L’appartamento è mio!” — la suocera porta il perito alle 7 del mattino. La risposta della nuora lascia tutti senza parole.

Caro diario,
sono le sette del sabato e la sveglia suona con il suono di un campanello che sembra una marcia nuziale. Mi aggiro al buio sul comodino, senza aprire gli occhi, e afferro il telefono.

— Pronto?

Una voce allegra, quasi troppo gioiosa per quell’ora, mi risponde.

— Marina, cara, sono la suocera, Valeria Bianchi. Io e il signor Marco Conti siamo già in strada verso casa tua. Non ti preoccupare, abbiamo le chiavi.

Il mio cuore balza come se avessi ricevuto una scossa elettrica. Non sono ancora del tutto sveglia, ma il tono di Valeria mi mette i brividi.

— Valeria… chi è questo Marco Conti?

— Oh, tesoro, è l’ingegnere perizie! Ieri ho parlato con te, ma forse non mi hai sentita. Non ti preoccupare, ora ti spiegherò tutto!

La linea si interrompe. Rimango a fissare il ricevitore, con una morsa che stringe il petto. Un perito? Che tipo di perito? E soprattutto, perché?

Al mio fianco, Luca ronfa ancora dopo la festa di ieri sera. Lo scuoto per la spalla.

— Luca! Alzati subito!

— Mmm… che… Marina, lasciami dormire…

— La tua mamma sta venendo con un perito! Che significa?

Luca apre un occhio, poi lo chiude di nuovo, come se avesse paura o colpa.

— Non lo so… forse qualcosa sull’eredità della nonna…

— Luca, guardami. GUARDA!

Il campanello suona, ma non è un semplice rintocco: è un lungo trillo, quasi una sinfonia. Mi avvolgo in un accappatoio e mi dirigo verso la porta. Dal buco della serratura vedo la suocera sorridente e un uomo di mezza età con una valigetta.

— Marina, mia luce! — esclama Valeria appena apro. — Come stai? Non preoccuparti, sarà veloce e tutto si sistemerà!

Entra nella hall senza chiedere permesso e invita l’uomo a seguirla.

— Ti presento Marco Conti, perito immobiliare, vent’anni di esperienza alle spalle.

Marco allunga la mano, ma il suo sorriso è imbarazzato.

— Buongiorno… pensavo lo sapessi già…

— Sapessi cosa? — la mia voce si irrigidisce. — Valeria, spiegaci cosa sta succedendo.

— Non c’è nulla da spiegare! — sbuffa la suocera. — Luca e io abbiamo deciso di fare una donazione per rendere tutto più trasparente. L’appartamento è grande, bello, e se succedesse qualcosa… per l’amor di Dio, non si sa mai!

Il sangue mi si scarica dal viso. Quel appartamento l’ho comprato con i miei risparmi: tre anni di lavoro in un’agenzia pubblicitaria, sessanta ore settimanali, più il ricavato dalla vendita dei gioielli di mia madre. Ogni euro è stato mio.

— Luca! — urlo. — VENGHI QUI!

Luca appare nella hall, infilandosi i jeans, gli occhi nervosi e colpevoli.

— L’appartamento è mio! — ripete Valeria, portando un perito alle sette del mattino. La risposta della nuora ha lasciato tutti senza parole.

— Luca, cara, — dice la suocera dolcemente, — racconta a tua moglie quello di cui abbiamo parlato ieri. È una ragazza sveglia, capirà.

— Mamma, ti ho detto che avremmo dovuto parlare prima con Marina…

— Sciocchezze! Cosa c’è da litigare in famiglia? E poi Marco Conti ha trovato il tempo per fissare un appuntamento con noi…

Alzo la mano, fermando il flusso di parole.

— Basta. Tutti fermi. Marco Conti, con il tuo permesso, voglio vedere i documenti. Sia il tuo che la richiesta di perizia.

Marco lancia un’occhiata a Valeria, poi a Luca.

— La richiesta è stata presentata dal tuo marito… come comproprietario…

— Comproprietario? — sento il mio cuore spezzarsi. — Luca, cosa gli hai detto?

— Beh… siamo sposati… è nostra cosa comune…

— NO! — grido così forte che tutti sobbalzano. — Non è comune! L’appartamento è intestato solo a me, Marina Andreea Ivanova, secondo il contratto di acquisto, con i miei soldi!

Corro in camera, ritorno con una cartella di documenti.

— Marco, ecco il certificato di proprietà. Vedi? L’unica intestataria è Marina Andreea Ivanova. Mostrami il documento che dà a mio marito il diritto di disporre del mio appartamento.

