**11 ottobre**
“Mia moglie non è né una cuoca né una domestica.” Come mio marito ha posto un ultimatum alla sua famiglia e tutto è cambiato.
Mio marito Matteo viene da una famiglia numerosa e chiassosa. Tre fratelli, due sorelle. Tutti avevano da tempo le loro case, con figli e compagni. Eppure, puntualmente, sbucavano da noiinevitabilmente. Non solo per un caffè, ma per veri e propri banchetti. Cera sempre unoccasione: un compleanno, una festa, un anniversario di matrimonio. E ogni volta, toccava a noi. Perché, come dicevano loro, “da voi è comodo, la casa è grande, cè il giardino.” Avevamo comprato una spaziosa villa nei dintorni di Milanodopo anni di lavoro e sacrifici. E non appena ci siamo ritrovati con una terrazza, un barbecue, un prato e un posto auto, tutta la famiglia decise che sarebbe stata la loro “seconda casa”.
Allinizio, la cosa mi piaceva perfino. Io ero cresciuta sola, senza fratelli né sorelle. Ero felice di far parte, in un certo senso, di una grande famiglia. Imbandivamo la tavola, grigliavamo la carne, ridevamo insieme. Ma poi diventò un supplizio. Sapete cosa significa preparare un pranzo per più di quindici persone? E nessuno chiedeva mai se serviva una mano. Le donne si sistemavano allombra con un bicchiere di vino, gli uomini accendevano il barbecue. E io, fin dallalba, ero in cucina. Tagliavo, rosolavo, lavavo, sbucciavo. Servivo i piatti, sparecchiavo. Solo Matteo faceva capolino, con un sorriso colpevole: “Vuoi una mano?” Trattenendo lirritazione, scuotevo la testa: “Me la cavo da sola”
Ma il peggio non era quello. Era ritrovarmi ogni volta davanti agli ospiti: scarmigliata, col grembiule addosso, senza trucco. Loro, impeccabili, come se andassero a una serata mondana e non in una casa di campagna. Anche io avrei voluto indossare un bel vestito, pettinarmi, sedermi con un calice di prosecco. Ma non avevo mai il tempo. Ero la servitù.
Dopo quelle serate, Matteo lavava lui stesso la montagna di piatti e mi ordinava di andare a riposare. Si vedeva che era esausto. Un solo giorno di riposo a settimana, e voilà, rovinato dalle urla dei bambini e dal chiasso delle chiacchiere. Lui che sognava di rilassarsi, ordinare una pizza, guardare un film. Ma non voleva litigare con la famiglia. Nemmeno io dicevo nulla. Finché un giorno non chiamò suo fratello.
“Facciamo il mio compleanno da voi, come al solito.”
Matteo riagganciò, si voltò verso di me e disse:
“Domani ti alzi, metti il tuo vestito più bello, ti pettini, e se vuoi, ti trucchi. Possiamo anche comprarti qualcosa di nuovo. Manon metti piede in cucina. Neanche un dito. Chiaro?”
“Ma come” iniziai.
“No. Che si portino il cibo da soli. Tu non sei una cuoca né una domestica. Anche noi abbiamo diritto a riposarci.”
Annuii in silenzio. Era strano, ma piacevole.
Il giorno dopo, la famiglia arrivò tutta insieme. Sorrisi, scatole di dolci, carne nei sacchetti. Ma sulla tavolaniente. Si scambiarono sguardi confusi: dove erano gli antipasti, le insalate, dovera la padrona di casa? Matteo uscì allora con calma e annunciò:
“Ecco le nuove regole. Se volete una festa, partecipate. Mia moglie e io siamo stanchi. Lei non è qui per servirvi. Ognuno porta qualcosa, oppure trovatevi un altro posto per i vostri festeggiamenti.”
Scese il silenzio. Mangiarono, ma senza la solita allegria. Le conversazioni stentavano a partire. Ma la volta dopo, per la prima volta da anni, una delle sorelle invitò tutti a casa sua.
A quanto pare, erano capaci. Quando volevano.







