“Non hai mai regalato neanche un fiore a mia madre, e ora pretendi che io regali a tua madre un robot da cucina? Non vi sembra troppo?”
La voce di Andrea, pigra e compiaciuta, irruppe nella quiete serale, stracciandola come un ago smussato che fora un tessuto delicato. Giulia sollevò lentamente lo sguardo dal libro. Lui era in piedi accanto alla sua poltrona, sovrastandola, e le puntava in faccia lo schermo del telefono, che brillava di una luce fredda e mortifera. Socchiuse gli occhi per mettere a fuoco. Sul display luccicava un mostro da cucina dai fianchi cromati. Luminoso, multifunzionale, simile a un pannello di controllo di un’astronave. Impastatrice planetaria, tritacarne, frullatore, estrattore di succotutto in un unico corpo futuristico. Sotto l’immagine, cifre in grassetto facevano quasi mancare il fiato.
Giulia spostò lo sguardo dal telefono al marito. Lui aspettava. Non una domanda, non una discussione. Aspettava un assenso, un cenno di approvazione immediato. Nella sua postura, nel modo disinvolto con cui teneva quel costoso aggeggio, traspariva una certezza incrollabile: la questione era già decisa.
“Ah, capisco. E quindi?” La sua voce era piatta, forse un po’ più stanca del solito.
Lui sbuffò, come se avesse fatto la domanda più stupida del mondo.
“Quindi? Glielo regaliamo. A breve compie sessant’anni, è un anniversario importante. Mia madre ha detto che vuole questo robot. Un dono unico, solido, da parte della famiglia, così non dobbiamo preoccuparci di sciocchezze.”
«Mia madre ha detto». Quella frase, pronunciata come ovvia, si incastrò nella mente di Giulia come un amo affilato. Non «potremmo regalarle», non «che ne pensi?», ma un ordine, calato dallalto e trasmesso da suo marito. Appoggiò lentamente il libro sul tavolino. La serata non era più tranquilla. Nellaria aleggiava una tensione appena percettibile, quella che precede la tempesta.
La memoria le riportò un ricordo di un mese prima. La stessa serata, ma per il compleanno di sua madre. Giulia aveva girato per casa, indecisa tra una sciarpa di cachemire e un costoso profumo francese che sua madre desiderava da tempo. Aveva chiesto ad Andrea se voleva contribuire. Lui, senza staccare gli occhi dalla battaglia di carri armati sullo schermo, aveva borbottato qualcosa su spese impreviste per lauto. Non aveva insistito. Aveva comprato il profumo da sola. E quella sera, mentre componeva il numero di sua madre per farle gli auguri, gli aveva teso il telefono: «Dille due parole, le farà piacere». Andrea aveva scrollato le spalle: «Dopo. Non vedi che sono occupato?». Non aveva mai chiamato. Né quella sera, né il giorno dopo. Semplicemente dimenticato. O, peggio, non aveva ritenuto necessario.
Giulia alzò gli occhi verso di lui. Era ancora lì, col telefono in mano, e sul suo volto cominciava a trapelare un lieve fastidio per il suo silenzio.
“Andrea, ti ricordi quando era il compleanno di mia madre?” chiese con calma.
Lui aggrottò la fronte, il cervello chiaramente impegnato a elaborare quella domanda inaspettata e, secondo lui, totalmente fuori luogo. Sforzò la memoria, e il suo volto tradì uno sforzo mentale intenso.
“Be… era poco tempo fa. E allora? Che centra?”
E in quel momento, dentro Giulia, qualcosa scattò. Freddo e definitivo. Come il colpo di un fucile.
“Centra,” disse con chiarezza, e nella sua voce cera una nuova, sconosciuta fermezza metallica, “che il rispetto, caro mio, devessere reciproco. È una strada a doppio senso, non la tua autostrada personale.”
Lui la fissò, confuso, la sua sicurezza cominciò a incrinarsi.
“Di che stai parlando?”
“Parlo del fatto che tua madre, Rosa Maria, riceverà da me per il suo anniversario esattamente quello che mia madre ha ricevuto da te per il suo compleanno.” Giulia fece una pausa breve, squillante, fissandolo negli occhi. “Niente. Vuoi fare un regalo costoso a tua madre? Bella idea. Compralo. Con i tuoi soldi. E per favore, non coinvolgere me e i miei risparmi nei tuoi capricci familiari. La bancarella è chiusa.”
Riprese il libro con calma, lo aprì alla pagina segnata e si immerse nella lettura, dimostrando con ogni gesto che la conversazione era finita. Ma sapeva bene che per Andrea era appena iniziata.
Il silenzio che seguì fu denso e pesante, come un panno bagnato. Andrea non trovò subito una risposta. La guardò, quella posa ridicolmente teatraleschiena dritta, mento leggermente sollevato, lo sguardo fisso sulle pagine che, ovviamente, non stava leggendo. Il suo cervello, abituato a un mondo semplice dove i suoi desideri erano legge, rifiutava questa nuova realtà. Sembrava bloccato, come se cercasse di riavviarsi.
Laria intorno a lui sembrò addensarsi, diventare più pesante. Non urlò. Cominciò a parlare a bassa voce, con tono minaccioso, quello che usava per mettere a tacere bambini capricciosi o sottoposti recalcitranti.
“Dici sul serio? Hai deciso di fare la offesa per una stupidaggine? È mia madre. È un anniversario. Non è un compleanno qualunque, è una data importante!”
Giulia chiuse il libro con lentezza, mettendo un segno dove aveva interrotto. Non lo sbatté, non lo lanciò sul tavolo. Quel gesto calcolato, controllato, era più spaventoso di qualsiasi urlo. Non era agitata. Si stava preparando alla battaglia.
“Una stupidaggine?” replicò, e la sua calma era ingannevole come la superficie di un vortice. “Chiamare il compleanno di mia madre una stupidaggine è un nuovo livello, Andrea. Congratulazioni. Hai appena fatto un altro passo avanti nella nostra relazione.”
Fece un passo verso di lei, sovrastandola ancora di più.
“Non distorcere le mie parole! Non confondere il sacro col profano! Mia madre è mia madre. Ci ha cresciuti, ci ha”
“Ha cresciuto te,” lo interruppe Giulia, dolcemente ma con fermezza. “Io sono stata cresciuta da mia madre. A cui tu, uomo dal forte senso del dovere filiale, non hai nemmeno degnato di una telefonata per dirle tanti auguri. Ci avresti messo quindici secondi.”
Il suo viso cominciò a arrossarsi. Le argomentazioni di Giulia erano semplici e letali, e questo lo faceva infuriare. Era abituato a considerare la sua logica come lunica valida.
“Ero occupato! Avevo da fare, mi sono distratto, ho dimenticato! Succede a tutti! E per questo vuoi umiliare mia madre? Rifiutarti di farle un regalo? È meschino, Giulia! Meschino e indegno!”
“Occupato?” Sorrise, ma nei suoi occhi non cera traccia di allegria. “Fammi indovinare. Stavi salvando il mondo dallinvasione aliena? Conducendo unoperazione finanziaria cruciale per il destino dellumanità? O stavi semplicemente completando un livello del tuo stupido sparatutto? Quale di queste cose ti ha impedito di mostrare un minimo di rispetto verso mia madre?”
Sussultò, come se lavesse colpito. Aveva centrato il bersaglio, e lo sapeva. Lo vedeva attraversola sua pigrizia, il suo egoismo, la convinzione infantile che il mondo girasse intorno a lui e ai suoi desideri. Cominciò a ans



