Quando la signora veniva trasportata sulla lettiga accanto al mirto, la sua mano scivolò in basso, come in un gesto di addio…

Quando la signora venne trasportata sulle barelle accanto a Mirta, la sua mano scivolò giù, come in un gesto di addio…
Iniziarono giorni invernali tutti uguali. Il passero continuava a beccare i semi, e Mirta non protestava. Lui era l’unico a ricordarle che non era completamente sola.
“Valentina! Ho di nuovo i pantaloni pieni di peli di questo gatto! È insopportabile! Fai qualcosa!” brontolava irritato Massimo, preparandosi per il lavoro.
Mirta si infilò nel suo nascondiglio, sapendo per esperienza che di mattina il padrone non era qualcuno con cui cercare affetto. Da lui si poteva ricevere facilmente uno scapaccione.
Sei mesi prima lavevano portata via dalla famiglia dove era cresciuta con la madre gatta e lavevano condotta in quella casa. Piccola e morbida, cercava calore e cura, che trovava solo nella padrona. Ma suo marito, fin dallinizio, era contrario. Mirta capì subito: era meglio starne alla larga.
Valentina ascoltava paziente le lamentele del marito e annuiva, promettendo di sistemare tutto. E non appena Massimo usciva, Mirta sbucava dal rifugio e correva dalla sua salvatrice.
“Non offenderai per Massimo, in fondo è buono, solo non è abituato agli animali,” sussurrava Valentina, accarezzando il gatto. “Io ti amo. Credimi, con il tempo si abituerà…”
Ma il tempo passava, e Massimo diventava sempre più irritabile. Mirta gioiva quando lui partiva per lavoroallora arrivavano giorni di pace. Valentina si prendeva cura di lei, le dava dolcetti e coccole. Tutto bene, finché un giorno Massimo non dichiarò: o i peli in casa sparivano, o il gatto.
Una sera arrivò una giovane donna con mani delicate. All’inizio, Mirta pensò fosse unamica di Valentina. Ma presto le sue zampe furono avvolte in un nastro appiccicoso, un collare scomodo le fu messo al collo, e iniziò la tosatura. Il pelo soffice scomparve sotto la macchinetta. Mirta miagolò, resistette, ma invano. Offesa, si rintanò nella cuccia, guardando la padrona con rimprovero: ma si fa così?
Passò i giorni nascosta, uscendo solo di notte.
“Mirta, sei bellissima… Questo weekend andiamo in campagnati piacerà. Così tanto spazio!”
E non mentì. La campagna fu una vera scoperta per Mirta.
Esplorava con entusiasmo lerba verde e rincorreva i topolini. Soprattutto adorava il passerovivace, agile, con carattere. Lo stalkerava, ma lui sempre sfuggiva. Sembrava prenderla in giro con le sue manovre.
“Lo sapevo che ti sarebbe piaciuto questo posto,” diceva Valentina sorridendo, osservando il gioco della sua adorata.
Ma i giorni in campagna erano meravigliosi solo fino allarrivo di Massimo. Quando lui compariva, a Mirta era vietato entrare in casaveniva lasciata nella veranda. Cera una coperta calda, e il rifugio la proteggeva dalle intemperie. Il padrone era irremovibile:
“È estate! Non le succederà nulla!”
Il gatto non si lamentava. Le notti tiepide erano piene di suoni e odori che la chiamavano a caccia. Portava i trofei alla porta della casae subito sentiva il brontolio irritato di Massimo.
Una volta un gatto sconosciuto entrò nel recinto. Mirta lo cacciò con un sonoro sibilo. Valentina si spaventò:
“Ma è solo un gattino, Mirta…”
Ma lintruso tornò di sabato mattina. E ancora fu scacciato. Massimo, notando il trambusto, le lanciò una ciabatta e gridò:
“Vattene da qui!”
Mirta, offesa, sparì nella veranda. Non capiva perché quelluomo rovinasse la loro pace. Lei e Valentina stavano bene anche senza di lui.
Accanto, un passero cinguettò, come per ricordarle: “È ora di giocare!” Mirta saltò fuori dal rifugio e gli corse dietro.
Un presentimento inquietante la assalì. Vide uomini in uniforme, barelle, un’ambulanza. Portavano via la padrona svenuta, la sua mano penzolava senza vita. Mirta si bloccò.
