Battito cardiaco

Bussare del cuore
– “Guarda, c’è qualcuno nel corridoio?” – chiese la dottoressa Lidia Bianchi, mentre l’ultimo paziente usciva dallo studio. “Se non c’è, accendi il bollitore e vai al registro a prendere la lista delle chiamate.”

Lidia aveva già segnato il paziente nella cartella, sorseggiato un tè con biscotti, e l’infermiera non era ancora tornata. Proprio quando stava per chiamare il registro, comparve Ginevra, una giovane donna dagli occhi neri lucenti e una treccia scura che le scendeva fino alla vita.

– “Oh, dottoressa Bianchi, che confusione al registro! Una signora ha combinato un vero scandalo,” iniziò Ginevra, eccitata. “Era in ritardo per l’appuntamento e ha urlato, insultato tutti, una vera tragedia.”

– “E tu? Sei rimasta a guardare o sei finita anche tu nel caos?” – domandò Lidia, calma. “Qualcuno l’ha accolta?”

– “No, nessuno. Era mezz’ora in ritardo, il dottor Riccardo Conti era già partito per le chiamate. La signora Filippini ha rimandato il suo turno a domani,” rispose l’infermiera, colpevole.

– “Ma perché a noi? Era registrata dal dottor Conti, vero? E perché è partito così presto?” – chiese Lidia, incuriosita.

– “Perché il dottor Conti parte in ferie domani,” spiegò Ginevra, leggermente offesa. “Gli avevo detto che, se fosse tornata in ritardo, non l’avremmo più accettata.”

– “Va bene. Molte chiamate oggi?”

– “Come sempre,” sospirò Ginevra, porgendo a Lidia una lista piena di nomi e indirizzi.

Lidia iniziò a numerare ogni cognome, a tracciare il percorso più breve per non perdere tempo nella città che sembrava un labirinto di strade senza uscita.

– “Non lavorerei nemmeno un giorno in pensione. Il giorno dopo mi licenzierei e dormirei a lungo,” sognò Ginevra.

– “Hai due ragazzi. Quando andrai in pensione, saranno già adulti, sposati, con i nipoti che vi faranno impazzire. Non avrai più tempo per dormire,” osservò Lidia. “E il tuo marito, che anch’egli andrà in pensione, vi farà compagnia come due radicchi di rabarbaro. Chi dei due fuggirà prima al lavoro?”

– “Hai ragione, dottoressa,” sospirò Ginevra. “Tra tre giorni cominciamo le vacanze e ci divertiamo a litigare. Alla fine, non vediamo l’ora di tornare al lavoro. Forse è meglio stare separati, non credi?”

– “Allora perché viaggiate insieme? Cosa vi impedisce di riposare da soli?” – chiese Lidia.

– “I ragazzi… non riesco a gestirli da sola, e non posso lasciare il marito da solo,” rispose Ginevra.

– “Bene, devo andare,” concluse Lidia, alzandosi, aprendo l’armadio e indossando una giacca ampia, pensata per essere infilata sopra il camice.

Uscì dallo studio al crepuscolo, con la mente ancora invasa dalle parole di Ginevra. Pensava a come i pensionati, una volta liberi, finiscano per vagare per le cliniche e i negozi come se fossero ancora al lavoro. L’anno prossimo sarebbe stata anche lei pensionata, ma non avrebbe mai permesso a sé stessa di fermarsi. I pazienti ingrati, come la signora del registro, erano pochi rispetto a quelli riconoscenti; nel corso degli anni aveva stretto amicizie sincere con molti di loro. Come sarebbe stato senza di loro? Che fare a casa, doveva restare a girare per i corridoi o per i mercati?

Mentre camminava, il tempo sembrava scorrere più veloce, come se ogni passo fosse una pagina di un sogno.

Arrivò al palazzo di via dei Tribunali, dove abitava il signor Giuseppe Serafini, un anziano collezionista di malattie croniche. Giuseppe aprì la porta senza attendere che Lidia si spogliasse, facendo tintinnare il campanello. Conosceva ogni angolo dell’appartamento, così Lidia si diresse subito al bagno per lavarsi le mani.

– “Che succede, Giuseppe?” chiese entrando.

– “Figlia, non arrabbiarti,” iniziò l’uomo, colpevole. “Le pillole sono finite, non ho pensato in anticipo. Puoi scrivermi la ricetta?”

– “Tranquillo, misuro la pressione prima,” disse Lidia, tirando fuori il misuratore. “È alta,” osservò dopo un minuto.

– “Tre giorni non ho preso le pillole,” ammise Giuseppe.

– “Ecco la ricetta, con il mio numero personale. Non perderla, chiamami se serve.”

– “Grazie, figlia. Vuoi un tè?” propose l’anziano.

– “La prossima volta lo berremo insieme, Giuseppe,” rispose Lidia, mentre si avviava verso l’ingresso.

Mentre si vestiva, il signor Serafini la salutò con un sorriso triste. Lidia sentì un peso sul cuore, come se avesse respirato troppi sogni. “Oggi ho esagerato con i sospiri,” pensò scendendo le scale.

Il prossimo nome sulla lista era Marco Gallo, ventotto anni, mai visto prima. “Che avventura ha?” si chiedeva, ricordando ogni indirizzo come se fosse un mosaico di ricordi.

Un giovane chiamò la clinica lamentandosi di febbre alta e gola irritata. Sul tavolino accanto al divano c’era un termometro che segnava davvero tanto caldo. Lidia lo misurò di nuovo, scuotendolo; la temperatura tornò normale. Il giovane spiegò di aver preso medicine, di non volere attendere il medico e di offrire soldi per un certificato. Una ragazza di un’altra città era arrivata, e lui aveva simulato la malattia per non lasciarla. Quando Lidia rifiutò il certificato, lo insultò, costringendola a andarsene in fretta.

Quel paziente rimase impresso nella sua memoria, come tutti gli altri che avevano attraversato la sua vita.

La porta si aprì a un giovane dall’aspetto sofferente, occhi rossi di infiammazione, tosse convulsa. Lidia lo ascoltò, gli prescrisse rimedi e annotò di non dimenticare di fare il certificato. Il suo volto gli ricordò Dario, il

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