Incidente… i padroni non ci sono più… la loro bambina è stata portata in un orfanotrofio, e il gatto è finito in un rifugio. Piange senza sosta, incapace di calmarsi…
Gli altri gatti spesso lo infastidivano, ma lui sopportava in silenzio. Mai un graffio, mai un soffioabbassava soltanto lo sguardo e si rannicchiava in un angolo della gabbia, come se intorno non esistesse nessuno.
Livia, una delle volontarie del rifugio, osservava con tristezza il gattone bianco come la neve, schiacciato contro le sbarre. Era arrivato tre mesi prima, un micione maestoso con una coda fluente, e da allora non aveva mostrato interesse per nulla. Neanche al nome che gli avevano datoMosèrispondeva.
«Labbiamo portato dal veterinario, fisicamente sta bene,» sussurrò unaltra ragazza rivolgendosi a Livia. «Ma in queste condizioni, dubito che qualcuno lo vorrà adottare.»
«Che ti succede, piccolino?» Livia aprì con delicatezza la gabbia e lo sollevò tra le braccia. «Ti manca la tua casa, vero?»
«Per fortuna mangia almeno un po,» sospirò laltra.
«Chi lha portato qui?»
«Una donna dei servizi sociali. I padroni sono morti in un incidente dauto. La bambina è finita in orfanotrofio, e lui da noi. Una storia terribile…»
«La bambina è in un istituto?» chiese Livia. «Non aveva nessun parente?»
«Se ci fossero stati, dubito che finissero in due rifugi diversi,» rispose laltra, allontanandosi.
«La tua padroncina è nellorfanotrofio… forse solo lei può ridarti la gioia,» mormorò Livia, riponendo Mosè nella gabbia. Lui non reagì. Né alla voce, né al tocco.
Livia non sopportava quella malinconia nei suoi occhi. Decise di trovare la sua casa. La città non era grandequalcuno doveva ricordarsi di lui.
Passarono giorni a chiedere informazioni. Trovato lindirizzo, Livia mise a Mosè il guinzaglio e si diresse verso il luogo in cui aveva vissuto.
Il cortile era deserto. Un normale condominio di cinque piani. Lo prese in braccio e si avvicinò allingresso, digitando il numero sul citofono.
«Chi è?» una voce anziana rispose.
«Buongiorno! Sono Livia, volontaria del rifugio. Ho con me Mosè, il gatto che viveva nellappartamento 28. Possiamo parlare?»
«Certo, certo! Venga su.»
Al secondo piano, Livia lo posò a terra. Mosè si animò allistante, si avvicinò alla porta e miagolò piano. In quel momento, una signora anziana uscì dallappartamento vicino, avvolta in uno scialle.
«Mosè!» esclamò, chinandosi per accarezzarlo. Lui, riconoscendola, fece le fusa e si strofinò contro le sue gambe.
«È come se fosse rinato…» sussurrò Livia, incredula.
«Lei è Livia? Io sono Regina,» disse la donna, abbracciando il gatto. «Entri, facciamo due chiacchiere.»
Sedute in cucina, Livia chiese: «Mi racconti di lui. Non mangia, non reagisce a nessunosolo oggi lho sentito miagolare.»
«Era un vero membro della famiglia,» iniziò Regina. «Andrea e Sveva lo trovarono da cucciolo, ancora cieco. Lo crebbero con amore. Quando nacque Lisa, divenne il suo migliore amico. Dormiva con lei, non la lasciava mai. Sveva scherzava dicendo che la figlia glielo avesse rubato. Le apparteneva con tutto il cuore.»
La vecchia si asciugò una lacrima.
«Lisa veniva spesso da me. E Mosè con lei. Non mi stupisce che mi ricordi. Posso tenerlo? Mi dissero che lo avevano portato via mentre ero fuori…»
«Certo, se qui è feliceè la cosa migliore,» annuì Livia. «E Lisa?»
«Allorfanotrofio. Volevo andarla a trovare, ma mi hanno rifiutatonon sono parente. Andrea aveva solo un cugino, Michele, che viveva allestero. Veniva destate…»
«Ha un contatto?»
«Solo il nome della zia della moglie defunta. Abita nella città vicina. Forse può aiutarmi.»
Regina le passò un foglietto. Livia lo strinse in mano e, dopo i saluti, andò da suo padrein polizia.
Passò un mese. Livia chiamava Regina quasi ogni giorno. Mosè si era rianimato, soprattutto dopo larrivo di una gattina giocosa che lei aveva portato dal rifugio.
Grazie a suo padre, aveva trovato la donna che conosceva Michele. Ieri le aveva dato il suo numero.
Oggi, trattenendo il fiato, lo compose. Nove squilli.
«Pronto?» una voce maschile rispose.
«Buongiorno, sono Livia, volontaria del rifugio dove è finito Mosè…»
«Mosè? Come mai è lì?!»
«I padroni sono morti. Un incidente. Quattro mesi fa…»
«Dio…» la voce tremò. «E Lisa?»
«Allorfanotrofio. Ma sta bene.»
«Perché nessuno me lha detto?! Non dovrebbe essere lì. Ha una famiglia!»
«Forse i servizi sociali non sapevano di lei. Ma volevo aiutare…»
«Grazie, Livia. Come sta Mosè?»
«Ora vive da Regina. Mi ha raccontato tanto…»
«Mosè rivedrà Lisa. Sistemerò tutto.»
Dieci mesi dopo quella chiamata, Livia era nella sala dattesa dellorfanotrofio con Mosè in braccio. Michele aveva promesso di venire a prendere Lisa oggi.
Sapeva che dopo, le loro strade potevano dividersi. Un rumore di porte la interruppe. Entrò Michele.
«Buongiorno, Livia,» sorrise, prendendo Mosè. «Vecchio amico, non sei cambiato per niente.»
«Sono felice di vederla,» cercò di nascondere lemozione.
Nellufficio del direttore, Michele si rifiutò di lasciare il gatto:
«Ha aspettato questo momento. Deve essere qui.»
«È contro le regole!» si indignò il direttore. «Alla bambina non importerà.»
«Perché?» chiese Livia, con fermezza.
«Da quando Elisabetta è qui, non parla con nessuno. Niente amiche, niente sorrisi… Lo psicologo dice che…»
La porta si aprì. Uneducatrice entrò, tenendo per mano una bambina magrolina di sette anni. Il viso pallido, lo sguardo spentonei suoi occhi non cera né paura né curiosità, solo vuoto. Lo stesso sguardo che Livia aveva visto in Mosè, rinchiuso nella gabbia del rifugio.
La somiglianza la colpì. Il cuore le si strinseera ingiusto vedere una bambina strappata al suo mondo.
«Lisa, tesoro,» chiamò Michele, inginocchiandosi. «Sono io, zio Michele. Ti ricordi? E guarda chi è venuto con noi…»
Teneva Mosè tra le braccia. Il gatto, sentendo la voce della bambina, si agitò, miagolando disperato. Michele lo posò a terra. Mosè corse da lei, fissandola negli occhi.
Lo sguardo vuoto di Lisa si riempì di luce. Quando il gatto le si strinse alle gambe facendo le fusa, la bambina lasciò la mano dell