Quando tutto fu silenzio e lambulanza partì con la sirena, si avvicinò alla porta, annusando lodore familiare. Da quel giorno, tutto cambiò.
Mangiava avanzi e cacciava. Con larrivo del freddo, tutto si fece più difficile. Dormiva nella veranda, avvolta in una coperta che odorava ancora di Valentina.
A novembre arrivò Massimo. Portò la cuccia, la lettiera e gli ultimi resti di croccantini. Senza aggiungere altro, borbottò:
“Ora arrangiati. Ho altro a cui pensare. Valentina è in ospedale.”
Se ne andò senza voltarsi. Mirta restò sola.
I giorni di neve si susseguivano. Imparò ad ascoltare la nevesotto, vivevano i topi. Cacciava per sopravvivere. A volte senza successo. Dimagriva, ma non si arrendeva.
Una giornata limpida, uscì sulla veranda a scaldarsi. Sentì un fruscio e si diresse verso il suono. Vicino ai gradini qualcosa si muoveva. Raccolse le forze e saltò.
“Ecco i documenti e le chiavi della proprietà,” Massimo passò una cartella al nuovo proprietario, Emanuele. “Lì… forse cè ancora il gatto.”
“Un gatto?” Emanuele si stupì. “Avevi detto che dinverno non puliscono la strada…”
“Ci sono stato lultima volta a novembre. Ora è casa tuadecidi tu cosa farne.”
Emanuele rimase sgomento. Guardò le chiavi, respirando affannosamente. Come poteva lasciare una creatura nella neve?
La sua famiglia sognava da tempo una casa in campagna. Laffare era stato veloceMassimo aveva bisogno di soldi per le cure di Valentina. Ma la notizia del gatto cambiò tutto.
Emanuele prese gli sci e partì. Il cuore gli doleva. Ricordava il loro gatto, Leo, morto da poco. Sua moglie, Sofia, aveva sofferto molto. Non voleva unaltra tragedia. Purché non fosse troppo tardi!
In unora raggiunse le case abbandonate. Nessuna traccia. Solo un passero apparve e lo guidòda una proprietà allaltra, finché non si posò accanto al cancello col numero 23.
“Grazie, amico,” sussurrò Emanuele, avanzando tra i cumuli di neve.
Si fermò alla porta e chiamò:
“Ehi… Sei qui?”
Il passero si posò sul tetto della veranda, cinguettando forte, come per richiamare lattenzione. Emanuele si avvicinò con cautela.
La porta della veranda era socchiusa. Nella neve, tracce deboli e i resti di un roditoresegni di una lotta per la vita.
Spinse la porta e guardò dentro. Un sacchetto di croccantini strappato, una tiragraffi consumata, e la cuccia con una targhetta:
“Mirta…” mormorò.
Il passero entrò, posandosi accanto alla coperta e cinguettò disperato, come per dire: “Presto! È qui!”
Girato il tavolo, Emanuele vide sotto la coperta due piccole orecchie grigie. Trattenne il fiato, si inginocchiò e la sollevò con delicatezza.
Sottoun corpicino esausto, quasi senza vita. Mirta giaceva immobile, la pelle aderente alle ossa.

