L’ultima estate nella villa di campagna

Una foschia densa, simile a una coperta di velluto, scivolava lenta sulla superficie dellacqua del fiume Tevere. Vittoria Bianchi, seduta sul piccolo portico della sua casetta di campagna, osservava lalba. Lestate per lei era sempre iniziata con quel silenzio, quella fresca brezza, i primi raggi dorati e lodore di legna accesa dal vicino. Quanti albori aveva vissuto in tutta la vita? Troppi per contarli. Tuttavia, quello era speciale. Lultimo.

Non dormi, nonna? Fiorenza, la nipote di Vittoria, sbadigliò comparendo sulla soglia.

Sto ammirando, rispose semplicemente la donna, vieni qui, guarda che meraviglia.

Fiorenza si lasciò cadere sulla gradinata accanto e appoggiò la testa sulla spalla della nonna. Aveva quattordici anni e, di solito, gli adolescenti di quelletà detestano alzarsi presto, soprattutto in vacanza. Ma da quando aveva saputo che la casa di campagna sarebbe stata venduta, ogni piccolo gesto legato a quel luogo era divenuto prezioso.

Nonna, forse cambierai idea? chiese Fiorenza per la millesima volta.

Cara, mi piacerebbe, ma sai che non posso più mantenere la casa. Le mani non sono più quelle di una volta, la schiena è stanca e non ho i soldi per gli aiuti. Il terreno è invaso, la casa chiede riparazioni.

Possiamo aiutare io, papà, mamma… iniziò la bambina.

I tuoi genitori sono già occupati tutto lestate. Anche le ferie le trascorrono con il cellulare in mano, sempre collegati allufficio.

Non è vero! ribatté Fiorenza con fervore. Lanno scorso papà ha dipinto il recinto!

Ha dipinto, confermò Vittoria. E poi tre giorni è rimasto a curare la schiena, promettendo di non impugnare più il martello. E tua madre riesce a fuggire solo per un paio di weekend, a sradicare le piantine, ma alla sera i suoi bracci sono quasi immobile.

Ma…

Niente ma, interruppe dolcemente la nonna. Ho già deciso. Questo è il mio ultimo estate in campagna. Che anche il tuo sia speciale. Non piangiamo in anticipo; viviamo questi giorni così da ricordarli per sempre.

Vittoria accarezzò affettuosamente la testa di Fiorenza e si alzò.

Vado a mettere lacqua a bollire. Oggi abbiamo molte cose da fare: arriveranno zio Carlo e zia Maria.

Fiorenza si animò. La visita dei parenti era sempre sinonimo di storie infinite, pranzi abbondanti e la compagnia di zia Maria, che a cinquantanni capiva i giovani meglio di molti coetanei della bambina.

Nel primo pomeriggio la casa di campagna si riempì di voci.

Vittoria, hanno portato le piantine! Tre varietà di pomodori, come volevi, annunciò con tono solenne zio Carlo, scaricando scatole ben chiuse.

Che senso ha portare le piantine se vendi la casa? brontolò zia Maria.

Ma che pomodori avremo in autunno! E ancora potremo mangiarli! sorrise Vittoria, abbracciando gli ospiti.

È un peccato venderla, commentò Carlo scuotendo la testa. Da trentanni veniamo qui. Quante feste, quanti spiedini…

Basta, caro, non ricominciamo, lo fermò zia Maria. Abbiamo già discusso di questo cento volte. Dove mettiamo le scatole?

Mentre gli adulti sistemavano le piantine, Fiorenza vagava per il terreno, accarezzando ogni cespuglio, ogni albero, come a salutare un vecchio amico. Il melo selvatico, dove tre anni prima era caduta e si era rotta un braccio; i rami di ribes nero, dove lei e il cugino Dario si nascondevano dalla nonna, ingozzati di bacche fino al dolore; la serra inclinata, proibita ma scalzata comunque. Ogni angolo, ogni centimetro era intriso di ricordi.

Ehi, sognatrice, la chiamò zia Maria, vieni a pelare le patate!

A pranzo, come di consueto, la conversazione spaziava su tutto. Zio Carlo raccontava del vicino del palazzo che aveva iniziato i lavori alle tre del mattino, zia Maria sfoggiava i segreti di una nuova dieta, e la nonna rimuginava su come lei e il nonno Giuseppe avessero scoperto quel pezzo di terra.

Un tempo qui era un bosco fitto, narrava Vittoria mentre affettava i cetrioli per linsalata. Il mio caro Giuseppe, che ora riposa in cielo, disse: Vittoria, questo sarà il nostro angolo. Qui avremo la casa, il giardino, e laggiù, sul fiume, una piccola pergola per i tè serali.

E la pergola non è mai stata costruita, osservò Carlo versando il tè.

Non ce nè stato il tempo, sospirò Vittoria. Sembrava di avere un treno di ore a disposizione, ma poi lui non cè più, fece una pausa. E ora anche la casa non sarà più nostra.

Un silenzio cadde, rotto solo dal ronzio delle api fuori dalla finestra e dal ticchettio del vecchio orologio a pendolo.

E chi è lacquirente? fu la prima a rompere il silenzio zia Maria.

Una giovane famiglia con un bambino, rispose Vittoria, animandosi. Gli piacciono i campi, vogliono vivere qui, affittare lappartamento in città e passare il resto nella natura. Il marito è programmatore, lavora da remoto.

Quando avviene il trasferimento? chiese zia Maria.

A fine agosto. Hanno già lasciato il caparra.

Forse cambieranno idea, propose speranzosa Fiorenza.

Non cambieranno, rispose la nonna con un sorriso triste. Hanno già i progetti, hanno persino disegnato lestensione. Una nuova vita prenderà forma qui.

Dopo pranzo gli uomini ripararono il portico, rovinato dallinverno; le donne rimasero in cucina a preparare le prime marmellate per linverno.

Dove metterai tutti questi barattoli? chiese zia Maria, chiudendo una bottiglia di composta.

Li distribuirò, disse semplicemente Vittoria. A te, ai bambini, ai vicini. Non li mangerò tutti da sola.

E se decidessimo di aiutarvi a ristrutturare? propose zia Maria.

Ne abbiamo già parlato, interruppe la nonna. Ho preso la decisione. Non è solo questione di soldi o di forze. È tempo di lasciare andare il passato. Trenta anni con Giuseppe sono stati felici, poi altri quindici li ho trascorsi qui per sentire ancora la sua presenza. Ma è ora di andare avanti

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