La Felicità è Arrivata all’Improvviso

**La Fortuna Arriva**

“Mamma, ma quanto ancora?” sbottò irritata Valeria. “Luca ha ventanni! È un adulto e dovrebbe vivere per conto suo. E tu lo tratti come un bambino viziato. È disgustoso.”

“Se ti fa schifo, non guardare,” rispose seccamente Livia Rossi. “Pensa alla tua vita, non alla nostra. Hai Matteo che cresce. Preoccupati di lui.”

“E infatti me ne occupo!”

“Male,” tagliò corto la madre. “Quel ragazzo è diventato ingestibile.”

“Non è vero! È solo letà!” ribatté Valeria, accalorandosi. “Come se Luca fosse stato un santo alla sua età!”

“Non era un santo,” ammise Livia strizzando gli occhi, “ma studiava, aiutava in casa e non era maleducato. Matteo invece sa solo chiedere soldi. E un ‘grazie’ non glielho mai sentito dire.”

“E allora? Sei sua nonna!”

“Quindi non deve neanche ringraziare? Può solo approfittarsi? Ma perché mi stupisco È tutto tuo!”

“Cosa vuoi dire con questo?!” esclamò Valeria.

“Che da te non ho mai sentito una parola gentile. Solo lamentele e rimproveri.”

“Mamma!”

“Che ‘mamma’? Non ho ragione? Stai crescendo un egoista. Tutti gli devono qualcosa. Tutti hanno colpa. Ora si è messo pure contro Luca. ‘Non vedi che mi serve un portatile nuovo?’ Finora ho sopportato, ma Dio mi è testimone: la pazienza ha un limite.”

“E allora?” Gli occhi di Valeria brillarono di rabbia.

“Gli taglierò i viveri. Non avrà più un euro. E dirò a Luca di non dargli nulla.”

“Ah, che paura!” rise sarcastica Valeria. “Pensavo avresti detto qualcosa di più forte.”

“Non ho intenzione di inventarmi nulla,” replicò Livia accigliata. “È mio nipote, gli voglio bene. Ma non tollererò la sfacciataggine. Lo metterò a posto così bene che si dimenticherà la strada di casa.”

“E come farà il tuo ‘Luchino’ senza il nipote prediletto?”

“Il mio?” Livia si voltò di scatto e fissò la figlia.

“Be il nostro,” balbettò Valeria. “Che differenza fa? Gli vuole tanto bene.”

Un silenzio pesante calò nella stanza. Livia tratteneva a fatica le parole che le bruciavano le labbra.

La porta cigolò e entrò Luca. Alto, magro, con i capelli leggermente scompigliati.

Li guardò stanco. “Di nuovo? Non smetterete mai di litigare?”

“Non immischiarti,” lo zittì Valeria. “Non sto parlando con te!”

“Non con me, ma con mamma. E con che tono! Ho tutto il diritto di intervenire. Chi la difenderà, se non io?”

“Diritto?” Le labbra di Valeria si incurvarono in un sorriso beffardo. “Lunico diritto che hai è vivere alle sue spalle fingendo che tutto vada bene.”

“Io vivo alle sue spalle?” Luca fece un passo avanti, la voce tremante. “Io lavoro, aiuto in casa, non faccio scenate. Tu invece arrivi e ogni volta è un circo.”

“Mamma non vede che stai diventando un parassita!” esplose Valeria. “Ti coccola come un bambino! Tutto per te, tutto per il tuo bene!”

“Valeria!” la interruppe Livia. “Basta. Non sei giusta.”

“Non sono giusta?” La figlia alzò la testa, la voce carica di amarezza. “Io non ho avuto neanche la metà di quello che ha lui! Tutte le attenzioni, tutto laffetto a lui! E a me? Le briciole!”

“E io che centro?” chiese Luca, sorpreso. “Sei tu che crei problemi: rimproveri, rancori inventati Forse è per questo che tutti ti evitano?”