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Quando la signora veniva trasportata sulla lettiga accanto al mirto, la sua mano scivolò in basso, come in un gesto di addio…
Accidenti papà, che accoglienza! Ma a cosa ti serviva quel centro benessere, se a casa hai già il trattamento “all inclusive”? Quando Davide consegnò le chiavi del suo appartamento a Eva, lei capì: la Bastiglia è presa. Nemmeno Di Caprio ha atteso l’Oscar così come Eva ha aspettato il suo Davide, per di più con una sua capanna. Disillusa, a trentacinque anni, Eva lanciava sempre più spesso occhiate compassionevoli ai gatti randagi e alle vetrine di “Tutto per il fai da te”. Ma poi lui – solitario, con la gioventù spesa tra la carriera, la dieta sana, la palestra e altre sciocchezze come la ricerca di sé nel mondo, e, per di più, senza figli. Eva aveva desiderato quel regalo dai vent’anni e forse, lassù nei cieli, hanno finalmente capito che non scherzava. — Ho l’ultima trasferta dell’anno, poi sarò tutto tuo — disse Davide, porgendole le preziose chiavi. — Solo non spaventarti della mia tana. Di solito vengo qui solo per dormire, — aggiunse, volando via in un altro fuso orario per tutto il weekend. Eva portò con sé lo spazzolino, la crema e andò a vedere com’era quella tana. I problemi iniziarono già all’ingresso. Davide l’aveva avvertita che la serratura a volte faceva i capricci, ma Eva non pensava così tanto. Assaltò la porta per quaranta minuti: spingeva, tirava, infilava la chiave tutta, entrava gentilmente di traverso, ma la porta sembrava proprio non voler aprirsi al nuovo abitante. Eva provò con la psicologia, come le avevano insegnato i compagni dietro le rimesse a scuola. Al rumore si aprì la porta del vicino. — Perché sta cercando di entrare in una casa altrui? — chiese una voce femminile preoccupata. — Non sto cercando di entrare, ho le chiavi, — rispose Eva, arrabbiata, asciugandosi il sudore dalla fronte. — E lei, chi sarebbe? Non l’ho mai vista prima, — continuava la vicina impicciona. — Sono la sua ragazza! — dichiarò Eva con sfida, piantando le mani sui fianchi, anche se vide soltanto la fessura da cui la vicina la interrogava. — Lei? — la donna era sinceramente sorpresa. — Sì, io. Qualche problema? — No, nessuno. È solo che lui non ha mai portato nessuno qui (in quel momento Eva amò ancora di più Davide), e adesso… così, tutto d’un tratto. — Così come? — non capiva Eva. — Guardi, non sono affari miei. Scusi, — e la vicina richiuse la porta. Capendo che era questione di sopravvivenza tra sé e la porta, Eva spinse la chiave con tutta la forza del volere di entrare in quella capanna, rischiando quasi di girare tutto il telaio. La porta si aprì. L’essenza di Davide si manifestò davanti a Eva e la sua anima si congelò. Certo, a un giovane solo è naturale un certo ascetismo, ma questa era una vera cella. — Poverino, il tuo cuore ha dimenticato da tempo, o forse non ha mai conosciuto, cosa sia il calore di casa, — gli scappò mentre osservava la modesta abitazione che ormai avrebbe frequentato spesso. In fondo, era contenta. La vicina non aveva mentito: una mano femminile non aveva mai accarezzato quelle pareti, quel pavimento, quella cucina e quelle finestre grigie. Eva era la prima. Non resistendo, Eva mise le scarpe e corse al supermercato per una bella tenda e un tappetino per il bagno, e già che c’era, presi guanti da forno e asciugamani per la cucina. In negozio fu travolta dall’entusiasmo… Alla tenda e al tappetino si aggiunsero profumatori d’ambiente, sapone artigianale e pratici contenitori per cosmetici. «Aggiungere queste piccole cose in una casa altrui non è un’invasione», si rassicurava Eva, attaccando un secondo carrello al primo pieno di acquisti. La serratura non oppose più resistenza. In realtà non svolgeva più nemmeno la sua funzione, sembrava un portiere di hockey senza maschera in partita. Capendo il guaio, Eva fino a mezzanotte armeggiò con i coltelli da cucina per smontare la vecchia serratura e la mattina dopo corse a comprarne una nuova. Anche i coltelli andavano sostituiti. E pure le forchette, i cucchiai, la tovaglia, i taglieri e i sottopentola. E da lì alle tende il passo fu breve. Domenica, all’ora di pranzo, chiamò Davide: doveva trattenersi un paio di giorni in trasferta. — Mi farà piacere se porti un po’ di calore e accoglienza in casa mia, — sorrideva al telefono, quando Eva gli confidò di aver fatto qualche modifica all’ambiente. A dire il vero, il calore lo aveva già trasportato con dei camion, distribuendolo secondo il piano tecnico