Marco esamina i fogli, poi guarda Luca con colpa.

— Mi dispiace, ma qui compare solo un proprietario. Se il coniuge non dà il consenso…

— Marina, — la voce di Valeria si fa melmosa, — perché ti comporti da estranea? Siamo una famiglia! Pensa anche a te: se ti succedesse qualcosa, Igor? (Igor = Luca) potresti restare a mani vuote!

— E se succedesse a Luca? — ribatto. — Devo andare a dormire per strada?

— Dai! — esclama la suocera, alzando le mani. — Sono sua madre! Non lascerò che nessuno faccia del male a mio figlio! E tu… sei giovane, bella, potrai risposarti!

Il silenzio è così opprimente da far sentire il ticchettio dell’orologio in cucina. Guardo Valeria, poi Luca, il dolore sul suo volto ma in silenzio.

— Capisco, — dico sommessa. — Marco, scusa per l’inconveniente. Non ci saranno perizie né donazioni.

— Ma Marina…

— Valeria, — la mia voce diventa gelida, — sei entrata nel mio appartamento alle sette di sabato con uno sconosciuto per valutare la mia proprietà senza il mio consenso, per costringermi a cederla a tuo figlio. È corretto?

— Beh… non è così netta…

— È esattamente così. Lo chiamiamo frode, estorsione.

Valeria si arrossa di rabbia.