“Ah, ecco!” Gli occhi di Valeria brillarono. “Ora sono pure io la colpevole!”

Luca stava per replicare, ma Livia si frappose. “Basta. Valeria è tua sorella maggiore. Devi rispettarla.”

“Ma lei non rispetta nessuno!” ribatté lui. “Arriva, litiga, offende. Credo sia ora di metterla al suo posto. E anche Matteo. Lultima volta ha preso dei soldi dal mio portafogli senza chiedere.”

Un silenzio gelido scese nella stanza. Le parole di Luca caddero come un fulmine a ciel sereno.

Valeria arrossì, gli occhi le scintillarono. Sullo sfondo della rabbia, cera unimpotenza disperata.

Livia trattenne il fiato: un attimo ancora e sua figlia avrebbe detto lirreparabile.

Ma Valeria urlò altro: “Menti! Matteo non farebbe mai una cosa del genere! È mio figlio, e non è un ladro!”

“Valeria” disse Livia con fermezza, “io credo a Luca. Non è un bugiardo. Ma sul comportamento di Matteo ho dei dubbi. Parla con lui. Con delicatezza.”

“Non osate accusare mio figlio!” ansimò Valeria, furiosa.

“E tu non accusare il mio di mentire,” ribatté la madre.

“Il tuo?” gli occhi di Valeria si spalancarono. “Tuo figlio?! Quale figlio?!” Non riusciva più a fermarsi. “Lui non è tuo figlio!”

Livia impallidì.

“Non capisco,” balbettò Luca. “Mamma, cosa sta dicendo?”

“La verità,” sussurrò Livia. “Io non sono tua madre.”

Per un attimo, Luca rimase immobile. Le parole gli rimbombarono nella mente.

Valeria, ansimando, crollò sul divano. Anche lei non poteva credere a ciò che aveva appena detto.

Finalmente, laveva detto.

***

Luca vacillò, come se avesse perso ogni punto dappoggio. Lo sguardo correva tra Livia e Valeria, cercando di capire.

Valeria avrebbe voluto aggiungere altro, ma le parole le morirono in gola. Guardava Luca, trattenendo a stesa le lacrime.

I ricordi la travolsero.

Aveva appena finito il liceo. Si era innamorata perdutamente.

Non si era accorta subito della gravidanza. Quando capì, era troppo tardi per rimediare.

Lui, ovviamente, alzò le spalle:

“Sei sicura che sia mio?”

Dovette dirlo ai genitori. Sua madre fece una scenata, urlando e piangendo. Suo padre, allora ancora vivo, minacciò di cacciarla di casa per la vergogna.

Ma poi tutto si calmò. I genitori si rassegnarono. La sostennero come poterono.

Valeria partorì. I nonni adoravano quel bambino.

Poi suo padre morì. La vita si fece dura. Valeria partì per Roma per lavorare: Livia si occupò di Luca.

Il primo anno andò bene: Valeria lo visitava, portava soldi.

Poi sparì.

Innamorata di nuovo, si trasferì, ebbe un altro figlio di cui Livia e Luca non seppero nulla per anni.

Nemmeno il nuovo uomo sapeva di Luca…

Finché lui la cacciò, e Valeria tornò a casa.

Luca aveva dieci anni, Matteo cinque. Livia perdonò la figlia, ma si rifiutò di vivere con lei e il secondo nipote. Vedeva che Valeria non provava nulla per Luca. E come avrebbe potuto? Lultima volta che lo aveva visto, aveva due anni Lui chiamava Livia mamma

Le propose di non traumatizzarlo. Di farsi passare per la sorella maggiore, tornata da lontano.

***

La domanda di Luca la riportò alla realtà.

“Allora chi è mia madre?” chiese piano, quasi temendo la risposta.

