15 aprile 2024
Caro diario,
Mia madre, Martina, mi ha detto questa mattina che doveva partire per una missione di lavoro di sei mesi a Milano. «Andrò a lavorare per una ditta di design, guadagnerò abbastanza da comprarci un appartamento a Firenze», mi ha rassicurato, mentre mi chiedeva di stare attento a non fare dispetti a Nonna Vera. Ho sentito il cuore battere più forte: non avevo mai trascorso un giorno senza di lei, e fra sei mesi avrò undici anni.
Martina è volata su un aereo low‑cost verso il capoluogo, e io sono rimasto a casa di Nonna Vera, che abita in un piccolo borgo di campagna, San Pietro a due chilometri da Siena. Qui viviamo da tre anni, da quando mio padre è morto in un incidente stradale. Prima di allora abitavamo da Nonna Maria, la madre di mio padre, ma dopo il funerale ci ha cacciati via dalla sua casa di via delle Rose. «Via da qui, non voglio più vedere la vostra faccia», mi ricordava ancora la voce severa di Nonna Maria. «Voglio stare sola, il mio figlio non c’è più».
Io e mia madre avevamo caricato qualche valigia in un furgone Fiat Ducato, e siamo arrivati al casolare di Nonna Vera. Lei è la sorella di mia madre, ma non l’avevo mai conosciuta perché è morta poco prima che nascessi; per me è una zia di secondo grado. Da allora, la vita con lei è «una vita di miseria che non si può lamentare», come dice spesso. Il suo stipendio è modesto, basta per il cibo ma non per vestiti costosi: viviamo con sobrietà.
«Nonna Vera, devo partire per sei mesi, mi occuperò di un progetto importante e forse riuscirò a comprare un piccolo bilocale a Firenze», le ho chiesto.
«Va bene, ti tengo d’occhio, figlio mio. Hai già dieci anni, sei quasi un uomo», ha risposto, accarezzandomi la testa. «Vai, Dio ti accompagni, tutto andrà per il meglio».
Nonna Vera ha accettato di badare a me: nutrirmi, accompagnarmi a scuola, svegliarmi per le lezioni. Sono al quarto anno di scuola elementare, vado bene e non creo problemi.
Il figlio di Nonna Vera, Andrea, ha quarantatré anni, vive da solo in un monolocale a Siena. È divorziato, colpevole di aver lasciato la moglie, e passa le giornate tra il lavoro part‑time al mercato e qualche bottiglia di vino. Ha il viso gonfio, gli occhi cerchiati, è un po’ sovrappeso e cammina con fatica. Mi dispiace per lui: è gentile e tranquillo, ma Nonna Vera lo rimprovera sempre per le sue ubriachezze. Negli ultimi sei mesi non ha più un lavoro, è stato licenziato per assenteismo. Passa il tempo a bere con gli amici, ma ogni sabato torna al casolare per aiutare la nonna: taglia la legna, ripara il cancello, aggiusta il recinto.
«Basta, Andrea, sei già al cinquantesimo, ma ti comporti ancora da ragazzino», gli dice Nonna Vera. «Trova una donna decente e vivrai serenamente».
Andrea risponde con un sorriso amaro: «Dove trovo una donna che mi guardi?». Nonna Vera replica: «Smetti di bere, nessuno ti noterà così. Quando diventerai un vero uomo, arriverà la donna giusta».
Oggi è sabato, e Nonna Vera sta preparando le frittelle di mele, la nostra tradizione domenicale. So che Andrea adora le frittelle, così come me. Mentre la nonna le gira in padella, le impila su un piatto, le spalma generosamente con burro, ne schiaccia una con le dita e ne assaggia un’altra. Quando finisce l’ultima, la mette sul piatto e dice: «Questa è per te, Timoteo». So che l’ultima frittella è sempre la più buona, così diceva la nonna.
Appena ha versato il tè, il nostro cane Fido ha abbaiato forte nel cortile, e qualcuno ha bussato alla porta. «Sto arrivando», ha cantato Nonna Vera, avvolgendo una sciarpa.
Mentre era fuori, ho rosicchiato piccoli pezzi di frittella, sorseggiando il tè caldo, quando ho notato che Nonna Vera rientrava con gli occhi lucidi.
«Nonna, cosa è successo?», ho chiesto.
«Andrea è morto…», ha sussurrato, entrando ancora con il cappotto.
«Come è morto? E le frittelle? Ce ne sono tante», ho balbettato, guardando la pila di frittelle. Non avevo ancora compreso la portata del dolore, ma quando ho sentito il suo pianto, anch’io ho iniziato a piangere. Mi sono seduto accanto al divano, le ho posato una mano sulla schiena e ho pianto ancora più forte.
Abbiamo pianto insieme finché la nonna non si è calmata, ha bevuto un po’ d’acqua dal suo bicchiere di ceramica, mi ha abbracciato e ha accarezzato la mia testa come per addormentarmi.
«Va bene, vestiti, andiamo a Siena per l’ultimo saluto. Chiederò un aiuto a Zia Anna e a Zia Caterina, non ho abbastanza soldi per le spese funebri», ha detto.
Quando è tornata, mi ha trovato ancora sul divano.
«Perché sei ancora in mutande?», mi ha chiesto.
«Ho paura dei morti», ho risposto timidamente.
«È il tuo zio, non è nulla», ha replicato.
«Lo so, ma… ho ancora paura», ho mormorato.
Dopo un attimo, mi ha detto: «Non ti preoccupare, non c’è nessuno che ti guardi da questa parte. Rimani a casa, nutri Fido, tieni le galline al caldo. Quanto tempo resterai in vacanza?».
«Cinque giorni», ho risposto.
«Io torno tra due giorni. Non ti preoccupare per il cibo: c’è il minestrone in frigo, le frittelle sono lì», mi ha rassicurato, abbracciandomi.
Ho risposto con voce da grande: «Non, non mi preoccuperei». Poi ho infilato il naso nel suo petto, sentendo il suo calore.
Il pomeriggio si è spento, è uscito e ha preso Fido, che ha iniziato a scivolare sullo slittino di legno nel giardino, mentre la neve cadeva leggera. Abbiamo riso, fatto capriole nella neve, legato Fido e tornato dentro. Ho finito le frittelle, acceso la televisione e guardato i cartoni, poi mi sono addormentato sul divano.
Il telefono ha squillato: era mia madre.
«Ciao, tesoro, dove sei?», ha chiesto.
«Ciao mamma, sono qui con la nonna. È andata a Siena, Andrea è morto», ho risposto, la voce rotta





