Regina a contratto
A volte sembra che tutto si sia finalmente stabilizzato: il lavoro fila, i colleghi ti rispettano, i pazienti ti chiamano per nome. E poi la vita ti lancia un nuovo colpo di scena, al quale non resta che sospirare: Ma perché proprio ora?.
Dopo lEsternalizzazione , dove Ginevra ha fatto i primi passi nella medicina americana, e il famigerato Dottore, mi gira lo stomaco! , dove le giornate in ospedale erano un mix di assurdità e stanchezza, arriva il nuovo capitolo Regina a contratto.
E subito dietro cè la Residenza , dove la medicina ha le sue regole: severe, ma oneste, e a volte anche divertenti.
Questa storia può essere letta da sola si può cominciare qui, anche se non avete seguito le parti precedenti.
REGINA A CONTRATTO
«Al cinema è tutto semplice: lavvocato arriva fino in fondo, il giudice è saggio e giusto, il bene trionfa. Nella vita niente affatto». Così i ricordi amari hanno avvolto Ginevra dopo una serata di film blockbuster americano con il marito.
Dopo qualche anno come medico di base al Centro Salute di Bergamo, Ginevra aveva finalmente la sensazione di essere al suo posto. I pazienti la conoscevano per nome, i colleghi la rispettavano, i benefit secondo gli standard americani erano ottimi.
Finché un giorno il direttore, passando di fretta, le sussurrò:
Stanno per venderci il reparto. Le cose peggioreranno. Ti consiglio di cercare un altro lavoro.
Poche ore dopo, unamica le porge un invito a una lezione tenuta dal dottor Alessandro, cardiologo di fama e proprietario di metà degli edifici della via principale. La lezione si svolgeva nel suo ristorante francese, Le Petit Paris, con arpa, vino e una cena a lume di candela.
Lui è un vero cacciatore di nuovi dottori strizzò locchio lamica e ti farà dedurre le tasse.
La serata fu impeccabile: la lezione di alto livello, il cibo raffinato, la musica. Poi lincontro: completo elegante, montatura doro, sorriso sicuro. E linvito a un colloquio.
Lo stipendio non è da urlo, ma i bonus sono ottimi disse con tono tranquillo, mostrando un assegno da 35000. Le ferie sono due settimane, a volte anche il sabato libero. Ma qui cè un team affiatato. Tu sarai la nostra regina.
Nel contratto lunico punto che faceva sorgere dubbi era quello della non concor: cinque anni e 24km di raggio.
È standard scrollò le spalle al telefono. Lo ridurremo a 10km. Non vorrai comunque andartene.
Ginevra credette. Credette ai grandi vetrini panoramici, al camino nella sua nuova cabina, al caffè aromatizzato nella piccola turca portata dalla segretaria. Credette al foglio di pagamento con quella cifra che allora le pareva immensa. Credette perché, più di ogni altra cosa, desiderava che la vita fosse una favola.
I primi mesi furono come un sogno: una stanza tutta sua, un giardino verde fuori dalla finestra, unassistente medica personale, colleghi con cui confrontarsi su casi complessi. Ma presto si scoprì che i medici di base servivano ad Alessandro più come macchine per emettere prescrizioni per i suoi centri. I bonus dipendevano non dalla qualità della cura, ma dal numero di esami richiesti.
Il culmine fu lordine di far sottoporre a un controllo cardiaco completo un adolescente di sedici anni, che a Ginev, a suo avviso, aveva solo una muscolatura stirata. Sua madre, leggendo la diagnosi ipotetica sul referto, quasi svenne.
Laria era carica di tensione: controlli continui, sorveglianza, licenziamenti improvvisi. E un giorno, come una scialuppa di salvataggio, Elena amica fin dai tempi della residenza propose di aprire una clinica insieme.
Ho una dottoressa anziana che vende la sua attività a buon mercato. Portiamo i nostri pazienti.
Ma il patto di non concorrenza
Dicono che il tribunale non lo riconoscerà rispose Elena con sicurezza.
Per la prima volta dopo tanto tempo, Ginev sentì il gusto della libertà. Non avrebbe mai avuto il coraggio da sola. Iniziarono a pianificare finché Elena scomparve. Ricomparve nellufficio di Alessandro con unofferta irresistibile: una cabina tutta sua, i suoi pazienti. Una sola condizione non portare Ginev con sé.
Vuoi, ti aggiungo 10000? chiese Alessandro con la stessa voce, chiamandola regina.
Me ne vado rispose lei, trattenendo rabbia e amarezza.
Vedrai, ti pentirai. Ti farò causa, se vuoi! sputò, mentre le labbra si stringevano.
Il guardia, chiamato sul colpo, la scortò fuori come se fosse una criminale. La stanza rimase alle sue spalle: scaffali di manuali, un quadro dipinto dal marito, la lampada da tavolo di casa. Riuscì a portare via solo ciò che entrava in mano. In macchina scoppiò in lacrime.
Seguì una lunga ricerca di un locale, incontri con proprietari, liste di attrezzature. Quando tutto sembrava crollare, suonarono le vecchie assistenti:
Dottoressa A., siamo con lei.
Con il loro aiuto la clinica aprì. I pazienti la trovavano da soli, nonostante le voci che fosse morta o sia fuggita in Russia. Ma lex ufficio era a soli 15km. Mezzo, un nulla, vero? E poco dopo arrivò una lettera dagli avvocati di Alessandro.
Il tribunale si rivelò lento e viscoso come uninfluenza prolungata: fatture di centinaia di euro per ogni chiamata, pile di documenti, testimonipazienti. Ginev tornava a casa dopo gli incontri con gli avvocati straccata come uno straccio, e per la prima volta iniziò a credere che la favola di Alessandro potesse davvero finire in un completo disastro.
Ecco lesito del giudizio.
Il giudice, sbadigliando e spostando i fogli, pronunciò:
Non vedo problemi. Riduciamo il raggio, limitiamo il termine a un anno.
Fine. Tutti i mesi di lotta, le migliaia spese, le notti insonni, ridotti a un breve non vedo problemi.
Riaprì, in una nuova sede lontano dalle zone sovraffollate. I pazienti aumentavano. E quando sembrava che il passato fosse davvero alle spalle, il telefono squillò.
Sono il daccordo, dottor Alessandro. Come sta la mia regina? Spero non sia arrabbiata. Puoi firmare il modulo per il nuovo risonanza magnetica? Ho bisogno delle firme dei medici.
Per un attimo il cuore si strinse. Voleva buttare giù il ricevitore. Voleva dire tutto quello che pensa di lui. Ma Ginev prese un respiro profondo e rispose con calma, quasi sorridendo:
Tutto bene, dottor Alessandro. Grazie. Mi avete temprato.
Chiudendo la linea, capì: sì, mi avete temprato. Tanto da non aver più bisogno di corone.







