La pioggia quella notte scendeva come se il cielo si fosse squarciato. Non era la pioggerellina leggera che i contadini aspettano con gioia o quella giocosa in cui i bambini ballanoera quella violenta e insistente che allaga i fossi, trasforma la terra in fiumi di fango e lascia tutto freddo e pesante.
Ero rimasto fino a tardi allofficina. Il lavoro si accumulava: la trasmissione rotta di un vecchio furgone, un carburatore ostinato su una berlina di un cliente e la montagna di scartoffie che sembrava sempre ritrovarsi sulla mia scrivania. Il temporale peggiorava tutto. A intervalli regolari, il tetto vibrava sotto i colpi della pioggia e il cortile sembrava ormai una pozzanghera.
Stavo per chiudere quando lho sentito. Un suono che non apparteneva alla tempesta. Non era lo sgocciolio dellacqua, né il gemito del metallo o lo scricchiolio del portone. Era flebile, quasi inghiottito dal tuonoun guaito soffocato.
Mi sono bloccato, tendendo lorecchio. Eccolo di nuovo, proveniente dal mucchio di rottami nel cortile.
Mi sono infilato il giubbotto impermeabile e sono uscito nella tempesta. Lacqua mi arrivava già alle caviglie, scura per il grasso e la terra. Ho scrutato nella pioggia battente seguendo il suono. E poi lho vista.
Una cagnolina, non più grande di una cassetta degli attrezzi, raggomitolata nel fango. Il pelo le si incollava alla pelle, gli occhi socchiusi. Tremava così forte che si vedevano le costole muoversi.
Il cuore mi si è stretto. Senza pensarci, mi sono chinato e lho presa in braccio. Era leggera, terribilmente leggera, come se non mangiasse da giorni. Ha alzato appena la testa, ma ho sentito il suo corpicino premersi contro il mio petto come se volesse aggrapparsi.
Dentro, ho afferrato uno straccio dal banco di lavoro e lho avvolta. Tremava troppo perfino per guaire. Lho sistemata su uno sgabello vicino alla stufa e mi sono accovacciato accanto a lei, incerto sul da farsi.
«Ci penserò dopo,» ho mormorato, più per calmare il nodo alla gola che per altro. Ma la verità era che lei aveva già deciso per me.
La mattina dopo sono tornato presto, quasi convinto che non ci fosse più. Forse era scappata, forse non ce laveva fatta. Ma appena sono entrato, lho trovata seduta paziente vicino alla stufa, la testa inclinata, che mi guardava come se mi avesse aspettato.
Ho riso nervosamente. «Buongiorno, piccola.»
Quando ho allungato la mano per prendere la chiave inglese e riprendere il lavoro, mi sono fermato a metà gesto. La chiave non era al suo posto. Invece, la cagnolina mi è venuta incontro trotterellando con lo strumento stretto tra i dentini. Me lha posata ai piedi e ha scodinzolato.
Ho sbattuto le palpebre. «Ma guarda un po…»
Fu allora che le ho dato un nome. Margherita. Perché anche coperta di fango, anche tremante nella tempesta, mi ricordava qualcosa di piccolo ma resistentequalcosa determinato a sbocciare nelle condizioni più dure.
Da quel giorno, Margherita è diventata la mia ombra.
Mi seguiva in ogni angolo dellofficina, infilandosi tra le casse degli attrezzi e le pile di gomme. Dinverno si raggomitolava vicino alla stufa, assorbendo il calore, il nasino che si muoveva al passaggio degli odori di olio e cuoio. E quando arrivavano i clienti, andava subito da loro, scodinzolando, accogliendoli come fossero vecchi amici.
«Chi è questa?» chiedevano, accovacciandosi per accarezzarle la testa.
«Questa è Margherita,» rispondevo orgoglioso. «Lei comanda qui.»
Ridevano, ma la verità era che Margherita aveva davvero cambiato lofficina. Prima di lei, era solo lavoromacchine, grasso e ore infinite che mi lasciavano esausto. Ma con Margherita che scorrazzava in giro, lofficina sembrava viva. I clienti si fermavano più a lungo, chiacchierando con lei ai loro piedi. Alcuni portavano persino bocconcini solo per lei.
Cera un signore anziano, il signor Rossi, che veniva da anni con il suo furgoncino. Aveva perso la moglie lanno prima, e il dolore lo aveva reso silenzioso, chiuso in sé. La prima volta che vide Margherita, non sorrise. Ma la volta dopo, lei gli saltò sul sedile prima che potessi fermarla. Mi sono precipitato a scusarmi, ma lui si limitò a ridere mentre lei gli leccava la guancia.
«Non preoccuparti,» disse piano. «Fa bene ridere di nuovo.»
Momenti come quello mi mostrarono che Margherita non era solo il mio caneera parte della comunità.
A volte, la sera, mi sedevo vicino alla stufa con la sua testa appoggiata sul mio stivale. Ripensavo a quella notte di tempesta, a quanto sembrasse piccola e fragile avvolta nel fango. Credevo di averla salvata io, di averle dato una seconda possibilità. Ma in realtà, era lei che aveva salvato me.
Lofficina era stata tutta la mia vita, e anche se amavo il lavoro, poteva essere una vita solitaria. Margherita cambiò tutto. Riempì il silenzio con calore, le notti fredde con compagnia, le giornate lunghe con una scintilla di gioia.
Una sera, mentre il sole tramontava dietro lofficina, mi sono ritrovato a dire ad alta voce: «Sai una cosa, Margherita? Credevo di averti portata dentro perché avevi bisogno di me. Invece, era io ad aver bisogno di te.»
Lei ha solo scodinzolato, come se avesse capito.
Ora, ogni volta che suona il campanello della porta, Margherita è la prima ad arrivare. Trotta davanti a me, orecchie dritte, coda alta, pronta ad accogliere chiunque entri. Alcuni vengono per un cambio dolio o una revisione. Ma ho imparato che molti tornano solo per vederla.
E a me va bene. Perché Margherita appartiene a questo postopavimenti macchiati di grasso, attrezzi arrugginiti e tutto il resto. Comanda lofficina a modo suo: non con chiavi e cacciaviti, ma con uno scodinzolio, una luce negli occhi e il dolce promemoria che anche nelle tempeste più fangose, si può trovare qualcosa che vale la pena salvare.