Val

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La Felicità è Arrivata all’Improvviso
Beh, almeno con la moglie mi è andata bene – Liduccia, ho appena dato le dimissioni! – chiamò sua moglie, il professor Paolo. – Mi terrai con te, un pensionato disoccupato? – Vediamo come ti comporti! – rispose Lidia. Al professor Oleg Paolo Scerbaccini, stimato docente di Matematica all’Università degli Studi di Milano, era arrivata un’email in cui si imponeva di assegnare il massimo dei voti a cinque studenti nell’esame di matematica superiore. Un paradosso tautologico spaventoso: la matematica superiore pretendeva i voti più alti… Il professore era avanti con gli anni e cresciuto nei valori più autentici della società italiana: meglio una vita dignitosa che piegarsi ai compromessi. Ma come si dovrebbe capirli questi ragazzi? Neanche il sei stiracchiavano! E se si presentavano a lezione, era già tanto… La sua coscienza da ex scout e cattolico convinto diceva tutt’altro. Ma c’era anche il rettore che non suggeriva, ordinava. Insomma: dai il trenta! E magari anche con la lode! E così sarai felice! Il professore, non giovane e non in perfetta salute (diabetico, iperteso, sovrappeso), come tanti oltre i settanta. Ma chi si preoccupa della sofferenza altrui? Gli studenti non lo amavano. Anzi, lo odiavano! Quando Liduccia, curiosa di cosa scrivessero sul marito, trovò la pagina delle recensioni, le mancò il fiato. Non per felicità, ma per orrore. Insulti di ogni lettera possibile, vietati ormai dalle piattaforme. Tutto perché pretendeva! E giudicava solo per merito. Secondo tanti “bamboccioni” – non doveva farlo: tanto l’università è privata! Paghi, passi! Ma qui non bastava pagare: dovevi anche studiare qualcosa! E questa non era l’intesa. Che razza di professore, davvero! C’era da chiedersi quanto avessero “investito” nella direzione, se arrivavano tali ordini. Non pensate che volessero sfruttare Paolo gratis. Sicuramente c’erano interessi da spartire. E ci provarono. Ma lui, astuto, amava gli scherzi: appena vide la busta in mano al rettore, capì subito il trucco. Recitò una rima che gli venne in mente: “Se prendi i soldi in nero, finisci col penale davvero!” E rifiutò la busta, mostrando subito la sua posizione civile: niente voti, ma scope per le strade! Il rettore, deluso, uscì. Oleg Paolo rimase senza soldi, ma con una grande soddisfazione morale, cara a chi è cresciuto nell’Italia migliore. Il professore era una specie di “italiano colobacino”: robusto, rassicurante, al contrario di quello della favola con la volpe… La morale: stattene a casa, perché cercare guai come Cappuccetto Rosso? L’anima italiana cerca sempre avventure… Oleg Paolo era prudente, mai in cerca di avventure. Eppure, lo trovavano. In quell’università insegnava da decenni: poi il carico era minimo, ma persino quello dava fastidio. Belle ragazze della segreteria annunciavano ordini sempre nuovi della direzione. Ordini aumentavano, paghe no! Da tempo si dovrebbe pagare la “nocività”. Le segretarie nulla sapevano di matematica, come spesso i capi. Ma per dirigere bastava il titolo! Tu dovevi sapere! E compilare scartoffie! Allora, la relazione annuale? Muoviti, musone! La segretaria lo guardava con disprezzo: che vuoi da quel dinosauro? Non sa cos’è “cringe”! Mai un “wow”! E i pantaloni? Negati! Dai, ormai tutti portano i jeans! Insomma, il lavoro dava solo soldi, non gioia: la gioia era la famiglia. Aveva una moglie amata, due figli e cinque nipoti. La storia con la moglie era