La nostra generazione era più unita, più onesta, più umana… e davvero felice

La nostra generazione era più unita, più onesta, più umana… e davvero felice.
Anno dopo anno mi convinco sempre di più che il mondo in cui sono cresciuto non tornerà più.

Sto invecchiando. I miei coetanei se ne vanno, e con loro svanisce lo spirito di solidarietà che un tempo dava senso alla nostra vita e al nostro lavoro collettivo.

Accendo la televisione e vedo sempre le stesse scene: alluvioni che sommergono le strade di Napoli, autostrade interrotte, rifiuti abbandonati a Milano, caos ovunque. E le accuse infinite – colpevoli sono i politici, i burocrati, gli imprenditori, ma mai la gente comune.

Osservo i giovani e capisco che qualcosa è andato storto. Si lamentano, chiedono, protestano. Noi, al nostro tempo, non ci fermavamo a parlare: agivamo.

Abbiamo costruito il Paese con le nostre mani.
La mia generazione è quella del dopoguerra, l’epoca dei grandi cantieri. Non rimanevamo nei gabinetti a scrivere lamentele o a chiedere indennizzi. Abbiamo sollevato l’Italia dalle macerie, l’abbiamo plasmata con le nostre forze, perché credevamo di farlo per noi stessi e per i nostri figli.

Abbiamo tracciato autostrade, scavato gallerie, eretto ponti. Abbiamo avviato fabbriche, lavorato nei campi, realizzato dighe che hanno irrigato l’agricoltura della Puglia. E non ci siamo limitati a costruire: abbiamo mantenuto tutto in ordine.

Sono cresciuto in un borgo sul fiume Po. Sapevamo che, se non si curava il corso d’acqua, la primavera avrebbe potuto straripare e sommergere le case.

Nessuno aspettava l’arrivo dei “tecnici”.

In primavera e in autunno ci radunavamo tutti gli abitanti. Pulivamo il letto del fiume, rimuovevamo gli ostacoli, abbattiamo alberi vecchi che avrebbero potuto bloccare il flusso.

Nessuno chiedeva soldi. Nessuno aspettava ordini “dall’alto”.

Dopo il lavoro stendevamo coperte sull’erba, tiravamo fuori dolci dalla borsa e li condividevamo. La sera qualcuno portava la fisarmonica e l’intero villaggio cantava insieme.

Eravamo una sola famiglia.

Oggi le persone sono cambiate.
Nessuno vuole più assumersi la responsabilità della propria vita.

Vedo giovani robusti, in buona salute, che si lamentano sui social perché sotto la loro finestra è crollato un ponte o è scoppiata una tubatura, inviano richieste al Comune e ricevono solo silenzio.

E mi viene da chiedere:

«E tu, cosa hai fatto?»

Perché non hai radunato i vicini, uscito, pulito, rinforzato o riparato? Perché aspetti che qualcun altro risolva i tuoi problemi?

Non giustifico le istituzioni. Hanno i loro peccati – hanno dimenticato che il loro compito non è solo stare in ufficio a promettere.

Ma anche la gente è mutata.

Oggi ognuno pensa al proprio tornaconto. Alcuni vendono terreni fertili di Toscana, estraggono acqua dalle riserve per profitto personale.

E quando arriva la crisi alzano le mani: «Che cosa avremmo potuto fare?»

Sono fiero della mia generazione. So che ci chiamano “vecchi”, che ridono delle nostre abitudini e della nostra tenacia.

Ma sapete una cosa?

Sono orgoglioso di come abbiamo vissuto.

Orgoglioso di conoscere il valore del lavoro.

Di non nasconderci dietro le spalle altrui, ma di affrontare i problemi da soli.

Non aspettavamo aiuti dallo Stato – costruivamo la nostra vita con le proprie mani.

Eravamo solidali. Autentici.

Onesti.

Umani.

Vivevamo, non semplicemente esistavamo.

E siamo stati felici, perché la vera ricchezza nasce dal sudore condiviso e dal rispetto reciproco. La lezione è chiara: solo con l’impegno collettivo possiamo preservare il futuro che desideriamo.

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La nostra generazione era più unita, più onesta, più umana… e davvero felice
«Mio figlio è diventato un caos; mia nuora è il suo riflesso. Sono esausta di vivere nel loro disordine»