Fiorella era seduta al vecchio tavolo di legno del soggiorno, con gli occhi fissi su un orologio da tasca appartenuto a suo marito. Il coperchio dargento era ormai consumato, il vetro incrinato; le lancette erano fermate a sei e trenta, unora che non significava nulla o, al contrario, tutto. Lo girava tra le dita come a voler riattivare il tempo.
Che nascondi, Giorgio? sussurrò Fiorella, fissando il quadrante. Lo portavi sempre al collo, anche quando era rotto. Perché?
Giorgio era morto tre mesi prima, colto da un infarto improvviso, come un fulmine. Fiorella aveva trentadue anni, lui trentacinque. Avevano appena iniziato a sognare una vita insieme: figli, viaggi, un piccolo giardino dietro casa. Poi il tempo si è fermato, come quellorologio.
Fiorella sospirò e lo posò sul tavolo. Voleva smontare gli oggetti di Giorgio, ma ogni maglione, ogni libro la riportava a lui. Lorologio era lultimo mistero: Giorgio non gli aveva mai detto da dove venisse, se non una frase enigmatica «È importante, Lina». E nulla più.
Si alzò, andò alla finestra. La loro casa di periferia era avvolta dalle foglie dautunno. I bambini del vicinato rincorrevano una palla, un cane abbaiava in lontananza. La vita continuava, ma per Fiorella sembrava essersi arrestata.
Basta, si disse. Devo andare avanti, almeno per lui.
Fiorella non era una di quelle persone che si arrendono facilmente. Prima del matrimonio lavorava come fioraia in un elegante salone di Firenze, creando bouquet che facevano sorridere i clienti. Giorgio scherzava dicendo che lei «domava i fiori». Lui era un ingegnere silenzioso, con occhi caldi. Si conobbero per caso: Fiorella fece cadere un vaso di violette davanti a un caffè, e Giorgio, passando di lì, la aiutò a raccogliere i frammenti.
Non ti preoccupare, il fiore sopravviverà le disse, sorridendo. Tu sembri più sconvolta.
È il mio vaso preferito! sbuffò Fiorella, poi scoppiò a ridere. La sua calma era contagiosa.
Così nacque la loro storia. Dopo un anno si sposarono, comprò una casa in un sobborgo di Bologna e adottarono un gatto di nome Fumo. Sognavano un figlio, ma il destino li sorprese. Un anno e mezzo fa, Fiorella perse il bambino al quinto mese di gravidanza. Giorgio rimase al suo fianco, stringendole la mano in silenzio, un silenzio più forte di qualsiasi parola. Non parlarono più del dolore, semplicemente continuarono a vivere. E ora lui non cera più.
Lorologio rimaneva sul tavolo, monito di ciò che non era stato detto. Fiorella lo prese e si diresse verso la porta. In città cera un vecchio orologiaio di cui Giorgio aveva parlato una volta; forse avrebbe saputo cosa fosse guasto.
Lofficina dellorologiaio si trovava in un vicolo stretto. Uninsegna recitava: «Orologi e Tempo Riparazioni». Dietro il bancone sedeva un anziano con sopracciglia folte e un sorriso bonario, di nome Giuseppe.
Buongiorno disse Fiorella, appoggiando lorologio sul bancone. Non segna più. Potete sistemarlo?
Giuseppe indossò gli occhiali e osservò attentamente il pezzo.
Ah, un oggetto depoca mormorò. Tedesco, primi del ‘900. Da dove lo avete?
È di mio marito. Lo custodiva con grande affetto.
Luomo annuì, quasi avendo capito più di quanto gli fosse stato detto. Aprì delicatamente il coperchio posteriore e, accigliato, estrasse un foglietto piegato.
Cè qualcosa qui disse, porgendo il foglio a Fiorella. Sembra una lettera.
Fiorella rimase immobile.
Una lettera? Che tipo di lettera?
Non lo so scrollò le spalle Giuseppe. Lorologio è fermo perché il meccanismo è arrugginito. Lo sistemerò, ma ci vorranno qualche giorno. E la lettera è vostra.
Il foglietto era ingiallito. Fiorella lo prese con mani tremanti, ma non lo aprì subito.
Grazie sussurrò. Tornerò più tardi per lorologio.
A casa, Fiorella rimase seduta a fissare il foglietto. Fumo si accovacciò ai suoi piedi, ma lei non lo sentiva. Alla fine, con un respiro profondo, aprì la carta. La calligrafia era quella di Giorgio, elegante e leggermente inclinata.
«Al mio piccolo, che non arriverò mai a vedere.
Scusa se non ti ho protetto. Avevo promesso a tua madre che saremmo stati una famiglia, ma la vita ha preso unaltra strada. Sapevi che avrei voluto piantare per te un albero? Un acero, come quello del nonno. Diceva che lalbero è vita che continua. Se leggi queste parole, è perché non ce lho fatta. Ma la tua mamma lo farà per me. È forte, la mia Lina. Proteggila, per favore.
Il tuo papà, Giorgio».
Le lacrime le rigavano il viso. Stringeva la lettera al petto, come se potesse abbracciare Giorgio attraverso quelle parole. Scrisse dopo la perdita, ma non gliela mostrò. Perché? Per non riaprire la ferita? O per lasciarle una speranza?
Facevi sempre le cose a modo tuo sussurrò, sorridendo tra le lacrime. Bene, pianterò il tuo acero.
Il giorno seguente andò al vivaio. Scelse un giovane acero dalle foglie smeraldo. La commessa, una signora anziana di nome Marta, notò il suo sguardo assorto.
Per chi è lalbero? chiese, avvolgendo le radici in un sacco.
Per mio figlio rispose Fiorella a bassa voce. E per mio marito.
Marta la guardò con tenerezza.
Bella scelta, cara. Un albero è memoria viva. Mio marito amava gli aceri; ogni primavera ne piantava uno, finché potè. Ora li curiamo noi.
E lui dovè adesso? domandò Fiorella.
Se nè andato cinque anni fa. Lo vedo in ogni foglia sorrise Marta. Pianta, non aver paura






