Una donna in aereo ha reclinato il suo sedile schiacciandomi i piedi: le ho insegnato una lezione di buona educazione

Era un giorno di primavera quando salii su quel volo da Milano a Palermo. Il mio posto era accanto al finestrino, e pensai che unora e mezza di viaggio sarebbe passata tranquilla. Davanti a me sedeva una donna robusta, con una maglia sgargiante, che non appena laereo si staccò da terra, senza nemmeno guardarsi intorno, reclinò bruscamente il sedile allindietro.
«Ah!» esclamai, perché le mie ginocchia rimasero schiacciate dal suo schienale.
«Mi scusi,» dissi con gentilezza, facendomi avanti, «potrebbe alzare un po la schienale? Mi sento molto stretto.»
Lei non si voltò nemmeno:
«Sto più comoda così.»
Rimasi un attimo in silenzio, provando a muovere le gambeimpossibile. Decisi che non avrei tollerato quella scortesia. Premetti il pulsante per chiamare lassistente di volo.
Arrivò una ragazza in uniforme:
«Posso aiutarla?»
«Vede,» spiegai, «la signora davanti a me ha reclinato il sedile così tanto che le mie gambe sono schiacciate. Non riesco nemmeno a muovermi.»
Lassistente si chinò verso la donna con un sorriso educato:
«Mi scusi, ma potrebbe alzare un po la schienale per far stare più comodo il suo vicino?»
La donna si voltò con unespressione che avrebbe fatto credere che le avessi rovinato le vacanze:
«Ho mal di schiena. Ho pagato per questo posto, quindi posso sedermi come mi pare.»
Lassistente trattenne a stento un occhiataccia:
«La preghiamo di considerare il comfort di tutti i passeggeri.»
Con un sospiro teatrale, la donna alzò lo schienale di qualche centimetro.
«Contento?» mi lanciò sopra la spalla.
«Beh, le mie gambe non sono ancora ricresciute, ma già meglio, grazie,» risposi con un sorriso.
Lei sbuffò, mentre lassistente mi strizzò appena locchio prima di allontanarsi.
Passò mezzora, e io mi ero quasi rilassato, quandopaffete!il suo sedile tornò a schiacciarmi le ginocchia.
«Sul serio?» dissi ad alta voce, ma lei non si mosse.
Capii allora che la diplomazia non serviva più. Era tempo di agire e insegnarle una lezione di buona educazione.
Con aria innocente, abbassai il tavolino, presi il bicchiere di plastica con il succo di pomodoro (appena servito dal personale) e lo posizionai sul bordo, proprio sotto la sua schienale.
Aspettammo. Cinque minuti di silenzio. Poi, con un leggero movimento splash! Il succo le schizzò sulla borsa bianca accanto a lei e un po sulla maglia.
Si alzò di scatto, voltandosi furiosa:
«Che succede?!»
«Oddio!» feci occhi sgranati. «Mi scusi, si è mossa così allimprovviso Il tavolino è piccolo, vede? Glielavevo dettoè stretto.»
Lei si mise a gesticolare, indignata:
«Assistente! Mi hanno sporcato tutto!»
Arrivò la stessa ragazza di prima:
«Che è successo?»
«Stavo solo seduto, bevendo il succo, quando il sedile davanti a me beh, è andato allindietro da solo, e» indicai la macchia. «Fisica, immagino.»
Lassistente capì al volo, ma mantenne unespressione impassibile:
«Venga, le darò delle salviette. E, per favore, assicurarsi che la schienale sia bloccata.»
La donna, in silenzio, pulì la borsa. E il suo sedile? Rimase perfettamente dritto per il resto del volato.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

