La luce del pomeriggio filtrava attraverso le tende quando scoprì il marito con la sua migliore amica. Senza una parola, partì per un’altra città, tacendo della gravidanza. Cinque anni dopo, si ritrovarono di nuovo.
“È proprio sicuro?” – Elisabetta strinse il telefono con forza, cercando di mantenere la voce ferma.
“Signora Elisabetta Conti, il test è positivo. Congratulazioni, è incinta da circa sei settimane.”
Ringraziò il medico e chiuse la chiamata. Il mondo intorno a lei sembrò fermarsi. Sei settimane. Esattamente il tempo trascorso da quella sera in cui, tornando a casa prima del previsto, aveva riconosciuto nella hall una borsa. La stessa che aveva regalato a Chiara per il suo compleanno.
Elisabetta si lasciò cadere lentamente sulla poltrona accanto alla finestra. Fuori, la neve copriva Milano come un manto bianco, cancellando ogni traccia. Avrebbe voluto poter cancellare altrettanto facilmente quella sera dalla memoria.
Il telefono squillò di nuovo. Marco. La terza chiamata in un’ora.
“Elisabetta, dove sei? Avevamo detto che ci saremmo visti dopo il lavoro.”
“Scusa, sono bloccata,” – cercò di sembrare normale. – “Non aspettarmi, ho ancora molto da fare.”
“Va tutto bene? Sembri strana.”
“Tutto a posto, sono solo stanca.”
Appoggiando il telefono, Elisabetta fissò la valigia che aveva preparato quella mattina. Cinque anni di matrimonio. Cinque anni che finivano proprio ora. E una nuova vita che iniziava dentro di lei.
Cinque anni dopo
“Mamma, guarda che bella!” – Sofia, quattro anni, premeva il naso contro la vetrina di un negozio di giocattoli, ammirando una bambola in un vestito elegante.
“Molto bella,” – sorrise Elisabetta, sistemandole il cappellino. – “Ma dobbiamo andare, siamo in ritardo.”
“Dove andiamo?” – la bambina si staccò a malincuore dalla vetrina e infilò la manina in quella della madre.
“Dalla zia Giulia. Ci aspetta.”
Torino li accolse con un gelido mattino di gennaio. Cinque anni senza tornare nella sua città natale, cinque anni trascorsi a ricostruirsi lontano dal passato. E ora, costretta a tornare: la zia, lunica che laveva sostenuta, era in ospedale.
“Sofi, stai attenta, non correre,” – Elisabetta le strinse la mano più forte mentre entravano nellampio atrio di un nuovo centro commerciale. Dovevano attraversarlo per raggiungere la fermata dallaltra parte.
Il pavimento di marmo luccicava sotto le luci dei lampadari. Musica di sottofondo, gente ovunque: probabilmente una cerimonia dinaugurazione.
“Elisabetta?”
Si bloccò. Una voce che non sentiva da cinque anni, ma che avrebbe riconosciuto tra mille. Si voltò lentamente.
“Marco.”
Non era cambiato molto. Gli stessi occhi grigi attenti, le stesse tempie ingrigite. Solo qualche ruga in più agli angoli degli occhi.
“Non mi aspettavo di vederti qui,” – la fissava come se fosse un fantasma. – “Sei tornata?”
“Di passaggio,” – sentì Sofia stringersi alla sua gamba. – “Non per molto.”
Marco abbassò lo sguardo sulla bambina, e Elisabetta vide il suo volto cambiare. Le pupille dilatarsi. Sofia era la sua copia esatta: gli stessi occhi grigi, lo stesso taglio delle labbra, persione la fossetta sulla guancia quando sorrideva.
“E questa è…”
“Mia figlia,” – rispose rapida Elisabetta. – “Sofia.”
Un silenzio pesante cadde tra loro.
“Eccoti!” – una donna alta e slanciata, con capelli castani, si avvicinò. – “Ti stavamo cercando tutti. Oh, ciao,” – guardò Elisabetta con curiosità.
“Laura, questa è Elisabetta una vecchia conoscenza,” – Marco parlava lentamente, senza staccare gli occhi da Sofia. – “Elisabetta, questa è Laura, mia moglie.”
“Piacere,” – Elisabetta costrinse un sorriso. – “Scusate, dobbiamo andare.”
“Aspetta,” – Marco fece un passo avanti. – “Come posso contattarti?”
“In nessun modo,” – si girò e si allontanò velocemente, trascinando Sofia per mano.
In taxi, la bambina si strinse a lei:
“Mamma, chi era quelluomo?”
“Solo un conoscente, tesoro. Non lo vedevo da tanto tempo.”
Lappartamento della zia Giulia era ancora accogliente come cinque anni prima, quando Elisabetta era arrivata da Roma con una valigia piccola e il cuore spezzato.
“Non sei cambiata per niente,” – sorrise la zia, accarezzando i capelli di Sofia. – “Ma questa piccola signorina è cresciuta solo nelle foto. Come stai, Elisabetta?”
“Tutto bene,” – aiutò la zia a sedersi. – “Non preoccuparti, il dottore ha detto che è niente di grave, basta seguire le cure.”
“Non parlavo di quello,” – la zia la fissò seria. – “Come stai davvero? Il tuo cuore è guarito?”
Elisabetta distolse lo sguardo.
“Zia Giulia, è tutto passato.”
“Lhai visto?”
“Già. Al centro commerciale. Immagina, in una città di quasi un milione di persone, e devo incontrarlo proprio il primo giorno.”
“Destino,” – scosse la testa la zia. – “Ti ha cercato, lo sai.”
“Cosa?” – Elisabetta si voltò di scatto.
“È venuto un mESE dopo che te ne sei andata. Poi ancora qualche volta. Gli ho detto che non sapevo dove fossi.”
“Grazie,” – strinse la mano della zia. – “Hai fatto bene.”
“E sua madre ha chiamato persino lanno scorso. Anna Maria ti ha sempre voluto bene.”
Elisabetta sospirò. La suocera laveva sempre trattata come una figlia. Chissà se sapeva cosa era successo tra Marco e Chiara.
“Sofia gli somiglia tanto,” – continuò la zia, guardando la bambina che giocava in un angolo. – “Lha capito?”
“Credo di sì. Ma non cambia nulla.”
La mattina seguente, il telefono la svegliò. Un numero sconosciuto.
“Elisabetta? Sono Anna Maria.”
La voce della ex suocera le strinse il cuore.
“Buongiorno,” – uscì sul balcone per non svegliare Sofia.
“Marco mi ha detto di averti vista ieri. Posso posso venire a trovarti? Dobbiamo parlare.”
Unora dopo, sedevano in cucina. Sofia dormiva ancora.
“È davvero figlia di Marco?” – chiese subito Anna Maria.
Elisabetta annuì.
“Perché non glielo hai detto?” – nella voce della donna non cera rimprovero, solo dolore. – “Gli hai tolto una figlia, e a noi una nipote.”
“Se lè tolto da solo,” – rispose piano Elisabetta. – “Quando ha portato la mia migliore amica nella nostra casa.”
Anna Maria abbassò lo sguardo.
“Lo so. Me lha raccontato quando sei sparita. Era distrutto. Ma, Elisabetta è stato un solo errore.”
“Che ha cambiato tutto.”
“Si è risposato solo due anni fa. Ti cercava, sperava che tornassi. Poi ha incontrato Laura. È una brava donna, ma non possono avere figli.”
Elisabetta sentì un nodo in gola.
“Mi dispiace, ma non è un mio problema.”
“E Sofia? Non ha bisogno di un padre?”
In quel momento, la bambina apparve sulla porta, assonnata





