**FELICITÀ PER NATALIA**
Da tempo Natalia pensava di fare questo passo: adottare un bambino dallorfanotrofio. Il marito, con cui aveva vissuto sei anni senza riuscire ad avere figli, laveva lasciata per una donna più giovane e di successo. Natalia si sentiva svuotata, senza più energia per ricominciare, per trovare qualcuno che le stesse accanto “nella buona e nella cattiva sorte”. No, basta così, aveva deciso. Se doveva spendere il suo affetto, lo avrebbe fatto per chi ne aveva davvero bisogno.
E così, si era messa allopera. Aveva raccolto i documenti necessari, parlato con gli uffici competenti. Ora restava la parte più importante: trovare quel bambino che sarebbe diventato suo figlio, la sua continuità, e a cui avrebbe donato tutto lamore accumulato in trentotto anni.
Non voleva un neonato, temeva di non farcela. Ormai aveva superato quelletà in cui una donna desidera inconsciamente passare le notti insonni a cullare, fasciare e cantare ninne nanne. Per questo era diretta allorfanotrofio, in cerca di un bimbo tra i tre e i cinque anni che potesse diventarle familiare.
Sul tram, era nervosa come prima di un appuntamento, tanto da non accorgersi della primavera che esplodeva nella città: giovane, fresca, con un sole accecante e unaria ancora pungente. I binari cigolavano nelle curve, mentre Natalia continuava a pensare a quel bambino che già esisteva ma ancora non sapeva di essere destinato a lei.
Fuori dal finestrino, la città viveva la sua stagione: auto luccicanti che sfrecciavano, gente che camminava veloce. Nessuno sapeva che Natalia stava andando incontro alla sua felicità. Lei si girò verso il vetro, ma non vedeva nullasorrideva già al figlio che avrebbe conosciuto tra pochi minuti.
Eccola, la fermata giusta. Si chiamava proprio “Orfanotrofio”. La successiva era “Asilo”.
Scese e vide subito un vecchio palazzo con colonne sbiadite, lo scrostato intonaco che le faceva sembrare dipinte a caso, come per nascondersi. Entrò, spiegò tutto al custode, che le indicò lufficio della direttrice.
Davanti a lei, una donna anziana, con un maglione sformato e pelucchi, dallaspetto trascurato ma con occhi che rivelavano una vita spesa nel posto giusto. Parlarono poco, si erano già sentite il giorno prima.
«Allora, andiamo a scegliere?» disse la direttrice alzandosi. Natalia la seguì lungo un corridoio con pannelli blu scuro.
«I più piccoli sono in sala giochi», spiegò la donna aprendo una porta.
Una quindicina di bambini giocavano sul tappeto o frugavano negli armadietti dei giocattoli. Leducatrice, seduta a un tavolino, scriveva qualcosa, alzando ogni tanto lo sguardo per controllare.
Appena videro le due donne, i piccoli si precipitarono verso di loro, abbracciandole alle ginocchia, gridando in coro:
«È venuta a prendere me!»
«No, è la mia mamma, lho riconosciuta!»
«Prendi me, ti prego!»
La direttrice accarezzava distrattamente le loro testoline e sussurrava a Natalia brevi descrizioni. Natalia, però, si sentiva sopraffatta: avrebbe voluto prenderli tutti.
Tutti, tranne quel bambino seduto vicino alla finestra, che non si era avvicinato, ma si era solo voltato a osservare la scena con aria rassegnata.
E Natalia, senza sapere perché, andò da lui. Gli posò una mano sulla testa.
Da sotto le sue dita spuntarono occhi leggermente a mandorla, di un colore indefinito, perfetti per quel viso dagli zigomi alti, il naso largo e le sopracciglia quasi invisibili. Non assomigliava per nulla al bambino che si era immaginata. E come per confermare di essere “quello sbagliato”, il piccolo disse:
«Tanto non mi sceglierà.»
Ma i suoi occhi la fissavano con una disperata speranza.
«Perché dici così, piccolino?» chiese Natalia, senza togliere la mano.
«Perché sono sempre malato e ho il naso che cola. E poi cè la mia sorellina, Lella. È ancora piccola, sta con i bebè. Io vado da lei ogni giorno e le accarezzo la testa, così non dimentica che ha un fratello maggiore. Mi chiamo Enzo, e senza Lella non vengo da nessuna parte.»
E come per confermare le sue parole, gli colò improvvisamente il naso.
In quel momento, Natalia capì. Aveva aspettato tutta la vita proprio per Enzo, il bambino col naso che cola, e per Lella, che non aveva ancora visto ma che già amava.
**Oggi ho imparato che la felicità a volte arriva con la faccia sporca e il naso gocciolante, ma quando la riconosci, non puoi più farne a meno.**