twelve − seven =

Una donna in aereo ha reclinato il suo sedile schiacciandomi i piedi: le ho insegnato una lezione di buona educazione
Destinata dal destino Si sposò per pietà. Ora dice che rifarebbe la stessa scelta. Ogni mattina prima di andare al lavoro si recava al mare per caricarsi di energie, nuotando quasi per tutta la stagione. Una mattina di primavera, uscendo dall’acqua ancora gelida, notò sulla collinetta un uomo con una bicicletta; lui la osservava e poi si avvicinò alla riva. — Buongiorno, signora. Lei è una “morsa”? — Si può dire, — rispose lei allo sconosciuto. — Le ho dato fastidio? – chiese lui, vedendo che la ragazza non era particolarmente espansiva. — No, affatto. Salirono insieme e lui la accompagnò fino allo studentato. Scoprirono di vivere vicini e persino di lavorare non lontano l’uno dall’altra. Ben presto lui iniziò a farsi trovare spesso lungo il suo percorso. La ragazza gli piacque: giovane, bella, sportiva, colta, con senso dell’umorismo. Cosa che non si poteva dire di lei. Lui non le suscitava alcuna emozione, ma lei non lo respinse, si abituò alle conversazioni. Un interlocutore interessante è sempre una rarità. Una sera tardi, la responsabile dello studentato bussò alla sua porta: uno strano uomo la aspettava fuori. Era lui, davvero in modo insolito: ciabatte, maglietta e pantaloni sportivi. Mano stretta a pugno dalla quale scorreva sangue. — Mio Dio! Che è successo? Entrate, vi faccio una medicazione! — Un uomo a quest’ora nello studentato femminile? Sei matta! Mi licenziano! – gridò la responsabile. — Arrivo subito, aspettate, — disse lei a lui. Dopo cinque minuti uscì con benda e disinfettante; gli fece la medicazione e scoprì che viveva con la madre, alcolista, e il suo compagno lo aveva aggredito. Lei stessa era scappata di casa dal padre, quindi capiva bene la situazione. — Vieni da me, prendiamo un caffè? – chiese lui. — E tua madre? — Se n’è andata col suo amico. Per compassione, lei accettò. Viveva in una piccola casetta sghemba, nascosta dietro i palazzi. Difficile definirla una casa: vecchia, in pietra su argilla. Dentro due stanzette: la madre dormiva in cucina su un divano sfasciato, lui aveva la sua stanza ordinata, piena di libri. Fece il caffè, chiacchierarono per ore. Ormai era troppo tardi per tornare allo studentato. Le propose di dormire da lui, e lui restò a leggere fino all’alba. La ragazza si svegliò presto e corse a casa. La pietà per quell’uomo non la lasciava. Voleva fare qualcosa di buono per lui. La incontrò dopo il lavoro davanti ai cancelli della fabbrica. Le propose di andare insieme al mare la mattina e poi prendere il caffè a casa sua. Lei non sapeva dire di no. Le passeggiate divennero abituali. Riuscì persino a convincerlo a tuffarsi in acqua fredda. Per lei era solo amicizia; per lui c’erano ormai sentimenti profondi. Aveva paura di confessare il suo amore. Non aveva nulla da offrire se non se stesso. Nessuna ragazza sarebbe rimasta in quella casa, dove la madre ubriaca creava continue tensioni. Tuttavia, sapendo che anche lei aveva vissuto momenti difficili, rischiò e le propose di sposarlo. Non pensava che lei accettasse. Nemmeno lei se lo aspettava. Provava pena per quell’uomo. I ragazzi che aveva incontrato erano ben sistemati ma poco brillanti e noiosi. Decise che era meglio sposare senza amore, ma con una persona perbene che la amasse. La convivenza non fu facile. La suocera non tollerava una donna estranea in casa sua. Liti e offese continue le logorarono i nervi. Un crollo emotivo le fece perdere il primo figlio. In ospedale piangeva, pensando di aver rovinato la sua vita e quella di un altro per imprudenza. Vissero con la madre per 8 anni, finché non morì. Nel frattempo nacquero due figli. I bambini frequentavano l’asilo, lei lavorava e studiava all’università. Nello stesso gruppo universitario c’era un ragazzo a cui lei aiutava con gli esami. Da una semplice amicizia nacque l’amore. Per la prima volta nella vita era veramente innamorata. Ma non poteva tradire il marito. Più volte pensò di andare via. Ma ogni volta che tornava a casa e vedeva il marito giocare con i figli, amata da loro, non ne aveva il coraggio. Decise che l’importante era vivere per i figli. Per il marito, che mai le aveva detto una parola sgradevole. Sepolse l’amore profondo nel cuore e rimase in famiglia. Il tempo volò: il figlio maggiore si laureò, si sposò e partì. Poco dopo anche il secondo. Una vita volata via. Il marito, gran lavoratore, fu promosso. Andava tutto bene; riuscirono anche ad ottenere un appartamento. Una sera tornò dal lavoro, preparò la cena. Era tardi, ma il marito non arrivava. Una cosa insolita: non tardava mai. Lasciò la cena pronta e si sdraiò un momento. Accendendo la luce trovò un biglietto sul letto: “Perdonami, sono molto in colpa con te. Ho amato un’altra donna. Non posso farci niente.” Dentro sentì subito il vuoto della paura. Paura di restare sola. Capì che senza il marito la vita non aveva senso. Non pianse. Si sdraiò vestita e si addormentò. La mattina, come sempre, andò al mare. Ma non aveva voglia di nuotare. Non aveva voglia di niente. Di vivere. Ai figli non disse nulla. Andava al lavoro come per inerzia. Ma non si permise di abbattersi. Passarono quattro mesi. Come sempre, di mattina presto, era al mare. Tirava un vento freddo. Scrollò la testa per liberarsi dai capelli bagnati e vide sulla collinetta un uomo con la bicicletta. Il cuore quasi le uscì dal petto. Lui si avvicinò. — Buongiorno, signora, è una “morsa”? – chiese una voce familiare. — Andiamo a casa, non dire nulla, — disse lei.