— Come osi

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L’appartamento è mio!” — la suocera porta il perito alle 7 del mattino. La risposta della nuora lascia tutti senza parole.
– E che figlia in gamba che ho! – si vantava Oxana con le vicine. – Ha chiuso la sessione solo con trenta! E riesce pure a lavorare, non prende una lira da noi! – Ti invidio, Oxana! I miei figli fanno solo una cosa: chiedere soldi, – sospirava una donna. – E non vogliono proprio studiare. Masha dice che dopo il liceo vuole subito sposarsi, tanto deve mantenerla il marito. E mio figlio… eh! – La vicina allargò le braccia, profondamente delusa dalla sua prole. – Ma tua Anastasia è in gamba, sa vivere con la sua testa. – Eh già, come no, – mormorò Michele tra sé, allontanandosi un attimo dalle chiacchiere della mamma e delle vicine. Sarebbe voluto tornare a casa, ma la mamma non aveva finito il giro dei negozi: con papà al lavoro, oggi toccava a lui l’onore di portare le borse. – Se solo sapessi cosa combina la sorellina a Roma, di certo non te ne vanteresti così. Anzi, meglio se proprio non la nominavi… – Hai detto qualcosa? – Oxana guardò stizzita il figlio che borbottava. Nemmeno cinque minuti riesce ad aspettare? Non aveva ancora raccontato tutti i dettagli. – Sì mamma, ho detto che devo preparare una presentazione e scrivere un tema per domani. Magari ti vanti un’altra volta? – rispose tranquillo Michele. – Tu e tuo padre! Non lasciate parlare la gente! Va bene, andiamo… Michele fece spallucce, notando lo sguardo sollevato delle vicine. Sembrava che pure loro si fossero pentite di aver trovato Oxana per strada: non faceva che parlare della figlia, con un tono da far sembrare Anastasia un modello irraggiungibile. Ma solo lui conosceva la verità. E non voleva far preoccupare la mamma… *** – Qui abita Anastasia Melnik? – Lo sguardo altezzoso della signora confuse Oxana, già inquieta dai due uomini alle sue spalle. – Mia figlia adesso vive a Roma. Studia all’università, – rispose fiera Oxana. – Cosa volete da lei? – All’università? Davvero? – la donna rise seccamente. – È stata cacciata dopo il primo esame. Nemmeno una materia superata, non mi stupisce: non andava mai a lezione, cercava solo di rimorchiare qualcuno… – Come osa parlare così di mia figlia! Faccio denuncia per diffamazione! – Oxana sentì voci dietro la porta e si zittì. Invitarla in casa sembrava ammettere che diceva la verità. Ma se non apriva? Chissà cosa avrebbe raccontato in giro… – Prego, accomodatevi, – interruppe Michele. – Niente pettegolezzi inutili. Mamma, lasciali entrare. – Ma Michele! – Falli entrare. In quel momento sembrava più grande dei suoi sedici anni: serio e solo un po’, pochissimo, agitato. Accompagnò gli ospiti in soggiorno col gesto di sedersi; la donna si prese una poltrona, i due uomini restarono in piedi. – Michele! Come fai a farli entrare dopo quello che ha detto su Anastasia! – Ho sentito, perciò li lascio entrare, – si spazientì il ragazzo. Con papà fuori casa, a lui spettava il ruolo di capo famiglia. Doveva limitare i danni! – Ma… – Scommetto che tu conosci meglio la sorellina, – ironizzò la donna. – Sai dov’è ora? – E’ a Roma, qui mamma non mente. Ma non vive in uno studentato: sta in un appartamento che le paga un uomo. Non so l’indirizzo, ma so che lui è sposato, vent’anni più di lei e tre figli adulti. E ha un mucchio di soldi. – Si chiama per caso Gregorio? – Posso indovinare, è suo marito? – chiese teso Michele. In che guaio si era cacciata la sorella, se venivano fino a qui per cercarla? – Per fortuna no. Sono la sorella di Gregorio e sono stufa delle sue “escapade” – sorrise fredda la donna. – Gregorio ha una moglie splendida, la figlia del nostro principale socio in affari. Che non sopporta queste “amichette” del marito: se va avanti così chiederà il divorzio. – E questo, immagino, non deve succedere, vero? – Sei un ragazzo sveglio, – sussurrò la donna. – Nessuna idea su dove sia ora la tua adorabile sorellina? – No, ma forse la sua amica lo sa. Posso sentirla, però prima voglio sapere cosa avete intenzione di fare. Ho una sola sorella, capisce? – Michele, cosa significa tutto questo? Quale Gregorio? Quale appartamento? Cosa sta succedendo con mia figlia? – Oxana era sconvolta. Michele corse in bagno a prendere le medicine che la mamma conservava lì. – Vuole che chiami l’ambulanza? – La signora sembrava anche un po’ in colpa. Michele agitò la mano. Certo che l’avrebbe chiamata! Quando correva a prendere le pastiglie, la signora Nina aveva già promesso che sarebbe arrivata in cinque minuti. – Michele… ma tu come lo sapevi? – chiese Oxana disperata, incapace di credere alla verità. – Quando Anastasia è tornata l’ultima volta, aveva il telefono rotto, ricordi? Mi ha chiesto il pc, per parlare con un’amica, ed è rimasta loggata. Ho letto i suoi messaggi, mi sono fatto qualche domanda e poi le ho chiesto direttamente. Non ha negato nulla, mi ha solo chiesto di non dire nulla a te. Michele era sinceramente preoccupato per la mamma: una donna buona e generosa, il cui unico difetto era essere troppo fiera dei successi dei figli. Anche lui arrossiva ogni volta che lei si metteva a raccontare agli altri delle sue medaglie e diplomi. Dopo che Oxana fu sistemata a letto sotto controllo dei medici, Michele tornò dagli ospiti. Era curioso di sapere cosa volessero dalla sorella. – E ora, cosa volete fare? – Niente di male. Le darò dei soldi e qualche conoscenza. Non sposate, questa volta. Se sarà abbastanza furba, si sistemerà bene… – Va bene, torno subito, – sospirò Michele, già prevedendo una conversazione difficile. L’amica di Anastasia era… un tipo tosto. Bisognava inventarsi qualcosa. Gli venne l’idea della “sessione chiusa bene”. Forse un fratello da lontano poteva volerle fare un regalo tramite corriere. – Ecco, questo è il numero della sua amica, – diede un foglio alla donna. – Spero che manterrà la parola. – Tranquillo, non preoccuparti. E uscendo dall’appartamento, la signora disse a voce abbastanza alta, di certo per le vicine che origliavano: – Scusatevi se vi ho turbato così, ma era l’unico modo per parlare senza troppe orecchie indiscrete. Spero nessuno metta in giro storie strane. Se succede, mi scuserò direttamente con Anastasia. Ma sono sicura che qui vivono brave persone e non si daranno al pettegolezzo. Le voci ci furono, ma fiacche. Oxana le spegneva subito, chiedendo di non infangare il nome della figlia. Ma smise di vantarsi e, in generale, usciva di casa molto meno. Michele parlò col padre e decisero insieme: era il momento di cambiare città. Oxana si vergognava a guardare in faccia i vicini, dopo averli ingannati per tanto tempo. Un giorno di sole, la famiglia si trasferì. Come disse Michele alle vicine curiose: andavano a Roma, vicino a Nastia. Lì ci sono ottimi medici, e la mamma ultimamente non stava bene. Anastasia non tornò più: si era sistemata “bene” e la famiglia quasi la dimenticò…