e tutta la dovuta documentazione. Anni di accumulo in una donna sola e ora, appena libera di agire, non riusciva a fermarsi. Al ritorno di Davide, della vecchia casa rimaneva solo un ragno vicino alla presa d’aria. Eva voleva mandare via anche lui, ma vedendo i suoi otto occhi sconvolti, capì che era meglio lasciarlo come simbolo del rispetto della proprietà altrui. La casa di Davide ora sembrava quella di uno felice in matrimonio da otto anni, poi deluso, e ritornato felice per ostinazione. Eva non si occupò solo dell’appartamento, ma fece in modo che tutto il palazzo sapesse che la padrona ormai era lei; tutti i problemi, d’ora in avanti, passavano da lei. L’anello all’anulare ancora non c’era, ma era solo un dettaglio tecnico. All’inizio i vicini scrutavano sospettosi, poi si arresero: “Se dice lei… Noi, che ci importa. Faccia pure, sono affari suoi”. *** Il giorno del ritorno, Eva preparò una vera cena casalinga, impacchettò le sue parti migliori in una confezione elegante e audace, sparse incensi agli angoli e, attenuando la nuova illuminazione, si mise in attesa. Davide tardava. Quando la confezione iniziò a pungerle proprio nel punto per cui aveva sgobbato in palestra sei mesi, qualcuno inserì la chiave nella serratura. — La serratura è nuova, basta spingere, non è chiusa a chiave! — rispose Eva leggermente confusa, ma anche seducente. Il giudizio altrui non la preoccupava. Con la casa aveva fatto talmente bene che le avrebbero perdonato tutto. Proprio quando la porta si aprì, Eva ricevette un SMS da Davide: «Dov’è sei? Sono a casa. Vedo che non è cambiato nulla. Gli amici mi avevano terrorizzato dicendo che avresti invaso tutto con i tuoi cosmetici». In realtà Eva avrebbe letto il messaggio molto più tardi. Intanto però nella casa entrarono cinque perfetti sconosciuti: due giovani, due ragazzini e un nonno che, vedendola, si raddrizzò e si sistemò i pochi capelli bianchi. — Ma guarda che accoglienza, papà! E perché ti serviva davvero il centro benessere, con tutto questo “all inclusive” a casa? — scherzò il figlio, subito zittito dalla moglie per lo sguardo indiscreto. Eva restò sulla soglia con due calici pieni, paralizzata. Avrebbe voluto urlare ma il blocco era totale. Da qualche angolo, il ragno sogghignò soddisfatto. — Scusi, chi è lei? — squittì Eva. — Il proprietario della baracca. E lei, infermiera della ASL, è qui per la medicazione? Avevo detto che facevo da solo, — rispose il nonno, osservando il costume da infermiera di Eva. — Eh sì, Adam Matteo, qui c’è proprio calore e serenità — sbirciò dietro Eva la moglie del giovane. — Tutta un’altra cosa, non come quando vivevamo in un mausoleo. E lei, signorina, come si chiama? Non è troppo giovane per il nostro Adam Matteo? Certo, un uomo rispettabile, con casa propria… — E-e-va… — Ecco qua! Bravo, Adam Matteo, sa scegliere la gente! Il nonno, dagli occhi brillanti, sembrava apprezzare la situazione. — Ma Davide dov’è? — sussurrò Eva, svuotando entrambi i calici per il nervosismo. — Sono io Davide! — alzò la mano il ragazzino di otto anni. — Aspetta, sei troppo piccolo per essere Davide, — intervenne la madre, che condusse marito e figli in macchina. — Scusate, credo di aver sbagliato appartamento… — iniziò a riprendersi Eva, ricordando la lotta con la serratura. — È Via delle Viole, diciotto, interno ventisei? — No, questa è Via Bucovina, diciotto, — rispondeva il nonno, pronto ad aprire il suo pacco regalo inatteso. — Ah, — sospirò Eva, — ho capito. Allora accomodatevi, io mi allontano un attimo per una telefonata. Afferrò il telefono e si rifugiò in bagno, barricate le porte, avvolta nell’asciugamano. Solo lì lesse il messaggio di Davide. «Davide, arrivo tra poco, sono solo rimasta in negozio», scrisse Eva. «Va bene, ti aspetto. Se puoi, porta una bottiglia di rosso», rispose con un messaggio vocale Davide. Il rosso Eva lo avrebbe portato, ma ormai solo dentro di sé. Con il tappetino sottobraccio e la tenda sfilata, aspettava che gli sconosciuti passassero in cucina, poi scappò dal bagno. Raccolse in tutta fretta le sue cose e fuggì dall’appartamento. *** — Ti racconterò più tardi, — spiegò a Davide quando lui le aprì la porta. Camminando come in un sogno, lo ignorò e andò dritta in bagno a rimettere tenda e tappetino, poi in camera dove si lasciò cadere sul divano, dormendo fino al mattino, finché lo stress e il rosso non si furono dissolti. Al risveglio, davanti a lei c’era un giovane sconosciuto in attesa di chiarimenti. — Mi scusi, che indirizzo è questo?.. — Via Butti, diciotto.