«Hai fatto una ristrutturazione di lusso per tua madre e adesso mi chiedi 300mila euro?» esclamò Ginevra, alzando un foglio con le transazioni bancarie davanti al volto di suo marito.
Andrea era seduto al tavolo della cucina, con lo sguardo incollato al cellulare. Indossava una vecchia maglietta con il logo di una band rock dimenticata, gli occhiaie profonde e la barba un po trasandata. Non aveva dormito bene, lo si vedeva.
«Vik, perché lo fai di nuovo? Era il nostro denaro, quello comune», borbottò Andrea senza alzare gli occhi.
«Comune?» sbuffò Ginevra, sedendosi di fronte a lui. «Andrea, tesoro, dimmi, quando è stata lultima volta che hai messo la tua parte nel bilancio di coppia? Tre mesi fa? Quattro?»
Si appoggiò alla sedia, le braccia incrociate, i capelli raccolti in una coda disordinata che le sfiorava il volto stanco. Indossava un accappatoio con un piccolo motivo floreale, regalo della suocera per la festa della donna.
«Ti ho già detto che al momento non prendo commissioni», alzò finalmente lo sguardo Andrea. «Sai comè il lavoro da freelance.»
«Lo so», annuì Ginevra. «Per questo non ho toccato il nostro fondo di sicurezza. E tu cosa hai fatto? Hai preso tutto e lhai speso per ristrutturare lappartamento di tua madre!»
«Non tutto», protestò Andrea. «E poi è mia madre, devo aiutarla.»
«Devi», ripeté Ginevra. «Ma non è devi per me? Non è per il nostro futuro bambino?»
Andrea rimase a fissarla, gli occhi spalancati.
«Che bambino?»
Ginevra estrasse silenziosamente dal taschino della sua vestaglia un test di gravidanza con due linee e lo posò sul tavolo.
«Questo.»
Il silenzio calò nella cucina. Fuori unauto ronronava, un cane abbaiava in giardino. Andrea guardò il test come se fosse una bomba a tempo.
«Perché perché non me lhai detto subito?» balbettò alla fine.
«Perché lho scoperto solo ieri sera. Volevo sorprenderti oggi, ho anche comprato dei calzini mini per il bebè», la voce di Ginevra tremava. «E stamattina ho visto che 300mila euro erano stati prelevati dalla carta. Tutti i risparmi per lacconto dellappartamento.»
Andrea si massaggiò le tempie.
«Mia madre ha chiamato, ha detto che un tubo è scoppiato e ha allagato i vicini di sotto Non potevo rifiutare.»
«Non potevi rifiutare», ribatté Ginevra. «Ma non avresti potuto chiedermi?»
«Non mi avresti permesso.»
«Certo che no! Quei soldi li abbiamo messo da due anni! Due anni di rinunce, vestiti da mercatini, vacanze annullate»
«Mia madre li rimborserà», disse Andrea a bassa voce.
«Quando? Come? È in pensione!»
«Venderà la casa di campagna.»
Ginevra scoppiò a ridere, ma non di gioia. «La casa di campagna? Quella che cerca di vendere da tre anni? Andrea, svegliati! Tua madre non ti restituirà mai quei soldi, lo sai benissimo.»
«Non osare parlare così di mia madre!»
«E non osare spendere i nostri soldi senza dirmelo!»
Si fronteggiarono come pugili in un ring. Ginevra respirava a fatica, le mani tremavano leggermente. Andrea strinse i pugni, la mascella tesa.
«Sai una cosa», disse Ginevra improvvisamente, la voce divenuta di ghiaccio, «se credi di avere il diritto di gestire i nostri soldi da solo, allora prenderò una decisione unilaterale anchio.»
«Cosa intendi?»
«Mi trasferisco dai miei genitori. Deciderò se voglio crescere un figlio con un uomo che mette sua madre prima della sua famiglia.»
«Ginevra, non dire così»
Ma lei era già alla porta della cucina. Andrea sentì lo scatto della porta della camera da letto e il fruscio delle valigie: sua moglie stava facendo le valigie.
Rimase seduto al tavolo, fissando il test di gravidanza. Due linee rosa si sfumavano davanti ai suoi occhi.
Lappartamento dei genitori di Ginevra era dallaltro lato della città, in un vecchio quartiere residenziale. Un palazzo di cinque piani, al terzo piano, finestre che guardavano su una strada trafficata. Ginevra si fermò sulla soglia con due valigie in mano, e sua madre la guardò preoccupata.
«Tesoro, cosè successo?» Giulia, una donna bassa e paffuta dal volto gentile, gli occhi sempre in allarme, le chiese.
«Mamma, posso stare da voi per un po?»
«Certo, entra! Papà!» chiamò verso il fondo dellappartamento. «Ginevra è qui!»
Il padre, Carlo, uscì un uomo robusto, barba grigia, maglione sdrucito e ciabatte di casa.
«Ginevra, dovè Andrea?» incrociò le braccia, notando le valigie.
«Ci siamo lasciati, papà.»
I genitori si scambiarono uno sguardo. La madre prese le valigie, il padre la strinse per le spalle e la condusse in cucina.
«Parla,» ordinò, facendola sedere al tavolo. «Mamma, porta lacqua a bollire.»
Ginevra raccontò tutto: i soldi, la ristrutturazione, il test. I genitori ascoltarono in silenzio, la madre a volte ansimava e scuoteva la testa.
«Ah, Andrea, Andrea», sospirò il padre. «Te lavevo detto, non è da poco, eh? Il figlio della mamma»
«Papà, non iniziare», implorò Ginevra.
«Che cosa non iniziare?» continuò. «Quante volte ti ho detto di guardare più da vicino? Sempre a fare la spesa per la mamma, cambiare la lampadina, e ora la ristrutturazione con i nostri soldi»
«Sergio, basta», intervenne la madre. «Vedi quanto sta soffrendo la povera figlia?»
«Vedo! Ecco perché lo dico!» sbatté il pugno sul tavolo. «Trecentomila euro! Ho lavorato metà della vita per guadagnarli!»
Ginevra si coprì il viso con le mani, voleva piangere ma le lacrime non venivano. Dentro solo vuoto e stanchezza.
«Tesoro», la madre le si sedette accanto, abbracciandola per le spalle. «Hai pensato al bambino?»
«Non lo so, mamma. Ho trentadue anni, potrebbe essere lultima occasione. Ma alzare un figlio da sola»
«Chi ha detto che sarai sola?» intervenne il padre. «Ti aiuteremo! Non è vero