speciale. La bella e ricciolina Lidia, all’inizio, non amava il giovane studente di matematica. Ma lui si era innamorato. Eppure Lidia accettò di uscire con lui, alla vigilia di Capodanno. Le inverni erano gelide. La prima cosa che chiese lui: – Hai messo la lana? Fa freddissimo! – La lana? – si stupì Lidia. – Sì: i pantaloni sono caldi? Lei arrossì, delusa. Non pretendeva rose: già tre garofani erano lusso. Nonostante il gelo, Oleg portò cinque garofani avvolti nel giornale. Glieli donò e li rimise al caldo: usanza diffusa. Come nel film amato: “I pantaloni gialli – tre volte ‘cu’!” Il film non era uscito, ma stessa cosa: i pantaloni caldi – tre volte ‘pu’! Si parlava d’alto: città, dighe, fisica e letteratura. E qui: pantaloni caldi. Che prosa! E la coppola? In inverno si usavano cappelli di pelliccia, la sua era troppo piccola. Poi Lidia seppe che lui non si curava del vestiario! Per nulla. All’epoca era quasi goffo: sembrava una caffettiera, con manico in cima… Lidia si sentì triste e scappò con una scusa, non si rividero più. Lui la ricontattò quattro anni dopo: si incontrarono per caso. E lui l’aveva amata sempre. Che dire di Lidia? A venticinque anni, ancora nubile. All’epoca ci si sposava presto. Com’è? Bella e single? Non c’era nulla di serio, uomini troppo irrequieti. I ricordi dei pantaloni caldi non le parevano più imbarazzanti. Alla seconda occasione, il dottorando Scerbaccini era cambiato: portava il cappello d’ondatra, mentre gli altri quello di coniglio. Lidia non era venale, ma lo guardò diversamente. Iniziarono a vedersi, presto fu la signora Scerbaccini e il sostegno del matematico: si innamorò dell’ironia di Oleg. Così il professore pensava alla moglie prima della lezione: che fortuna, averla! Doveva iniziare la lezione, ma mancava il quorum: su quindici, solo tre arrivati. Tanto, dicevano: “Pagato, dov’è il problema?” Non poteva aspettare: iniziò. Mezz’ora dopo arrivò uno studente straniero. – Perché il ritardo? – chiese il docente. – Ero in bagno, mal di pancia! – rispose sfrontato. – Mezz’ora? – chiese Paolo. – Di diarrea! – rispose senza scomporsi. Risate… Cosa fare? Nessun rispetto ormai! Mai visto. E nelle scuole? La lezione continuò: ma ormai la decisione era presa. Il professore decideva sempre con attenzione. S’intramurò nella decisione quando quello studente, all’appello, non rispose a nessuna domanda, eppure lui era tra i cinque “di raccomandare”… Stava lì, osservando il docente sfrontato: tanto il rettore aveva ordinato… Sai quanti soldi ho speso per te? Vedremo come te la cavi quando ti licenziano! – Perché non sa nulla? – chiese Paolo. – Son stato male! – E di che? – Mal di pancia! Sapete voi! Il bel barbuto ondeggiava sulla sedia… – Ah, vero! Mi ero dimenticato che lei è il capo degli infiltrati! Non si direbbe! – disse il professore e restituì il libretto senza firma. – Alla prossima! Lo studente ammutolito… Poi Paolo scrisse al rettore: “Volete i trenta? Dateli voi!” E fece le dimissioni, deciso a non presentarsi né a lavorare né a chiudere le pratiche. Basta lavoro, basta tutto! E adesso si arrangino: Scerbaccini era l’unico docente di matematica superiore all’Università… – Liduccia, ho dato le dimissioni! – chiamò sua moglie. – Mi vorrai con te, pensionato disoccupato? – Vediamo come ti comporti! – rispose Lidia. – Vuoi polpette o pesce per pranzo? – Siccome sono stato bravo, meglio le polpette! – scelse il professore. – Oggi fa freddo. Se esci, mettiti i pantaloni caldi! – Anch’io ti amo tanto! – sussurrò Liduccia.