione. — Ma Davide dov’è? — sussurrò Eva, svuotando entrambi i calici per il nervosismo. — Sono io Davide! — alzò la mano il ragazzino di otto anni. — Aspetta, sei troppo piccolo per essere Davide, — intervenne la madre, che condusse marito e figli in macchina. — Scusate, credo di aver sbagliato appartamento… — iniziò a riprendersi Eva, ricordando la lotta con la serratura. — È Via delle Viole, diciotto, interno ventisei? — No, questa è Via Bucovina, diciotto, — rispondeva il nonno, pronto ad aprire il suo pacco regalo inatteso. — Ah, — sospirò Eva, — ho capito. Allora accomodatevi, io mi allontano un attimo per una telefonata. Afferrò il telefono e si rifugiò in bagno, barricate le porte, avvolta nell’asciugamano. Solo lì lesse il messaggio di Davide. «Davide, arrivo tra poco, sono solo rimasta in negozio», scrisse Eva. «Va bene, ti aspetto. Se puoi, porta una bottiglia di rosso», rispose con un messaggio vocale Davide. Il rosso Eva lo avrebbe portato, ma ormai solo dentro di sé. Con il tappetino sottobraccio e la tenda sfilata, aspettava che gli sconosciuti passassero in cucina, poi scappò dal bagno. Raccolse in tutta fretta le sue cose e fuggì dall’appartamento. *** — Ti racconterò più tardi, — spiegò a Davide quando lui le aprì la porta. Camminando come in un sogno, lo ignorò e andò dritta in bagno a rimettere tenda e tappetino, poi in camera dove si lasciò cadere sul divano, dormendo fino al mattino, finché lo stress e il rosso non si furono dissolti. Al risveglio, davanti a lei c’era un giovane sconosciuto in attesa di chiarimenti. — Mi scusi, che indirizzo è questo?.. — Via Butti, diciotto.